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giovedì 1 dicembre 2016

RESISTERE! RESISTERE?...

Non occorrono tante parole, sono le copertine degli unici cataloghi di vendita rimasti che, oggi in Italia, propongono incisioni di artisti contemporanei:
LE MUSE, PRANDI. 




















Cataloghi a stampa, spediti per posta, niente di virtuale, tutto concretezza e sostanza... Coraggio e Ostinata Resistenza.




sabato 1 ottobre 2016

CHI L'HA VISTO?


Non c'è mai abbastanza nero per esprimere il violento contrasto che dilania questo mondo tra nascita e morte.
Pascal Quignard,L'incisore di Bruges,
Ed Frassinelli 2003, p. 68







Mi sono sempre chiesto se sia possibile limitarsi alle opere come se fossero state concepite da un puro spirito creativo, prescindendo quindi dall'essere umano carnale che le ha realizzate, ma fin ora anche questa domanda, tra le altre, resta, per me, senza una risposta definitiva.
Sconosciuto al pubblico, ostico ai critici, indifferente agli altri artisti, fuori dal mercato: sono i quattro muri che blindano l'attività di un incisore anche di vaglia.

Girolamo Russo è completamente estraneo ad ogni circuito artistico.
In rete si trovano un paio di lavori e una brevissima intervista annegata nel mare di you-tube, per il resto non ha mai allestito una personale, non c'è una pubblicazione che tratti del suo lavoro , non possiede un sito internet, non ha il profilo su Facebook, non fa parte di nessuna associazione… non si è sputtanato, come qualche giovane mezzatesta che mette personalmente in vendita su e-bay le proprie incisioni e 20,00 Euro.
Non lo incontrerete mai all'ora dell'aperitivo, più o meno rinforzato, nel ritrovo trendy, e se qualche volta va alle inaugurazioni degli "eventi cool" non è certo per farsi notare.
Farebbe non poca differenza se fosse presenzialista, vanitoso, presuntuoso, modaiolo, salottiero, ciarliero e fanfarone: ho tracciato la caricatura del profilo caratteriale dell'artista contemporaneo di successo, quanto alle loro opere… nella maggior parte dei casi l'opera è secondaria rispetto alle capacità di auto-promozione, nei casi restanti è del tutto irrilevante.
Ma se Russo fosse questo tipo d'artista non staremmo a parlarne, almeno non in questo stramaledettissimo Blog.



                       
La condizione di isolato, ha consentito a Girolamo Russo di vivere a distanza il travaglio dell'incisione.
L'ansia del nuovo, che è diventato il tarlo corrosivo dell'arte contemporanea, ha finito con l'accanirsi con particolare determinazione proprio nei confronti dell'autonomia, della più marcata peculiarità e della continuità dei mezzi espressivi storici, relegando l'incisione al ruolo di una tecnica obsoleta sopravvissuta solo per virtù di pochi.
Che l'incisione abbia dimostrato nel corso della sua storia straordinaria complessità di linguaggio oltre a innegabile fascino non è più questione decisiva.


Essendo un talento artistico naturale Girolamo Russo è capace di riprodurre fedelmente un dipinto del Seicento ed ha qualificate competenze nel campo del restauro, ma per vivere insegna ad adolescenti viziati con colleghi troppo presuntuosi per riconoscerne la qualità o anestetizzati all'indifferenza dalla routine scolastica (sommariamente è così, ma non escludo possibili eccezioni).
Tuttavia i motivi caratteriali non spiegano nulla perché conosco altri artisti schivi e appartati senza che la riservatezza abbia impedito loro di affermarsi artisticamente, comunque è vero che se la possibilità di farsi conoscere continuerà a dipendere solo da lui non avrà mai alcuna notorietà e se in questo non c'è alcun merito da parte dell'artista, c'è molto demerito da parte di quelle figure (critici, galleristi, curatori…) che dovrebbero promuovere l'arte.
In verità va detto che difficilmente si troverebbe qualcuno disposto a sopportarne gli sbalzi d'umore. Anch'io (forse) non ho alcun merito, poiché Russo mi era stato segnalato, ma posso rivendicare la mia determinazione nel cercare di contattarlo, scoprendo un atteggiamento decisamente indisponente: non risponde alle e-mail e al telefono sono solo «Ma... Non so… Ci devo pensare… Vedremo…». Inefficace anche il ricorso ad intermediari resisi gentilmente disponibili, ecco perché le opere sono prive di didascalie.
Non è che dar conto a questo detestabile blog sia obbligatorio, ma avendo imparato a distinguere anche i silenzi, so che la strafottenza di Russo non ha nulla del premeditato e finto disinteresse che dovrebbe attribuire a chi l'ostenta un aura di spocchiosa superiorità. Questo post  l'avrei pubblicato comunque (non fosse altro che per infantile dispetto) perché  (si capirà tra a breve) questa era l'ultima occasione di postarlo nel giorno in cui, per Russo Girolamo (detto Mimmo), ricorre il suo sessantaquattresimo genetliaco.


