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martedì 2 febbraio 2016

CATALOGHI E NOTORIETÀ

A conclusione del fascicolo numero 12, autunno 2015, della rivista "InPressioni - colloquia graphica et exlibristica", pubblicata dall'Associazione C.F.P. "Eugenio Fassicomo" - Scuola Grafica Genovese, un ricordo appassionato di Franco Sciardelli firmato da Gian Carlo Torre è preceduto dall'ultimo scritto di Sciardelli su una lettera di Ansemo Bucci indirizzata a Carlo Petrucci allora direttore della Calcografia Nazionale di Roma.
Assolto al doveroso obbligo di citarne la fonte riproponiamo il breve testo di Franco Sciardelli, ricchissimo di spunti di riflessione, che non necessita di ulteriori considerazioni o precisazioni.

CARO PETRUCCI… TUO BUCCI

Nel dicembre del 1950 Anselmo Bucci aveva sessantaquattro anni e una fama di artista internazionalmente riconosciuta. Fu in quell'anno che la Calcografia Nazionale gli rivolse l'invito a presentare nella propria prestigiosa sede una mostra delle sue celebri incisioni.
A questo più che tardivo invito Bucci, con penna intima nell'acido, rispose scrivendo sui margini di un esemplare di "Taxi all’etoile", una puntasecca del 1914.

Originale presso la Collezione Mario De Filippis, Arezzo.
©ourtesy, "InPressioni", n°12 / 2015, pag. 28.

«Mio caro Petrucci, finalmente, finalmente mi hai fatto un vera benefizio, un piacerone, un invito che attendevo da unni, per non dire decenni. Si, se n’era forse parlato, così, vagamente. Ma tu me l'hai scritto, scritto sulla carta! Sono abituato a non sperare più in nulla; e a credere pochissimo o quasi nulla. Un invito a Roma! Pensa: Sono a Londra al British Museum, a Parigi al Louvre, al Camavalet, e al Jeu de Pomme - a Bruxelles, a Atene, a Tokyo, a Firenze, a Milano, a Torino, a Genova, a La Spezia a Trento, a Livorno e adesso ultimamente a Madrid e New York. E mancava (per le stampe) niente di meno Roma!
Casa vuoi che ti dica: questo mi affliggeva in segreto, ma perché chiedere, sollecitare? Diceva il nostro Giacomo: "A questi patti, non voglio gloria!" Ebbene si, ti ringrazio, verrò a Roma, per santificarmi e verrò a Roma con il mio rotolo di scartoffie. Tu me ne chiedi 60 o 70 bene stampate; ma io ne ho 600 o 700 ben stampate, anche in carta di Cina sottili come il velo di una sposa, anche in "Giappone" che stanno in piedi da sé. Vuoi che ci limitiamo al solo "Paris qui bouge" cinquanta acqueforti, cioè no, punte secche? Conosci ed hai la piccola pubblicazione di Hoepli, con testo di Orio Vergani? Se no, te lo mando. Ciao, Rispondi, tuo Bucci».

Era il giugno 1950, la mostra fu allestita quattro anni dopo: uno prima della morte dell'artista. l'esile cataloghino pubblicalo per l'occasione è a tutt’oggi il più esauriente repertorio della sua opera incisa. È stato autorevolmente scritto che "quando di un incisore si redige un catalogo - un vero catalogo e non una pubblicazione per fini meramente promozionali - significa che ha raggiunto uno spessore degno di considerazione nell'ambito della storia dell'incisione".
Questo "spessore" non l'avrebbero raggiunto maestri quali appunto Anselmo Bucci, Luigi Bartolini, e tanti altri sempre ammirati e ricercati da amatori e collezionisti. Di essi manca un vero catalogo ma ciò non sminuisce il loro valore.
Per quanto preziosi, non sono i cataloghi che certificano lo spessore di un artista, bensì le opere. Il resto può non arrivare o arrivare tardi, come la mostra di Bucci alla Calcografia nazionale. Certe carenze testimoniano semmai la pochezza di tanti studiosi e redattori.
Si narra che Bucci a guerra finita abbia voluto contribuire alla copertura in rame dell'antica chiesetta prossima al suo studio in Monza donando alcune sue lastre incise. A rendere più suggestivo l'aneddoto vi è che la chiesetta sarebbe quella all'ombra della quale, dice il Manzoni, «La sventurata rispose». Non è che un si dice. Fantasia. Speriamo non resti tale anche l'auspicio di un "vero" catalogo delle incisioni di Anselmo Bucci.

giovedì 28 maggio 2015

CHI L'HA VISTA?

