giovedì 30 gennaio 2014

BUON COMPLEANNO

Lo studio
DANIELE GAY

“Arrivare a casa di Daniele Gay non è facile. Bisogna arrampicarsi per una stradina stretta e impervia, che gira intorno a secolari castagni ora e enormi blocchi di roccia, su per i pendii che sovrastano l’abitato di Torre Pellice. Tra una curva e l’altra pezzettini di fondo valle si fanno vedere tra le foglie, ma intanto è un bosco sempre più denso quello in cui ci si trova immersi…“


Così Matteo Sturani inizia la descrizione della casa di Torre Pellice dove Daniele Gay è nato il 30 Gennaio del 1960.
Nel percorso descritto sembra quasi di entrare in una incisione di Gay confermando che l’esperienza di vita, fin dalle primissime relazioni con il luogo in cui si nasce, rappresenta per un artista un accumulo continuo che germoglia come contenuto della propria ricerca estetica.

SIPARIO, acquaforte 1996, mm 120 x 175
La mia idea è che nella formazione tecnica e culturale di Gay più dei maestri diretti, cioè i docenti che ha avuto all’Accademia di Belle Arti di Torino dove ha completato gli studi del corso di pittura nel 1983, abbiano influito i maestri ideali che Gay si è scelto nella storia dell’arte.
L’ottocento innanzitutto e per restare nello steso ambito geografico ritengo che qualcosa rievochi Agostino Lauro, inoltre ottocentesca è l’idea del paesaggio in cui la natura traduce un’emozione visiva e si trasforma in specchio dell’interiorità dell’artista.
Fin dalle prime prove egli mira ad attingere una dimensione minima dove tutto sia più concentrato possibile.

LANGHE, acquaforte 1989, 94 x 138
Se certe vedute architettoniche possono ricordare un “fijnschilder” di Delft, l’immaginario figurativo attinge decisamente alla tradizione romantica.
Le sue raffigurazioni sono contemporanee solo perché realizzate oggi, ma qualunque soggetto identificabile con una indubbia contemporaneità, se rappresentato da Gay risulta come spostato nel tempo, o meglio sospeso in un tempo non cronologico.
È anche questa sospensione temporale che mi ha suggerito - e mi consente - di scrivere qui ed ora di Daniele Gay incisore facendo riferimento ad opere datate.
In questo particolare momento storico, ho scelto un artista che ormai da tempo non incide quasi più. Non è quindi un caso se abbia scelto di non inviare alcun lavoro per l’ultimo Repertorio di Bagnacavallo e nella mostra collettiva allestita a Caerano lo scorso anno ha presentato lavori del 1995 e solo un soggetto del 2012 caratterizzato da una insolita acquatinta.


EL, acquaforte e acquatinta 2012
Se proporre la scelta di Gay come esempio estremo da seguire comportasse l’estinzione dell’incisione, forse lo riterrei preferibile agli opposti estremismi del dilettantismo pressappochista e arruffone da un canto e dall’altro il professionismo incallito di coloro che continuando a ripetere stancamente gli stessi temi negli stessi modi è come se facessero la calza in modo meccanico.
Prendetelo quindi come un invito alla riflessione o come pungolo o incentivo o qualunque altra espressione preferite se anche a voi disturba chiamarla provocazione.
  
L’incisione si inserisce nello sviluppo artistico di Daniele Gay come ragione poetica e formale di assoluta autonomia estetica, infatti non è che abbia smesso di lavorare, semplicemente ha scelto di privilegiare altre forme espressive mantenendo la stessa coerente sensibilità e credo che non occorra ricercare specifiche motivazioni interiori (anche la situazione del mercato avrà avuto la sua parte) in quanto tutto è riconducibile al normale procedere del lavoro di un artista che festeggia proprio oggi il suo cinquantaquattresimo compleanno e pubblicare questo scritto volutamente in questa ricorrenza rappresenta il mio personale augurio.
 
LIMENITIS CAMILLA acquaforte 1992, 155 X 90
Una certa invadenza conseguenza del mio entusiasmo, si arresta di fronte alle esistenze riservate, pertanto della biografia di Gay trascurerò anche quel poco che conosco e questo scritto ha, beninteso, il carattere accessorio dell’abbozzo o del testo a margine da interpretare innanzitutto come tributo personale e anche come spunto di riflessione etica.