C'è nell'opera di questo "outsider" la più alta qualità attualmente in atto nell'ambito dei linguaggi astratti-informali, il fatto che i linguaggi astratti-informali abbiano ormai scarso appeal nel sistema dell'arte contemporanea è un altro discorso che non mi compete.
In un saggio del 2006 intitolato "Mercanti d'aura" i sociologi Dal Lago e Giordano indagano il rapporto tra artisti organici al sistema dell'arte contemporanea e outsider (folli, emarginati, carcerati…), ma ormai per risultare un outsider rispetto al sistema dell'arte contemporanea non occorre necessariamente un qualche patologia mentale.
Russo non rientra in nessuna delle casistiche che interessano la rivista "Raw Vision" che, come sottotitolo, recita "Outsider Art, Art Brut, Folk Art".
Per le mie conoscenze del mercato so bene che difficilmente una Sciura acquisterebbe un opera di Russo per il proprio salotto o boudoir (come direbbe Proust), ma il mercato non è fatto solo da Sciure nevrotiche e accollarsi il "disturbo" di conoscere gli artisti dovrebbe costituire l'impegno prioritario dei cosiddetti operatori culturali dell'arte se non avessero il culo incollato alla sedia della propria scrivania e non hanno mai scoperto nulla che non gli sia stato offerto o proposto o imposto da qualcun altro, tutti presi da altre faccende e (ne ho sempre più spesso conferma) del tutto privi di giudizio critico personale, incapaci di riconoscere autonomamente la qualità perché condizionati da opinioni e tendenze preconfezionate.
In verità qualcuno nelle passate edizioni del "Premio Acqui" aveva avuto occhio, ma i burattinai di quella baracca non sono andati oltre un premio minore, intascando comunque la tiratura e preferendo consolidare la loro rete amicale.


Vernice molle e acquatinta, 2008. 430 x 295

«Per ottenere gli effetti cromatici di questa stampa ho effettuato due passaggi di fondino a rullo rispettivamente per il rosso e per la gradazione di grigio, quindi ho applicato i frammenti in foglia d'oro e, in battuta conclusiva, ho stampato in nero la lastra incisa a vernice molle e acquatinta.
Se devo necessariamente trovare una relazione tra quello che emerge dall'opera e quello che sta al di fuori di essa, i riferimenti forse più rispondenti sembrano rimandare alle soffuse penombre dove si addensa il plasticismo strutturale dello spazio metafisico romanico, all'irradiazione musiva del misticismo bizantino che caratterizza lo spazio come entità luminosa.
Così alle atmosfere indefinite di luce radente si contrappone la luminescenza di frammenti dorati che insieme testimoniano il tentativo di far coesistere meditazione e contemplazione, mentre la campitura rossa si impone ed emotivamente disorienta.»
(G. R.)





So bene che circola il pregiudizio che gli elogi non portino bene perché alimentano la gelosia degli invidiosi. 'Affanculo gli invidiosi: fatevene una ragione, anche voi "maestrine" degli istituti privati, sedicenti europei o regionali, che spacciate per "ricerca" le impronte di tarlatana a ceramolle e che non potrete mai raggiungere la sublime qualità che in Russo si esprime con la stessa naturalezza con la quale gli uccelli cantano e volano o i pesci nuotano.
Alle incisioni di Russo bisogna abituarsi, come quando da un ambiente illuminato si passa in uno al buio. Il tempo che l'occhio si adatti all'oscurità e pian piano da quello che ci sembrava un uniforme buio vediamo affiorare rilievi e depressioni, faglie e corrugamenti.
I neri non sono mai piatti, ma se ne ricerca una continua variazione con successivi interventi che aggrediscono la lastra per schiarirla con abrasioni o scurirla con sovrapposizioni di segni e graniture di acquatinta.
Qualcosa che sa di lavorio oscuro sugli elementi per giungere dalla loro sorda opacità all'oro della definizione formale, alla luminosità della sintesi linguistica e così non è un caso che frammenti di foglia d'oro affiorino tra i neri di certe sue incisioni.
spazi inghiottiti in profondità caliginose, vellutate e indefinibili dalle quali emergono, agglomerati, scansioni di piani e volumi, strutture quasi architettoniche ma tutte sottoposte ad una sorta di prosciugamento figurativo che le riassorbe entro l'astrazione.
Un tempo Kholè non significava ira ma nero, se ira e nero erano un'unica parola i neri di Russo sono frutto della collera che è nella malinconia.
La sue lastre risultano incise come per un irrefrenabile impulso di collera, ma non si creda che le incisioni di Russo si realizzino di getto, sono frutto di un lungo susseguirsi di prove di stampa e interventi a togliere e ad aggiungere segni.
Secondo Aristotele di Stagira «Non è possibile all'uomo in collera frenare il suo furore come non è possibile al tuffatore che si lanciato dalla roccia bloccare il proprio slancio e non raggiungere l'acqua».