«Dall'1 aprile al 7 giugno 2015, le Civiche Raccolte Grafiche e Fotografiche di Milano presentano la mostra “GEORGES ROUAULT – OPERE GRAFICHE. Catalogo iconografico” la più completa esposizione di opere grafiche mai presentata dell’artista francese Georges Rouault (Parigi, 1871 – 1958).»
Così inizia il comunicato stampa della mostra di Rouault allestita nelle sale Viscontee del Castello Sforzesco e non avendo particolari competenze per scrivere sull'artista mi limito a segnalare che la mostra merita di essere visitata aggiungendo che il catalogo è stato curato da Paolo Bellini con particolare attenzione alla lettura iconografica delle opere.




Ipercorso espositivo presenta 160 incisioni delle principali serie: Réincarnations du Père Ubu (serie completa), Miserere (serie completa), Cirque, Passion, le due serie dei Fleurs du Mal (in nero e a colori), Cirque de l’Étoile Filante, Souvenirs Intimes, Grotesques e alcune stampe sciolte a colori tra le quali la ben nota "Crocifissione".


L'ingresso alla mostra è libero e sebbene gli addetti alla sorveglianzza tengano conto del numero dei visitatori ho raccolto pareri contrastanti sull'affluenza: c'è chi sostiene che "Rouault" sia rimasto schiacciato tra Leonardo al Palazzo Reale e il nuovo allestimento museale per la Pietà Rondanini di Michelangelo, altri invece ritengono che ne abbia tratto beneficio.
in attesa di visitare il nuovo allestimento della "Pietà Rondanini"
Personalmente non conosco i dati reali di affluenza e probabilmente non li conoscono neanche coloro che hanno espresso le opposte valutazioni, tuttavia sono portato a credere che Rouault  abbia avuto comunque il "suo" pubblico a prescindere da altri eventi, più o meno, epocali presenti contemporaneamente in città.








Attesa(?) / Ingresso alla mostra di Rouault



A parte l'identificazione dei soggetti rappresentati, Georges Rouault non è un artista "facile", è come se il segno spesso che contorna le figure, oltre ad isolarle nello spazio figurativo che raramente si configura in un contesto ambientale, le allontani anche da chi osserva.

Le tre lastre originali biffate e le prove di stampa (solo del nero e a colori)
realizzate dallo stampatore M. Chiodini.

Rouault affronta le lastre delle incisioni calcografiche e le pietre litografiche con lo stesso metodo operativo: la realizzazione è lunga e tormentata più di quanto s'immagini,
Prova di stampa con "remarques"

solo l'occhio esperto riconoscerà le abrasioni e le sovrapposizioni, quel lavorio per modificare anche solo un piccolo dettaglio, inseguendo l'immagine  che l'artista ha in mente. Non è un caso che di alcuni soggetti sono presenti più stadi.










Ho visitato la mostra due volte: la prima volta, come capita spesso a chi visita una mostra di incisioni (oggi, sempre più spesso, non solo di incisioni) in un momento successivo al 
giorno dell'inaugurazione, aggirandomi solitario per gli spazi espositivi gustandomi in tutta 











serenità le opere esposte nell'allestimento standard delle sale Viscontee, con un'illuminazione che lasciava qualche sgradevole zona d'ombra.




Doppia versione dello stesso soggetto in nero e a colori in controparte

Le immagini fin qui postate si riferiscono a questa prima visita, ho rivisto la mostra con una visita guidata dal proprietario di tutti i fogli esposti e le immagini che seguono (di pessima qualità: "mea culpa") si riferiscono a questa seconda occasione.
 
