sabato 1 dicembre 2012

CENERENTOLA DELL’ARTE

Emilio Vedova
Dal ciclo “Oltre”, 1986
Acquaforte e acquatinta















«La scelta del “capriccio”, libero sfogo fantastico in bilico tra arcano e grottesco, tra realtà illusorie e presenze inquietanti, lega fra loro alcuni liberi spiriti delle arti europee tra Sette e Novecento.»
È questo il tema di un articolo, a firma Beatrice Ferrario, pubblicato nel numero 293 di Artedossier dello scorso mese di Novembre che, con le citazioni iniziali da “Il rosa Tiepolo” di Roberto Calasso, risulta letterariamente delizioso.
Ho preferenze, ma non ho pregiudizi di genere artistico, i valori di contenuto e di significato possono essere espressi nelle forme più disparate ed è certo che è possibile stabilite e riconoscere affinità espressive anche in opere distanti nel tempo e nel linguaggio, infatti, nell’articolo in questione il problema non è se e quanto il parallelismo di Tiepolo, Piranesi e Goya con Emilio Vedova sia appropriato e coerente.
Quel che mi preme evidenziare è che mentre per Tiepolo, Piranesi e Goya il comune interesse tematico è diretto e concreto, nel senso che tutti hanno effettivamente realizzato almeno una serie di incisioni che sviluppano il tema del “Capriccio” e le immagini portate ad esempio sono appunto incisioni, nel caso di Vedova l’analogia è, per così dire, indiretta o virtuale nel senso che il riferimento non è un ciclo o un’opera ma un’interpretazione critica, nello specifico il saggio di Aurora Garcia intitolato “Sogno e Veglia” contenuto nel volume di Germano Celant “Emilio Vedova... in continuum” (Milano 2011).
Aurora Garcia legge nell’opera di vedova “le polarità indistinguibili” “del Tiepolo” e “del Piranesi” e nell’articolo della rivista si riporta la seguente citazione: «impregnamento e compenetrazione della pittura nelle tele direttamente attraverso le mani dell’artista, mediante un procedimento vicino alla tecnica grafica; ma qui è l’uomo che, fisicamente, sostituisce il torchio.»
La metafora del corpo-torchio e suggestiva, ma considerato l’argomento dell’articolo, sopratutto in riferimento alla particolare tecnica espressiva, ci si poteva anche ricordare che la grafica costituisce un ambito non secondario del corpus artistico di Emilio Vedova con numerose incisioni e litografie, invece nulla, non un cenno non un’immagine (l’unica foto riprodotta ritrae Vedova in tenuta da lavoro davanti a un dipinto).
Insomma l’articolo è un esempio dell’atteggiamento, più volte stigmatizzato, di non attribuire valore all’opera incisoria anche dei più noti e affermati artisti: un esempio delle “miopi dimenticanze” alle quali si fa riferimento nel post Pro Memoria.
Vedova iniziò a praticare l’incisione fin dai primissimi anni sessanta instaurando un parallelo poetico con i grandi clicli pittorici (Immagini del tempo; Cicli della protestq; Scontri di situazione...) ma “giocato sui differenti formati e sulla diversa sintassi linguistica dei mezzi espressivi adottati” (la citazione è tratta da un testo di Roberto Budassi, sul rapporto tra Vedova e l’incisione, nel numero 3 del 2005 di “Prova d’Artista”, il periodico pubblicato da Corrado Albicocco che è stato anche stampatore ed editore di Vedova) ed è stato tra i pochi affemati maestri a considerare la grafica non un surrogato della pittura da demandare alle capacità imitative e riproduttive di abili “negri”.
La predilezione di Vedova per il bianco e nero lo porta a ritenere naturalmente congeniale la stampa calcografica e litografica a un solo colore. Le lastre o le pietre sono personalmente e direttamente realizzate da Emilio Vedova e forse non poteve essere diversamente data la gestualità del segno che mantiene il senso di immediatezza anche in tecniche per loro natura indirette, probabimente anche grazie agli stampatori che lo hanno affiancato il cui lavoro non verrà mai abbastanza riconosciuto.
È tutta questa complessità operatività e di relazione che renderebbe legittimo accostare vedova ai sommi maestri dell’incisione, invece si ignora o volutamente si finge di ignorare la produzione contemporanea in campo incisorio.
Basta così poco ad alimentare il “Complesso di Cenerentola” relegando l’incisione al ruolo di arte “minore”, priva di considerazione.
Poi nello stesso numero della rivista, poche pagine più avanti, la rubrica “in tendenza”, che analizza gli andamenti di mercato, si occupa proprio di Vedova (solo dei dipinti ovviamente).
È solo una fortuita coincidenza o c’entra qualcosa?
Mah!
Commenterebbe un anonimo lettore di questo blog.