La pratica incisoria di Russo, per quanto sperimentale possa risultare, comporta pur sempre metodo, rigore e, comunque, un esercizio sorvegliatissimo, un sapere tecnico di fondata eredità storica. il suo "lavorio" appare come uno dei rari esempi di fedeltà all'esercizio incisorio riscontrabili nel vastissimo ed eterogeneo contesto di quel fenomeno artistico cui Russo si accosta a modo suo.


Questo post, proposto a Russo nel 2012, doveva essere strutturato in modo molto diverso e forse diverse sarebbero state anche queste mie grossolane considerazioni che spero risulteranno compensate dal testo critico che segue corredato da alcuni lavori recenti (per "inciso" gli unici ricevuti direttamente da Russo).
Evito di fare psicologismo spicciolo sul cambiamento riscontrabile nei recenti lavori di Russo, mi limito a rilevare che c'è poca incisione e troppa "Grafica", seppur "d'Arte", e, per i miei poveri gusti, consiglierei di lasciarla a quei vacui pretenziosi al soldo delle Accademie di Belle Arti.
Non so se il senso delle mie tante (troppe?) parole sarà compreso o frainteso, comunque sia, credo che nulla di tutto questo servirà da pungolo e, di certo, non sarò io l'uomo del destino. Celare la propria arte è facile, basta stare alla larga da critici, galleristi, concorsi e blogger..., ma rinunciarvi? E come si fa allora a vivere?


LO SGUARDO DELL'ANGELO
considerazioni sull'opera incisa di Girolamo Russo
Il primo incontro, a volte casuale, con una singola opera di un autore è sempre problematico. Specialmente quando il sentire dell'artista si discosta molto dalla natura la comprensione del linguaggio non risulta di immediata lettura, così solo conoscendo meglio l'autore e la sua opera è possibile apprezzarne la poetica. È questo il percorso che ho seguito incontrando per la prima volta un'incisione di Girolamo Russo esposta a Bagnacavallo nel 2003 in occasione della mostra di presentazione del quarto volume del Repertorio degli Incisori Italiani.
Azzardo subito la definizione di "Informale Strutturato" tentando con questo ossimoro di rendere la ricerca che guida le scelte affatto personali di Russo, non per ingabbiarne la poetica entro griglie predefinite di categorie estetiche e movimenti codificati o da codificare, ma per l'esigenza di ripercorrere il processo genetico dell'opera d'arte nel tentativo di non proporre solo una concezione mistica della forma.

Senza titolo, cera molle - acquatinta, 2013, cm 29,4 x 43

Il controllo compositivo dell'immagine è rigoroso, ma non è ottenuto tramite geometrie rintracciabili, bensì attraverso un equilibrio di "pesi" regolato da un senso della composizione che è proprio dell'artista, da quella percezione delle cose che non dipende da alcuno dei cinque sensi ordinari. Questo sesto senso, che Boileau chiama "l'influenza segreta", non trova alcuna precisa localizzazione, la sua funzione è quella di discernere l'armonia o, piuttosto, un'idea dell'armonia. Un equilibrio emozionale, si potrebbe parlare di uno spazio instabile e a un tempo immobile, tra il "non più" e il "non ancora", ritorna un altro ossimoro che è la figura retorica che meglio si addice alla stessa concezione della vita di Russo, il suo universo è soggetto a forze centrifughe, esplosive: le monadi si sono dissociate, decomposte, frantumate. In alcuni casi i segni si aggrumano e premono verso i bordi della lastra fino a deformarne i margini.