Discussione tra L.T. e O.B.



L.T. illustra il soggetto preferito della sua collezione "Signore sei tu, ti riconosco".


Concludo questo post sottolineando che, come per la mostra bolognese su Klinger, anche questa ampia restrospettiva su Georges Rouault si deve ad un collezionista privato e a questo aspetto sarà dedicato il prossimo post.





venerdì 3 aprile 2015

IL SOGNO DI RAFFAELLO

L'attenzione delle riviste d'arte italiane verso l'incisione è praticamente inesistente. Sporadicamente se ne ricorda "Artedossier" (un precedente articolo lo avevamo commentato in un post del Dicembre 2012), nel numero 319, Marzo 2015, nella rubrica "Studi e Riscoperte", Francesca Di Gioia svolge una dotta lettura de "Il sogno di Raffaello" inciso da Marcantonio Raimondi intorno al 1508. L'articolo affronta l'incisione del "Bolognese" da un punto di vista esclusivamente interpretativo, non si addentra in questioni di tecnica e di “linguaggio”, ma individua interessanti riferimenti iconografici, pertanto ne segnaliamo la lettura arricchita di immagini di riferimento.



NUDE IN RIVA AL FIUME
di
Francesca Di Gioia

Se la fortuna critica di Marcantonio Raimondi, detto il Bolognese, si presenta in modo frammentario, ci raggiungono invece notizie per intero su un particolare momento della sua produzione grafica: quella delle stampe "d'après" Raffaello Sanzio. Tale attività si colloca cronologicamente negli anni romani del lavoro imprenditoriale del Baviera, con il quale Marcantonio collabora fattivamente in qualità di primo incisore. È grazie a questa impresa che nasce una bottega di incisori molto attiva nella Roma di Giulio II prima e di Leone X poi, a cui Raffaello "mamu propria" affida fogli da tradurre a stampa.
A raccogliere la fiducia incondizionata dell'Urbinate arriva a Roma il Bolognese, dopo una formazione a seguito de! maestro niellatore Francesco Francia, un breve soggiorno nella Serenissima e un passaggio da Firenze. È il concittadino Jacopo Ripanda, impegnato a Palazzo dei conservatori (Roma), a segnalargli la possibilità di ricevere commissioni prestigiose nella città che aveva già attratto a sé un altro bolognese, l'eccentrico Amico Aspertini che lavora in Campidoglio, gomito a gomito proprio con Ripanda. Arrivato a Roma, anche Raimondi non perde tempo e, dopo aver riprodotto a bulino un trionfo all'antica ispiralo al ciclo di Ripanda, viene chiamato da Raffaello. Grazie alla maestria tecnica e al suo indiscusso talento artistico, i fogli del Sanzio vengono tradotti dando vita a un'operazione sistematica di diffusione di modelli iconografici.

Marcantonio Raimondi, IL SOGNO DI RAFFAELLO, 1508 circa

Oggetto del nostro studio è la stampa Il sogno di Raffaello che la critica attribuisce agli anni vissuti da Marcantonio a Venezia e dunque a ridosso del soggiorno romano. IL sogno sarebbe "nato" da suggestioni lagunari, negli anni in cui Giovanni Bellini Tenta di metter fine al Festino degli dei per il camerino di Isabella d'Este e Giorgione è sui ponteggi del Fondaco dei tedeschi aiutato nell'opera da un apprendista cadorino, tale Tiziano Vecellio. Di quest'ultima impresa rimane un saggio di inestimabile valore, nel lacerto di affresco conservato a Venezia, noto come La nuda: delle Gallerie dell'Accademia, facente parte di un ciclo ormai perduto, terminato nel 1508 circa. Il pittore di Castelfranco Veneto, in quegli anni, aveva messo su tela La ninfa dormiente (delta anche La nuda) di Dresda, ultimata da

Giorgione e Tiziano, LA NINFA DORMIENTEOlio su tela, 1507-151 circa, 108,5×175 cm
Gemäldegalerie Alte Meister, Dresda

Tiziano tra il 1508 e il 1512, che ha legami strettissimi con la Nuda nel paesaggio incisa a puntinato da Giulio Campagnola, entrambi i pezzi mollo vicini alla sensualità femminea delle donne addormentate del Raimondi.