SCOGLIERE FIORITE, acquaforte 1992, mm 90 x 155
La tecnica è un momento inscindibile di quel pensiero che determina l’opera d’arte e non meccanicamente la sua espressione, si afferma nell’affrancamento dal vincolo che la storia di un procedimento tecnico può imporre alla libertà delle forme.
In Gay, a fare la differenza, è la restituzione grafica e anche i sofisticati scanner di oggi risultano indecisi se considerarle immagini al tratto o tonali per non dire dello strazio della bassa risoluzione imposta da questo blog, pertanto nessuna delle immagini qui riprodotte ne consente la comprensione.
 
PROMENADE acquaforte 1995, 127 x 170
A differenza del classico incrocio di segni che ciascuno può interpretare in modo personale variando la forma, la dimensione e l’andamento di tratti, il segno di Gay è inimitabile, intendendo dire non che non sia riproducibile, ma adottandolo si può finire solo con l’imitare Gay e, probabilmente, è anche per questo che è sempre rimasto estraneo a quella gara alla reciproca emulazione che si è innescata tra un nutrito gruppo, quasi un filone, di incisori calcografi che operano tra Torino e Chieri, al punto che ormai importa poco chi imita e chi è imitato.
 
CRISALIDE LICHENEacquaforte 1989, 133 x 264
Solo una visione microscopica, col contafili, può svelare la natura del segno di Gay: non sono i puntini banalizzati dalla pratica di una millantata minuziosità; graffiando la cera con un fittissimo groviglio fatto di infinitesimi cerchietti, in alcuni casi scoprendo totalmente piccole aree della lastra, ricrea quasi la granitura di un’acquatinta, ma senza l’omogeneità di campitura di quella tecnica.
Sulle superfici risparmia delle irregolari sottilissime linee bianche come delle fratture, una sorta di craquelé, che rendono le superfici vibranti di riflessi.
Malcon Einaudi riferendosi ad un’analoga soluzione adottata anche nelle tecniche miste (acquarello e tempera) li definisce “…una sorta di miniatura mosaicale in sospensione” e Fred Licht rileva che “l’effetto ha un’impressionante rassomiglianza con i migliori vetri opalescenti di Tiffany …fa pensare alle strisce di piombo che, con sinuosa dinamica, legano fra loro i frammenti di vetri”.
Più efficacemente sono come faglie di continenti che si scontrano e la piccola dimensione è quasi una necessità tecnica poiché se le aree scoperte della lastra superassero una certa ampiezza si determinerebbero le cosiddette bruciature.
Questa soluzione grafica è adottata dal più minuto dettaglio al più ampio orizzonte: che si tratti del petalo di un Iris o della corteccia di un albero e della sua chioma; del piumaggio di una gazza o della pelle gibbosa di un rospo o delle squame di un luccio; la spuma di una cascata d’acqua o un cielo nuvoloso; un muro scrostato o un’intera catena rocciosa…
Animali e paesaggi sono i soggetti esclusivi di Gay. Animali raffigurati in primissimo piano, mai inseriti nel loro ambiente naturale, e paesaggi che per quanto antropizzati escludono la rappresentazione della figura umana.
IRIS acquaforte 2003, 240 x 180
PROMENADE acquaforte 1997, 97 x 147 72 x 75




















L’arte d’oggi è in grandissima parte immaginazione nel senso di contaminazione caotica di elementi e di piani. Tutto questo, naturalmente, si oppone alla giustizia che infatti non interessa l’arte d’oggi.
Davanti alla realtà l’immaginazione indietreggia, invece l’attenzione la penetra, sia direttamente sia come simbolo. Essa è dunque, alla fine, la forma più legittima di immaginazione, quella a cui alludono senza dubbio gli antichi testi di alchimia là dove si raccomanda di dedicare all’opera “la vera immaginazione e non quella fantastica”.
Importa poco se l’atto creatore, nel quale si compie l’alchimia della perfetta attenzione, scaturisca da un’illuminazione, da un lampo creativo oppure si raggiunga con lunghi e dolorosi pellegrinaggi.

LA SAINT BAUME (L’ALBERO DI BAS) acquaforte 1993, 80 x 124
Il collegamento che tradizionalmente viene fatto tra l’incisione (soprattutto indiretta) e le antiche ricerche alchemiche non è solo nel processo della morsura quale rivelatrice della forma, ma nella sublimazione dei numerosi “stati” necessari a rendere un’immagine nella sintesi unitaria di imprescindibili segni ed è nelle lastre di Daniele Gay che questa trasmutazione si è sempre compiuta.
Clemente Del Buono


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