Senza titolo, tecnica mista 2015, cm 35,8 x 55,3
Il metodo operativo procede per continue aggiunte e sottrazioni. Interviene in modo febbrile, ricerca neri assoluti e vellutati che si dileguano in soffuse luminescenze o si contrappongono a folgoranti bagliori. La definizione dei segni è sempre nitida, niente "barbe" o aloni creati solo in fase di stampa. Con calibrate abrasioni attenua, sgrana o cancella i segni e le graniture, ogni volta la verifica della stampa per, eventualmente, ritornare a sovrapporre altri segni, altre graniture, altre morsure. Questo modo di procede parrebbe escludere la possibilità di operare con una tecnica così indiretta, invece Russo, che ha padronanza assoluta di tutte le tecniche pittoriche anche tradizionali, benché il suo mondo poetico vibra delle cadenze informali, sente profondamente l'incisione. Predilige le campiture di acquatinta a spruzzo e i segni di vernice molle, quando interviene direttamente sulla lastra con frese e spazzole metalliche i segni vengono ulteriormente rialzati sottoponendoli a morsure di cui tende sempre a forzare i limiti estremi: incidendo in profondità fino a rendere impossibile ogni altro intervento di ripensamento, o sfiorando appena la lastra come un impalpabile velo acido.
Nell'attuale dibattito sulla grafica d'arte la rispondenza al concetto di "originale", oltre al diretto intervento manuale da parte dell'artista autore dell'opera, ha posto anche il problema della coerenza del "linguaggio" con le caratteristiche specifiche del segno grafico. In verità alcuni hanno tentato di mettere in discussione anche il principio del diretto intervento manuale da parte dell'autore. La distinzione autore/esecutore è ammissibile in particolari ambiti, ma riferendomi allo strettissimo campo del disegno e dell'incisione non mi convinceranno mai che basti apporre la propria firma su una cosa realizzata da altri per assumerne la paternità e i termini in cui si faceva qualcosa di analogo nelle antiche botteghe andrebbero meglio chiariti prima di citarli ad esempio. Inoltre con assoluta chiarezza va affermato che spacciare una riproduzione fotografica per un'incisione originale è un falso senza attenuanti. Fatti salvi i principi etici, la questione del linguaggio rappresenta solo un falso problema: il linguaggio, o meglio i linguaggi sono in continuo cambiamento e in definitiva non c'è critico o cattedratico al mondo che possa dire a un artista cosa e come deve o non deve fare per esprimersi. Pertanto è inutile chiedersi a quale categoria appartenga il linguaggio espressivo di Russo in quanto egli opera un continuo e reciproco sconfinamento: elementi "grafici" si trovano nei suoi dipinti e soluzioni "pittoriche" si trovano delle sue opere grafiche, senza che in alcun modo si intacchi il giudizio di merito e la portata estetica dell'opera. Incurante del poter essere considerato "fuori moda" rispetto alle tendenze neofigurative e concettuali che sembrano spartirsi l'attuale ribalta dell'arte, Russo procede con assoluta coerenza e correttezza, non si concede scorciatoie, tutto è nella lastra: è artefice e artista.

Senza titolo, tecnica mista 2016, cm 37,3 x 56,3
L'artista è qualcosa di diverso dall'uomo comune, l'incisore, come il poeta e il funambolo, sono creature in bilico, che vivono nel rischio di una perdita immanente. È Russo stesso a dichiarare che la sua opera d'elezione è L'isola dei morti di Böcklin. A differenza del personaggio raffigurato da Böcklin di spalle ritto sulla barca che punta verso l'isola, Russo è già approdato sull'isola ed è lì che si guarda intorno: conosce cosa c'è dietro i cipressi e dentro i sepolcri che ha violato scavando come scava le sue lastre. Amplia la sua arte verso questo "lato oscuro" della realtà gettando, come nell'Eupalino di Valéry, uno sguardo dal mondo delle ombre sul mondo reale.
Ai segni delle composizioni di Russo si può adattare il concetto di Eidolon che indica un mondo di creature d'ombra estraniate dalla vita, figure che si muovono in una zona di transizione tra vita e morte, ma nulla rimane delle caratteristiche che ne determinarono la vita.
Senza titolo, tecnica mista 2016, cm 32,4 x 50,3
Il filologo classico Erwin Rohde, noto come amico di Nietzsche, vide nell'Eidolon, dal punto di vista etnopsicologico, l'alter ego: "L'uomo esiste secondo Omero due volte, nel suo aspetto percettibile e nella sua riproduzione invisibile (Eidolon), che diventa libera solo con la morte. Questo e nient'altro è la sua psiche".1 Un concetto simile, secondo il quale nell'essere umano vive un altro io come la sua "psiche", è il credo dei cosiddetti "popoli primitivi" di tutto il mondo. L'oscura religione ctonia si contrappone al luminoso mondo degli dei dell'olimpo. Ogni incisione di Girolamo Russo è un sacrificio rituale alle divinità ctonie, sotterranee, che dominano sulla morte e sulla vita, sul fiorire e sullo sfiorire.
Russo individua i limiti tra i due mondi, tra la memoria e l'oblio, tra il visibile e l'invisibile, ma allo stesso tempo suggerisce la possibilità di uno sconfinamento, rende possibile il passaggio attraverso lo specchio.
Grazie ai prodigi dell'angelo Heurtebise, protagonista dell'Orfeo di Cocteau, il poeta Orfeo può guardare Euridice morta attraverso lo specchio, raggiungerla e riportarla in vita. «Vi svelo il mistero dei misteri - dice Heurtebise - Gli specchi sono le porte attraverso le quali la morte va e viene. Non ditelo a nessuno. D'altronde guardatevi per tutta la vita in uno specchio e vedrete la Morte lavorare come le api in un alveare di vetro».
Il tema della porta è individuabile in alcune opere di Russo e forse non è un caso che per preparare una lastra da incidere occorre prima pulirla e lucidarla "a specchio".
La figura dell'angelo è evocata anche da Rilke, in una lettera scritta durante la stesura della IV Elegia afferma che la sua missione consiste nel raffigurare il mondo dal punto di vista di un angelo accecato, deve cioè guardare come chi vede nell'invisibile. Ma quest'angelo altri non è che il poeta stesso, perché è proprio dei poeti, degli antichi aedi, l'essere cieco. La cecità è, infatti, l'attributo della veggenza, i poeti "ciechi alla luce vedono l'invisibile".2 Non appaia paradossale questo fare riferimento alla cecità a proposito di un artista visivo perché la "visività" alla quale si fa riferimento non riguarda la rappresentazione, intesa come ripetizione, della realtà visibile, ma la capacità di rendere visibile l'invisibile: è il punto di vista degli angeli, è il punto di vista di Girolamo Russo.