Giulio Campagnola, NUDA NEL PAESAGGIO, 1482 circa

La stampa di Marcantonio dunque si colloca a contatto con quest'ambiente e con un altro stimolante snodo artistico che si viene a creare nel primo decennio del Cinquecento tra Giorgione, negli anni della maturità, Dürer al tempo del suo secondo soggiorno veneziano, e Jacopo de' Barbari, misterioso artista che si firma con il caduceo, simbolo mercuriale ed esoterico per eccellenza. Uno stimolante spunto nasce mettendo a confronto le opere che si pongono ai vertici di questo "triangolo alchemico" e che sono le Nude di Giorgione, la stampa con Il sogno del dottore di Dürer e  
Albrecht Dürer,IL SOGNO DEL DOTTORE, 1498 circa
Jacopo de' Barbari
LA VITTORIA E LA FAMA, 1498
















l'incisione a bulino con La Vittoria e la Fama di Jacopo de' Barbari. In particolare, quest'ultima sembra essere una versione "all'impiedi" delle due donne dormienti sulla riva del fiume immaginate dal Raimondi, al quale sarebbe toccato l'ingrato compito di ruotarle di novanta gradi in senso antiorario, di adagiarle lievi su di una sponda e di coprirne qua e là le nudità; la soluzione formale adottata è la medesima. Oltre a questa stampa nella produzione grafica del de' Barbari si trovano altri esemplari affini alle nude dormienti. È questo il caso per esempio della Vittoria adagiata tra i trofei che ripropone la stessa posa discinta che utilizza il Raimondi per la sua musa pensata però in controparte.


Jacopo de’ Barbari, VITTORIA ADAGIATA TRA I TROFEI, 1498 circa


Un suggestivo confronto stilistico si pone anche tra la nostra stampa e una delle tavole xilografiche della Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna, raffinato prodotto letterario di
ambito umanistico, editato a Venezia per i tipi di Aldo Manuzio nel 1499, raffigurante Polifilo che visita con Polia il palazzo di Venere. In questa tavola la dea dormiente appoggiata su un fianco, seminuda e ammirata da un satiro, ha stringenti legami anche col Sarcofago Mattei di età severina (220 d.C. circa) di cui daremo cenno. A tal fine proponiamo qui, non senza certezze iconografiche, una traccia formale ben leggibile a fronte della stampa remondiana. Da questa poi si farà riferimento anche a un probabile tema ispiratore del soggetto della nostra stampa.


Copia del SARCOFAGO MATTEI,220 d.C. Museo della civiltà romana, Roma.

Per quanto riguarda l'opera di Raimondi rispetto al Sarcofago Mattei, il legame tra i due nasce dall'osservazione della scena con Marte e Rea Silvia sulla parte destra del fronte di quest'ultimo murato lungo lo scalone di palazzo Mattei a Roma (i fianchi del sarcofago sono conservati nel Museo Pio Clementino dei Musei vaticani e contengono due raffigurazioni: i gemelli allattati dalla lupa e il Tevere). Sul fronte del sarcofago la vasca decorata ad altorilievo presenta l'incontro tra Marte e Rea Silvia che, sorpresa nel sonno, una volta concupita dalla divinità resterà gravida dei gemelli Romolo e Remo. La vestale, per giacere con Marte, avrebbe lasciato la guardia del sacro fuoco del tempio, divenendo "rea" dell'incendio divampato per incuria e di aver disobbedito al voto di castità.

Nel rilievo e nella stampa remondiana sono  presenti diverse figure in pose sovrapponibili: Venere a destra e Tellus sdraiata si affrontano nella composizione marmorea, mentre nella stampa le due donne si pongono in posa speculare con il fiume che corre indisturbato tra le due sponde della città. Le annotazioni formali si rivelano stringenti nelle raffigurazioni femminili che mostrano, in ambo le prove, un ventre scolpito e fianchi generosi, un busto ampio con vita stretta e seni piccoli ma torniti; analogie che riscontriamo anche nella capigliatura raccolta tutt’attorno alla testa che si libera sulle spalle con un cascarne di composti boccoli nelle donne scolpite e incise.