6 commenti:

  1. Riguardo tuo ultimo "Cenerentola dell'Arte". Qualche mese fa, avevo inviato ad Art e Dossier una e-mail chiedendo, cortesemente,di trattare qualche volta dell'importanza e dell'esistenza della Calcografia. Pochi giorni dopo, in risposta, ho ricevuto il bollettino per rinnovare l'abbonamento. ciao.

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  2. È deprimente, ma non mi meraviglio.
    Picasso ha inciso tantissimo, esiste pubblicata l’imponente catalogazione e si potrebbe allestire più di una mostra solo con incisioni. Se fosse allestita che riscontri avrebbe? È questa la sola preoccupazione di sedicenti critici e curatori.

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  3. Lo spunto dell’articolo è puramente letterario e non prende in esame la tecnica espressiva. Non so quanto la scelta sia stata consapevole ma non è detto che sia di per sé sbagliata, almeno in questo caso.

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  4. Svolgendo una ricerca sono capitata in questo post e da esterna agli interessi del Blog vi pongo il problema se l’eccessiva specificità della tecnica e del linguaggio con finiscano per costituire una difficoltà all’approccio dei non “iniziati”.
    Ilenia

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    1. Vladimiro Elvieri10 dicembre 2012 18:04

      La tecnica, soprattutto nell'incisione, è parte integrante dell'opera. La scelta di una tecnica rispetto ad un'altra indica la direzione in cui si muove l'autore e determina la resa espressiva dell'immagine, esprimendo al meglio quel dato contenuto. Non credo che la specificità del metodo finisca per costituire una difficoltà all'approccio dell'opera, anzi, dovrebbe aiutare a comprendere meglio l'azione e quindi l'idea di quell'artista. Perchè un autore sceglie la durezza della puntasecca e invece un altro la morbidezza e le sfumature della maniera nera ? Naturalmente per esigenze intime espressive, ma la tecnica non è solo un mezzo per esprimere l'idea venuta dal cielo, ma concorre all'idea, in questo suo essere un prolungamento della mano e del pensiero, con tutte le sue autonome caratteristiche, a realizzare quell'opera unica e irripetibile. Basterebbe informarsi un pò sulle tecniche incisorie ma alla fine, certo, non anteporle all'opera stessa.
      Da parte mia, la sperimentazione tecnica è parte integrante del mio lavoro incisorio, mi permette di raggiungere sempre nuovi risultati e nuove visioni del mondo.

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  5. In linea di principio Elvieri ha pienamente ragione: così è sempre stato finché il concetto greco di techné comprendeva, indissolubilmente, arte e tecnica; così dovrebbe continuare ad essere, così continua ad essere per gli artisti di qualità, ma…
    Da un canto le tendenze concettuali, già da tempo, hanno portato al totale annullamento degli aspetti prettamente tecnici delegandoli a terzi o adottando il “ready made”.
    All'opposto, nello specifico campo dell’incisione non si può negare che, purtroppo, c’è chi enfatizza anche le tecniche più usuali come risultato di pratiche alchimie, (per non dire di quelli che hanno messo a punto una qualche soluzione personale segreta), così in mancanza di una “Idea” la tecnica risulta l’unica “Originalità” da far valere.

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