Clemente Del Buono, Novembre 2004

NOTE
1. Erwin Rohde, Psiche. Culto dell'anima e fede nell'immortalità dei greci, 1898, p. 5.
2. J.P. Vernant, Mito e pensiero presso i greci, Torino 1978, p. 95.

lunedì 2 novembre 2015

EDIZIONE "STRAORDINARIA"










Dalla foto e dalla descrizione riportata nel comunicato stampa letto in Internet lo scorso mese di Maggio, s’intuiva che poteva trattarsi di un edizione particolare, così abbiamo chiesto all’artista di inviarci una documentazione fotografica e un resoconto dettagliato dell'iter di realizzazione, ma ancor prima che ci pervenisse il materiale per questo post, la conferma è giunta dall’aver appreso che il libro ha ricevuto, dalla giuria composta da Mauro Carrera, Marzio Dall’Acqua e Sabina Magrini, il primo premio nella seconda edizione biennale del Salone dell’Editoria d’Arte "LiberBook" di Parma. 
©ourtesy The Afternoon Press, 2015

©ourtesy The Afternoon Press, 2015











Diciamo subito che andrebbe specificato a quale artista abbiamo fatto riferimento, perché questa edizione, diversamente da altre per così dire "One Man Print", o almeno più di altre, è stata realizzata grazie all’apporto di due diversi artisti, o meglio, due artisti diversi per la loro Arte: Nicola Manfredi che ha ideato, composto e stampato l’edizione e Vincenzo Piazza che ha ideato ed inciso le acqueforti e i linoleum. Forse non è stato indifferente che tra i due artisti ci fossero già state altre precedenti piccole occasioni di collaborazione e un’amicizia nata quasi trent’anni addietro tra i torchi della Scuola del Libro (guarda caso?) di Urbino.

Come si apprende dal colophon i testi sono stati composti con caratteri mobili Garamond corpo 20 e della tiratura si contano 33 esemplari con le acqueforti stampate direttamente su carta Magnani avorio 651 e altri 23 esemplari su fondino Oxford; la copertina in carta Ambara azzurra e un astuccio editoriale in cartoncino blu "vestono" l’edizione con sobria eleganza.
Si può pensare che questi siano solo superflui dettagli tecnici, ed è certo che sono dettagli: non inutili perché come nella buona cucina la qualità inizia proprio dalla scelta degli ingredienti e anche perché la qualità è nel dettaglio senza dover appurate se nel dettaglio si nasconda il diavolo o dio.
La realizzazione è stata avviata nel 2009, tutto è stato progettato rigorosamente iniziando dalla scelta di affidare il racconto "Tra Scilla e Cariddi", di Lazzaro Spallanzani (1729-1799), tratto da "Viaggi alle Due Sicilie E In Alcune Parti dell'Appennino" pubblicato a Pavia nella stamperia di Baldassarre Comini tra il 1792 e il 1797, a Vincenzo Piazza «... il cui linguaggio - dichiara l’editore nel colophon - ci è parso complementare alla filosofia dell’esperienza di Spallanzani, capace di tingere l’illuministica febbre di scienza con coloriture fantastiche.»
È nella tradizione delle Edizioni Mavida non fare ricorso a soluzioni precostituite, ma cercare per ogni edizione un carattere individuale mantenendo le scelte formali entro una coerente linea editoriale. Questo ha influito sui tempi di realizzazione con pause, anche lunghe, d’interruzione dei lavori allorquando una soluzione ipotizzata lasciava nel dubbio.
Nella relazione tra la struttura dell’impaginazione, il testo e le immagini, fino alla soluzione adottata per la numerazione delle pagine, si coglie un forte senso di reciproca appartenenza, tutto è dove deve stare, nell’esatta posizione e con le corrette proporzioni rispetto all’equilibrio dell’impaginato.
La struttura classica della "gabbia" tipografica è rigorosamente rispettata dal testo e dalle dimensioni equivalenti delle lastre incise ad acquaforte, ma vede due momenti di "trasgressione" all’inizio e alla fine del libro con due composizioni di piccoli linoleum che introducono il testo con un’ideale Antiporta e lo concludono con la composizione a doppia pagina del Colophon. 