Nell'incisione si potrebbe persino ipotizzare la presenza di Marte in una versione allegorica, nei panni di un mostro alato (il moscone in primo piano) dal chiaro simbolismo fallico che volge dritto verso Silvia (la donna che è di fronte) pronta ad accoglierne il fecondo seme.


Del sarcofago in oggetto esiste un disegno eseguito dalla bottega di Pisanello tra il 1431 e il 1432, che ne testimonia una circolazione in area padana, in piena temperie 
Pisanello (bottega),
FIGURE DEL SARCOFAGO MATTEI,
Pinacoteca Ambrosiana, Milano
rinascimentale come dimostrerebbe il legame iconografico con la Nuda del Campagnola e le "nude riflesse" del Raimondi. Ciò attesterebbe probabilmente la presenza dello stesso fronte marmoreo nella disponibilità degli artisti del tempo, ancor prima che entrasse a far parte della collezione Mattei della Villa celimontana al Celio. Inoltre l'incisore bolognese non è nuovo a queste imprese legate alla traduzione a stampa di sarcofaghi antichi e le connessioni tra l'arte del Raimondi e i rilievi del mondo classico sono ormai del tutto acclarati dalla critica. I riferimenti del Sogno di Raffaello al Sarcofago Mattei sarebbero un altro tassello a comprova della consapevolezza nell'uso degli stilemi classici traslati nella semantica rinascimentale, operata dal Raimondi nella sua produzione grafica.

A questo punto, forti del confronto iconografico con il Sarcofago Mattei, si potrebbe proporre un'analoga trasposizione anche per il soggetto e pensare dunque alla leggenda fondativa di Roma "narrata" dal Raimondi. Il bolognese forse ha voluto rendere omaggio alla gloriosa storia dell'Urbe, giunto ormai nella capitale ma avendo ancora negli occhi il tonalismo veneziano e il classicismo padano, e "sognando" Roma, nuova Troia.

Artedossier 319, Marzo 2015, pp 64 - 69. Giunti Editore, Firenze

giovedì 11 dicembre 2014

MAX KLINGER

UNA VITA, foglio 12 Declino 1884, acquaforte part.

Riflessione oziosa durante la visita della mostra su Klinger a Bologna:
Da cosa dipende l'importanza di una mostra?
Da come è organizzata e allestita o dal valore dell'artista presentato?
È ovviamente preferibile che ad essere "curata" fosse la qualità di ambedue gli aspetti, ma...



Sono due le mostre, attualmente allestite in Italia, che vedono la presenza di Max Klinger.

UN GUANTO, foglio 9 Rapimento 1881 acquaforte e acquatinta 119 x 269
Qui ci si riferisce alla mostra di Palazzo Fava a Bologna che chiuderà il 14 Dicembre, l'altra "Incubi nordici e miti mediterranei, Max Klinger e l'incisione simbolista mitteleuropea" è allestista a Colonnata, presso lo "Spazio delle arti - La Soffitta", a cura di E.Bardazzi, G. Ballerini e M.D. Spadolini, fino al 18 Gennaio 2015.


MAX KLINGER 
L'INCONSCIO DELLA REALTÀ











La mostra “Max Klinger. L’inconscio della realtà” nasce dalla generosità e dalla sensibilità della professoressa Paola Giovanardi Rossi che, nel 2011, ha deciso di dare in comodato alla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna l’intera sua collezione di 116 incisioni del grande artista tedesco (Lipsia 1857- Groβjena  1920), costituita nell’arco di 25 anni.
Klinger realizzò in tutto quattordici "opus", così amava chiamare le sue serie di incisioni in analogia con le composizioni musicali, in mostra vi sono otto cicli completi che comprendono i fogli più famosi: Eva e il futuro (1880); Intermezzi (1881); Amore e Psiche (1880); Un guanto (1881); Una vita (I884); Drammi (1883); Un amore (1887); Quattro paesaggi (1883).
Inoltre, per valorizzare ulteriormente la figura di Klinger sono esposti anche un dipinto (Tre donne nel vigneto, 1912), due sculture in bronzo (Cassandra, 1895-1903 ca, e Busto di Elsa Asenijeff, 1899-1900) provenienti dalla Collezione privata Siegfried Unterberger di Merano e un pastello (Ritratto di signora, 1915) prestato da un collezionista privato, per un totale quindi di 120 opere in mostra.

