Riceviamo e pubblichiamo la
e-mail di un lettore intrisa di amarezza che riteniamo non necessiti di una
diretta risposta, ma si presta ad essere variamente commentata.
Il post “Auguri ricambiati”
mi ha fatto ricordare che il mio primo bigliettino augurale lo avevo stampato
in quaranta esemplari e che li avevo spediti tutti. Telefonini ed Internet non
erano neanche nell’immaginazione della più spinta fantascienza.
Il mio primo bigliettino
non aveva la sigla P.F. era un mio soggetto realizzato in piccolo con scritto a
mano un pensiero o un saluto per i quaranta destinatari che ritenevo lo
potessero apprezzare: i galleristi che mi seguivano, critici d’arte, poeti e
letterati, collezionisti, altri artisti… per curiosa e significativa
coincidenza tra costoro non c’era neanche un mio parente e mai ci sarebbe
stato, ma questo aprirebbe un discorso che porterebbe a divagare.
Negli anni successivi il
numero dei miei corrispondenti è variato, avendo da sempre l’abitudine di
annotare tutti gli esemplari delle tirature mi è facile ricostruire questa
“contabilità”, un anno ho realizzato una tiratura del P.F. di ottanta esemplari
(rigorosamente numerati e firmati, neanche a dirlo, ma comunque una quantità
del tutto risibile se paragonata al numero di “followers” di un qualunque
adolescente di oggi), invece non ricordo se sia stato qualcuno a mettermi la
pulce nell’orecchio e se si fosse insinuata da sola, fatto sta che ho avuto la
pessima idea di verificare chi erano quelli che effettivamente rispondevano ai
miei auguri e probabilmente non sospettavo la delusione che mi attendeva.
Le “categorie” dei miei
destinatari, elencate all’inizio, tornano utili perché nell’ordine quelli che
non rispondevano erano innanzitutto i sedicenti collezionisti seguiti da
critici e galleristi. Negli anni successivi ho iniziato a spedire gli auguri
soltanto a coloro che mi avevano risposto, finché ho deciso di realizzare il
mio P.F. annuale, ma di non spedirlo, e avrei risposto solo a coloro che mi
avessero inviato per primi i loro auguri.
La quantità di “contatti”,
per dirla come s’usa oggi, si è drasticamente ridotta e riconosco che anche il
piacere della corrispondenza si era ormai guastato, i “messagini” erano ormai
entrati a far parte della nostra quotidianità e presto si sono aggiunte le
e-mail.
Non intendo cavarmela
attribuendo tutte le responsabilità alle nuove tecnologie o all’orgogliosa
ripicca tra opposte vanità.
Al gesto disinteressato, al
piacere di donare fine a se stesso senza dover attendere nulla in cambio si
contrappone la possibilità che qualcuno nel ricevere quel bigliettino possa
addirittura ritenerlo un fastidio, così pare dalla lettera di un lettore,
pubblicata in uno dei primi numeri dello scorso anno dalla rivista “Grafica
d’arte”, che criticava i soggetti dei biglietti d’auguri, perché ritenuti
banali o fuori luogo. Nessuna delle risposte degli artisti che hanno voluto
replicare alla critica mi è parsa convincente, né io avrei saputo come
rispondere meglio, a parte aggiungere che anche i soggetti scelti da
galleristi, critici e collezionisti fanno sorgere grossi dubbi sul loro senso
estetico.
Questa mia sorta di seduta
di psicoanalisi si conclude qui e potrei anche assumermi la responsabilità che
con la mia piccola rinuncia ad incidere P.F. sto contribuendo al più generale
disinteresse verso l’incisione. Provo solo infinita costrizione e il calo di
entusiasmo è tale che mi risulta irritante, poiché lo ritengo ipocrita, quello
ostentato dal neo presidente “ ghe pensi mi” dell’ennesima associazione
fondata.
(e-mail firmata)