Un motivo ad "ondina", ripreso da un fregio di Bodoni , è anticipato nel tassello incollato alla copertina, caratterizza la splendida composizione del frontespizio e sottolinea di azzurro i capoversi.
Anche questi sono dettagli che rivelano la ricercata coerente eleganza, ma non si creda che tutto si esaurisca in scelte tecniche e formali perché il testo del colophon contiene una dichiarazione che arricchisce l’edizione di motivazioni e contenuti.
«Questo volume nasce altresì nel sogno di una nazione di uomini e ideali che paiono ormai sempre più rari, in cui non si sarebbe permesso che il palazzo, sede a suo tempo dell'università dove insegnò lo scienziato, fosse destinato, dopo il restauro e con il plauso ottuso degli amministratori e di gran parte della cittadinanza, all'insediamento di un grande magazzino. Dedichiamo allora l'edizione a Dino Prandi, che per primo ha redatto la bibliografia completa delle opere dello Spallanzani e che tanto si è distinto della diffusione della moderna grafica incisa.»
Questa edizione esce in consapevole opposizione al momento forse più negativo per l’arte del libro e dell’incisione d’arte, quali siano oggi i costi di realizzazione, tra materiale e tempi di lavoro, di un’opera d’arte di questo tipo è il senso di discrezione a suggerirci che è meglio non indagare, invece poiché è pubblico il prezzo di vendita dell’edizione, e non essendomi ignoto l’andamento del mercato, mi sento di far notare ai potenziali acquirenti che fino a Dicembre, essendo proposta ancora al costo di sottoscrizione, la richiesta per l’edizione completa è di assoluta convenienza, pertanto, anche se il tono da imbonitore non mi è congeniale, provate ad immaginare come suonerebbe un convinto: «APPROFITTATE GENTE! APPROFITTATE!».
Clemente Del Buono

domenica 1 marzo 2015

VLADIMIRO ELVIERI

GIOCO D’AMORE, 1975
puntasecca, pirografia, tecn. Goetz su plexiglas
mm. 320 x 370
L’IMBARAZZO
DELLA SCELTA











Matematicamente si potrebbe tradurre nella proporzione 40:86=620:18
Cosa vuol dire?
40 anni di attività raccontati in 86 righe (corpo 12) e 620 incisioni riassunte in 18 immagini.
La "sproporzione" è così evidente che non dovrebbe essere necessario chiarire che l'intenzione di questo post non è quella di sintetizzare la complessità di un lungo e articolato percorso artistico, né di "presentare" chicchessia. Il senso può essere ben espresso con la parola "incontro": un incontro diretto - per quanto del tutto virtuale - con un'artista che si stima, ché, se ancora non si è capito, preferisco ascoltare (o leggere) le parole degli artisti che si raccontano e parlano della loro arte.
Il criterio che informa le scelte è nell'assoluta soggettività, non c'è un "canone" precostituito: sono tutti artisti, molto diversi tra loro, accomunati dalla qualità del lavoro, da quella che io ritengo sia la qualità nella pluralità e diversità dei linguaggi e dei sentimenti.
Come in altri casi la pubblicazione del post è stata preceduta da uno scambio di e-mail e in una di quelle inviatemi da Elvieri c'è tutto il senso del suo modo di intendere l'arte: 《...sono opere spesso diverse, anche perché diversi sono i periodi, e inoltre perché vi è sempre stata in me l'urgenza di cercare vie nuove, di far confluire nei lavori gli interessi e i pensieri del momento, oltre alle soluzioni tecniche (mai fini a se stesse) per me indispensabili per “rompere la forma” e ricominciare da un’altra prospettiva.》
La mia opinione, di appassionato incompetente, è che, nel lungo percorso, c'è più coerenza nella diversità di queste immagini di quanta altri credono di ostentare reiterando lo stesso soggetto e, di certo, non sto pensando a Morandi.
IL MATRIMONIO, 1979
puntasecca, punta meccanica su plexiglas e morsure brunite su ferro
mm. 290 x 280

In ciascun artista - se è "vero" artista - la personale idea dell'incisione può indentificarsi con la sua stessa vita, perché l'una e l'altra si rispecchiano reciprocamente.
Il lavoro è come la vita e spesso il lavoro è la vita stessa. Si consuma giorno per giorno nella fatica di piccole cose, le une affiancate alle altre, le une compenetrate alle altre. E guardando, ascoltando, insistendo con occhi indagatori fra le forme e la vita ci si riempie di realtà e di immaginazione.
Su questa via, costruita con giustapposte continuità, solo una tenace tecnica può aiuare a mettere ordine per tentare di sapere cosa ci stia accadendo, anche se la speranza di arrivare ad una soluzione rimane irraggiungibile meta.



Il SIG. LASZLO ASPETTA GLI UFO, 1979
ceramolle, tecn. Goetz, brunitoio, morsure su ferro
mm 335 x 335

DIETRO L'ANGOLO,  1977
ceramolle, brunitoio, tecn. Goetz su ferro granito a mordente,
mm. 245 x 315













Elvieri si accosta all'incisione con due acqueforti su lastrine di rame ispiandosi a due disegni michelangioleschi, ma non avendo -come mi riferisce in un'altra e-mail - 《...intenzione di “disegnare” ma di “incidere”…》 passa subito all'intervento diretto sul plexiglas traducendo in incisione alcuni soggetti originali tratti da una serie di pastelli sui quali allora lavorava. Così iniziando con "Gioco d'Amore", la prima incisione realizzata nell'Aprile 1975 presso la stamperia "Torchio Thiene", tutte le altre immagini si succedono cronologicamente, tra l'una e l'altra vuoti che questo post non può colmare, ma vi s'intrecciano le parole nel tentativo di offrire accresciute ragioni di riflessione.