La mostra, dichiara Francesco Poli curatore insieme alla professoressa Giovanardi, "... ha un’articolazione espositiva impostata principalmente sulla scansione, lungo le pareti, dei gruppi di
incisioni degli Opus, in modo che ogni serie possa essere vista (e “letta”) come una “costellazione” autonoma ma anche, allo stesso tempo, come una parte funzionale alla variegata partitura dell’opera complessiva di Klinger, evidenziando con la massima chiarezza possibile la sua affascinante e inquietante visione artistica in bilico fra il mondo delle visioni interiori e quello della realtà.”



In questo abbozzo di recensione mi limiterò a riportare le mie impressioni sulla mostra in sé,  non azzardo il tentativo di commentare l'opera di Klinger che può contare su prestigiosi saggi, da quello di De Chirico pubblicato in "Il Convegno" nel 1920 in occasione della morte de maestro di Lipsia, ai due validi testi in catalogo firmati dagli stessi curatori; particolarmente utili le osservazioni iconografiche e iconologiche di Francesco Poli sui diversi cicli.
Diciamolo subito brutalmente, come accade ormai sempre più spesso, il catalogo appare meglio curato della mostra.
Gli esemplari esposti sono tutti di splendida qualità di stampa con le loro cartelle originali, malamente presentate all'inizio del percorso espositivo, peccato che le buone intenzioni sulla "leggibilità" siano praticamente vanificate.
L'uniformità delle cornici insieme alla ordinata disposizione lineare assicurano rigore all'impaginazione della mostra, ma non può bastare neanche se l'illuminazione è adeguata, infatti l'illuminotecnica, riuscendo ad equilibrare le incisioni esposte con gli affreschi dei Carracci, è l'aspetto più curato di un allestimento che si limita ad appendere al chiodo i quadri e che avrebbe meritato qualcosa di più.

Le opere disposte su doppia fila hanno sempre la letale conseguenza di risultare troppo in alto quelle della fila superiore e troppo in basso quelle della fila inferiore, se poi ad essere collocate a due metri di altezza sono incisioni da dieci centimetri...: altro che "leggibilità".
Solo il possesso personale può consentire l'orgasmo di avere il foglio tra le mani, nel caso della pubblica fruizione si dovrebbe comunque assicurare la visione, seppur protetta, a distanza ravvicinata che è il solo modo per apprezzare l'incisione di piccolo e medio formato. Ricordo una mostra su Piranesi alla Fondazione Mazzotta di Milano in cui tutte le stampe, accostate alle lastre originali, erano corredate da una lente di ingrandimento.
Non sono sicuro che quelli della fondazione CaRiBo siano consapevoli del "tesoretto" affidatogli, forse è già tanto che si siano decisi ad esporlo e a finanziarne la pubblicazione, ma queste sono solo le considerazioni emotive di un appassionato incompetente che pretenderebbe di vedere anche le incisioni sempre valorizzate al meglio.


lunedì 22 settembre 2014

IL TEMPO NELL'ARTE *

Signore e Signori,

Vi è senza dubbio, in questa esposizione degli Indipendenti, dove ci troviamo, più di un'opera che durerà, che sarà eterna o quanto meno, secondo l'espressione consacrata, che «si farà beffe dell'insulto del tempo». Che resti tra noi, l'espressione consacrata non è eccellente, e non si vede come un quadro possa piegarsi dal ridere fino a far saltare la tela e rompere i lacci al fine di prolungare la propria durata. Comunque sia, far sì che la propria opera sia fuori dal tempo, credo che questa sia l'ambizione dell'artista, che si tratti di un pittore, di un letterato, di uno scultore, di un architetto o di un musicista. Ora, poiché per le sue creazioni l'arte non ha migliore attestazione di merito se non l'affrancarsi dal tempo, forse non è ozioso esaminare quale sia il rapporto che il tempo intrattiene con l'arte.
Tutte le arti attingono al tempo la materia che trattano. Come è noto, vi è una sola differenza tra le arti plastiche - pittura, scultura - e la letteratura, almeno secondo quanto insegnano i professori di filosofia. Si tratta del fatto che la letteratura ha l'obbligo di far sfilare in successione e uno per uno gli oggetti che descrive: se un romanziere intende parlare, ad esempio, di un uomo, dì una pecora e di un albero, non li presenterà simultaneamente a lettore, bensì uno dopo l'altro, ovvero quest'uomo, quest'albero e questa pecora. Per converso, in un quadro lo spettatore abbraccia con un colpo d'occhio un numero di oggetti simultanei tanto grande quanto al pittore piacque metterne insieme.
Pertanto il quadro o la statua colgono e fissano un momento della durata. Scelgono un movimento tra i movimenti, naturalmente il più plastico, lo immobilizzano e lo circondano di accessori che erano, nel corso del gesto, alla portata del gesto stesso, e lo completavano. La leggenda della moglie di Loth non è altro, secondo ogni evidenza, che l'invenzione della prima statua. L'Eterno ha operato, in quella circostanza, come un vero artista: ha scelto, per fissarla, la posa che avrebbe svelato l'emozione più intensa, dunque la più estetica: quella della donna divorata dalla curiosità, da un timido desiderio e dalla disobbedienza e dal terrore improvviso di fronte all'incendio di Gomorra. Allora l'Eterno ha detto: «Attenzione, non muovetevi!».
Se la statua di sale non si è conservata per arricchire i musei moderni, molte scene di epoche trascorse, più o meno altrettanto antiche quanto quest'avventura della moglie di Loth, hanno fornito temi all'estro dei pittori o dei romanzieri. La ricostruzione storica è sempre stata motivo di seduzione, come pretesto per delle opere d'arte. Il colore particolare o la forma bizzarra dei gioielli antichi affascinano il pittore, come le parole delle età scomparse sembrano allo scrittore tanto più sonore ed espressive quanto più risultano incomprensibili, perfino a lui. Egli interpreta che il loro senso si è scurito nella notte dei tempi.
Alla questione della ricostruzione o, come dicono alcuni, della verità storica, mi sembra che si possa rispondere con grande semplicità, basta ricordare un quadro noto e ammirevole, La strage degli Innocenti di Brueghel il Vecchio.