IL CAIRO, MUSEO EGIZIO, 1981
puntasecca su plexiglas, mm. 277 x 282
PASSIONE E IDENTITÀ
breve nota autobiografica

Fui immediatamente catturato da una irresistibile passione per l’arte dell’incisione il giorno in cui, nell’aprile del 1975, all’età di 25 anni, varcai la soglia della stamperia d’arte del “Torchio Thiene” (nell’omonima cittadina in provincia di Vicenza, a 10 km da Schio dove risiedevo) e vidi Armando Martini (classe 1937), come un antico marinaio, ruotare magistralmente il timone del suo torchio calcografico per trarne, come d’incanto, una dopo l’altra, straordinarie immagini in bianco e nero e a colori. Fu un’emozione che non mi ha mai abbandonato, e che si rinnova ancora oggi quando “tiro” una prova di stampa.
DECISIONI, 1989-1990
puntasecca, acquaforte, acquatinta brunita su zinco, mm. 210 x 270
Nonostante gli spazi angusti, in quella stamperia si respirava, oltre all’odore di inchiostri, acidi, metalli, vernici, ecc., un’aria di libertà creativa unita alla mancanza di pregiudizi sui metodi e sui i materiali da utilizzare, raramente riscontrabile altrove; quel luogo divenne in breve uno dei centri più attivi nel campo della cosiddetta incisione sperimentale, a disposizione di chiunque, studenti o professionisti, volesse approfondire, oltre alle tecniche usuali, le differenti e innumerevoli possibilità della materia grafica e della stampa d’arte.
LA TUA TERRA È LA MIA, 1990, puntasecca, raschietto, rotella su plexiglas, mm. 360 x 450
Martini aveva compreso appieno la lezione novecentesca di Picasso, di Hayter e di altri sperimentatori, secondo la quale non esistono gerarchie di tecniche, ma che ogni mezzo può portare ad un’unità espressiva e ad un risultato unico e irripetibile. Con questo spirito iniziai ad incidere (materia pressoché sconosciuta all’Istituto d’Arte), qualche acquaforte su lastrine di rame, che presto sostituii con più congeniali matrici in plexiglas (il colore determinava anche una diversa durezza del materiale), che incisi direttamente con punte d’acciaio, bulini, trapani, pirografi, a volte associate, per la resa di stampe a colori, con altre matrici trattate con la tecnica Goetz rivisitata (la sostituzione del  carborundum con polvere di pomice e una diversa vernice collante fu una delle tante, geniali intuizioni di Armando).

OMBRE RIMASTE, 1991
puntasecca su plexiglas, mm. 410 x 460
ARTISTI NOTTURNI CHE RUBANO L'UVA, 1991
puntasecca su plexiglas, mm. 258 x 309











Lavorai quasi quotidianamente nella stamperia fino al 1979, anno in cui mi trasferii a Cremona, e, con Maria Chiara Toni, conosciuta l’anno precedente, e tuttora compagna nell’arte e nella vita, frequentai brevemente l’atelier di Henri Goetz (1909-1989) a Parigi. A Cremona, comprammo un torchio e, con l’esperienza maturata nell’ambito della stamperia, proseguii quell’avventura incisoria diventata ormai una questione vitale che esigeva tutto il tempo disponibile, ora insieme a Chiara, anch’essa stregata dalla magia del segno inciso, con la quale era facile confrontarsi e dialogare per crescere insieme.

IL DIO E-A 1992, 
puntasecca, carta abrasiva, pirografia su plexiglas, mm. 380 x 300
 Dopo aver approfondito con lo studio la conoscenza degli autori storici, tra i quali, oltre ai grandi Dürer, Rembrandt Goya, guardavo a Munch, Ensor, Redon, Kubin, coltivavo l’interesse per la letteratura, per l’egittologia, l’astronomia, e soprattutto per la musica (dal blues al jazz); aderii per un periodo all’Associazione degli Incisori Veneti per l’amicizia con Giorgio Trentin (1917-2013), frequentai, per vicinanza geografica Milano e i suoi artisti ed ebbi il sostegno del critico Mario De Micheli, che mi presentò in alcune mostre personali, ma fu soprattutto con la frequentazione e la partecipazione alle più importanti biennali internazionali che presi visione di un panorama grafico e incisorio che in paesi esteri godeva di una considerazione e di una valorizzazione sconosciute in Italia, anche a causa di pregiudizi e di una certa ignoranza. Fondamentali furono le amicizie maturate in quegli anni, nell’ambito dell’arte grafica, con Zoran Krzisnik (1920-2008), ideatore e presidente della Biennale di Lubiana e successivamente con Witold Skulicz (1926-2009), artista e deus ex machina della Triennale di Cracovia, con il quale collaborai nella cura e nell’allestimento di alcune importanti esposizioni di artisti italiani in Polonia e di autori polacchi a Cremona, che mi fu d’esempio nella organizzazione delle esposizioni e nei rapporti interpersonali con gli artisti.
DIVENIRE 1993,
puntasecca e bulino su plexiglas, mm. 500 x 350
Un’altra fondamentale e fraterna amicizia fu quella con il filosofo dell’arte Dino Formaggio (1914-2008), con il quale, in lunghe e settimanali passeggiate potei (insieme a Chiara) condividere idee e conoscere studi ed esperienze di una vita straordinariamente legata all’arte e alla filosofia.
Fu lo stesso Formaggio a spronarmi a proseguire in quella avventura che si chiama L’Arte e il Torchio, la Rassegna internazionale di incisione di Cremona che vide la luce nel 1999 e che quest’anno presenterà la 8ª edizione.
NEL LABIRINTO 1998-2003,
puntasecca, tecn. Goetz su plexiglas, mm.450 x 350
TUTTI PER UNO... 2003,
puntasecca su plexiglas, mm. 500 x 330























Il mio lavoro incisorio si è sviluppato attraverso periodi differenti con scoperte anche tecniche continue, determinate dalla curiosità di affrontare nuove dimensioni espressive., senza lasciarsi imprigionare dalla Forma perché essa è la peggior nemica dell’arte e della creatività, quando “cessa di essere un comodo indumento per l’uomo poiché si trasforma in un involucro rigido ed estenuante”, recitava Witold Gombrowicz (1904-1969), lo scrittore esule polacco, al quale mi sentii profondamente affine, sia per le idee sul piano esistenziale che per la carica ironica espressa nei suoi testi, al quale dedicai, nel 1996, una serie di incisioni, disegni luminosi e graffiti su cibachrome (tecnica inventata per l’occasione, che mi permise di “tradurre” nel segno i percorsi formativi ed evolutivi del testo), che furono oggetto di una mostra presso il Museo d’arte contemporanea di Radom (Polonia), nell’ambito del 2° Festival internazionale dedicato allo scrittore polacco nel 1997.
FOSSILI 2007,
rotelle e perforazioni su forex, mm. 700 x 500
GREEN REVOLUTION, 2009
rotelle e perforazioni su forex, mm. 500 x 350
















I disegni luminosi e i graffiti su cibachrome, oltre a qualche raro dipinto e alla costante produzione disegnativa, si situano tuttavia a margine di una attività creativa quasi interamente dedicata all’incisione calcografica.  Già le prime prove in stamperia presentavano immagini con prevalenza della figura umana, elaborata con scarna e primitiva gestualità (accentuata anche dall’impatto con la dura materia) attraverso l’uso di punte d’acciaio e trapani, sovente abbinati alla più materica tecnica Goetz e alla pirografia, successivamente ricondotta nell’ambito di una più meditata figurazione, per mezzo di ceremolli, pennarelli acido-resistenti, maniere nere su ferro granito a mordente e soprattutto puntesecche su plexiglas.
NELLA SELVA 2 2009,
puntasecca si plexiglas, mm. 455 x 350
Un caleidoscopio di immagini che esprimevano la mia ricerca di IDENTITÀ, di pari passo con la sperimentazione tecnica, una ricerca che è proseguita anche dopo il mio trasferimento a Cremona e l’unione con Chiara, con la quale le esperienze sono maturate in nuove visioni generate dalle puntesecche stampate su carte nere con inchiostri bianchi, argentei o colorati, dove i segni risplendono di luce facendo emergere le figure da uno sfondo notturno, o con l’utilizzo successivo (dal 1993) delle carte marroni e l’uso di doppie matrici (una per le luci e una per i neri) per dare plasticità e rilievo alle forme, un’idea generata dallo studio degli antichi disegni con rialzi a biacca, ma anche delle cinquecentesche xilografie a camaïeu e a chiaroscuro; e infine, dal 2006 ad oggi con l’uso di nuovi materiali come il forex, meno duro ma più duttile del
MAPPA 2, 2011
rotelle, perforazioni su forex,mm. 1000 x 490
plexiglas, trattato con rotelle di varie dimensioni, perforato e intagliato, stampato sovente a più matrici su carte nere di grandi dimensioni, in una serie ancora in fieri, intitolata “Black Forms”; si tratta di lavori in cui prevalgono l’immediatezza e l’emozione di forme più intimamente connesse con elementi archetipici della propria memoria inconscia che si trasformano, come si evolvono i concetti legati al pensiero; le interrogazioni sulla propria identità proseguono e aprono a nuove prospettive di comunicazione, di possibilità ancora sconosciute per tentare di lasciare i propri segni nel mondo, in una indissolubile unità di arte e vita.
Vladimiro Elvieri, 2015
FRAMMENTI IV, 2014, rotella, perforazione su forex, mm. 700 x 500