Brueghel il Vecchio, La Strage degli Innocenti, olio su tavola 109,2 x 154,9. Royal Collection, Hapton Court.
Di questo quadro, l'originale di trova a Vienna, ma se ne può ammirare una copia meticolosa di Brueghel il Giovane al museo di Bruxelles. La scena rappresentata si svolge, com'è noto, al tempo di Erode, all'incirca duemila anni or sono. L'artista non si è dato pena di cercare quali fossero le divise e i dettagli delle divise dei soldati di Erode duemila anni or sono. Ha semplicemente illustrato il fatto: una soldataglia che massacra dei bambini. Come sfondo, non ha cercato altro che le strade di una città fiamminga che conosce bene; con una sublime mancanza di vergogna, ha steso sulla sua tela un cielo brumoso del nord e un tappeto di neve. Mercenari, con la loro lama, infilzano al suolo freddo i marmocchi riversi. Madri e padri col capo chino supplicano il borgomastro, che incede a cavallo circondato da alabardieri. Certi militari che hanno lavorato abbastanza o vogliono ritemprarsi un po', bevono seduti su panche, davanti a una locanda. Il terrore considerevole di un marmocchio in fasce, brutalmente strappato alla madre, lascia tracce sulla neve. Queste tracce orrorose riescono gioiose allo spettatore, perché siamo al paese delle kermesse. Una donna ha trovato rifugio in una casa insieme ai suoi figli, e i soldati sfondano la porta con il calcio dei loro moschetti.
Moschetti o fucili al tempo di Erode, ebbene, non mi pare che vi siano inconvenienti particolari. Brueghel ha rappresentato lo sfondamento di una porta con il calcio di un fucile, perché ha ritenuto che il calcio di un fucile fosse lo strumento più adatto alla bisogna. I soldati di Erode non avevano fucili? Che importa, avrebbero dovuto averne. In un caso simile, poiché siamo di fronte al genio del pittore, è il pittore che ha ragione.
Allo stesso modo, gli antichi incisori su legno rappresentano cannoni all'assedio di Troia: forse che le loro opere guadagnerebbero di molto se vi avessero rappresentato della catapulte? I pittori gotici raffigurano, nelle loro crocifissioni, ai piedi della Croce, nelle sembianze delle Sante Donne o degli Apostoli, i committenti del quadro, loro contemporanei, e i notabili della città si compiacciono della rassomiglianza dei loro amici. Questo non ha forse lo stesso valore del tentativo di avventurarsi a ricostruire la fisionomia dei personaggi della leggenda sacra che non hanno mai visto?
Non v'è dubbio, per concludere in merito al quadro di Brueghel, che ogni pittore moderno, beninteso se il suo genio è pari a quello dell'antico maestro, potrebbe realizzare il medesimo orrore tragico supponendo una Strage degli Innocenti ai giorni nostri e ovunque gli piaccia, sulla Place de l'Opera, ad esempio. Qualche brigata centrale non sarebbe forse più malvagia, o meno malvagia, degli alabardieri del pittore fiammingo. Si obietterà che le uniformi degli antichi mercenari erano più ricche di colori e più pittoresche. Ma non vi è forse colore ovunque il pittore sappia vederlo?
Il massacro dei bambini si rinnova peraltro, a grandezza naturale, in tutte le guerre, come nella più recente. E uno degli sport preferiti del militare sistemare, come un bersaglio, i bambini sul seno della madre per poi staccarli a colpi di fucile. Il tiratore sarebbe naturalmente squalificato se colpisse la madre, il che prova che nell'esercito è sempre viva l'antica galanteria francese.
Osserviamo, dato che ci troviamo a parlare di gesta militari, come i romanzi storici di Sienkiewicz, il romanziere polacco, sono molto più interessanti del tanto celebrato Quo Vadis. Semplicemente, Sienkiewicz ha descritto nei romanzi eroici fatti che se non sono contemporanei almeno non necessitano sforzo alcuno di ricostruzione. Stanislas Podbipieta, il boia che si affligge per tre teste allineate e il signor Zagloba, il buon bevitore, sono dei polacchi piuttosto simpatici.
Un argomento in favore della ricostruzione storica, tuttavia, vale la pena di esaminarlo: si da il caso che un certo mobile, uno strumento o un'arma antica inducano un romanziere a modificare la descrizione, o un pittore la composizione, di tutta una scena. Rammentiamo l'immagine strana e molto bella che abbiamo trovato nelle rivelazioni mistiche di Catherine Emmerich; il testo dei Vangeli dice, credo, che la testa di San Giovanni Battista fu portata non su un vassoio, come si traduce di solito, bensì letteralmente: su un disco, in disco. Catherine Emmerich interpreta che la testa fu portata su una specie di cesoia circolare a forma di disco, strumento mostruoso, che era servito a tagliarla.
Ma osserveremo che è l'immaginazione di Catherine Emmerich ad aver suggerito l'idea di quell'arma fantastica. Bisogna passare in rivista un certo numero di utensili dei tempi antichi per scoprirne qualcuno che sia davvero diverso dai nostri. Gli indiani, i greci e i romani avevano, nessuno lo ignora al giorno d'oggi, cappelli, sandali, abiti e parapioggia, o almeno parasole, piuttosto simili a quelli del nostro XX secolo, e cos'altro faceva la Fortuna, sulla sua ruota, se non andare in monociclo?
E possibile, certo, che tuttavia oggi si attribuisca agli utensili di quelle genti, piuttosto simili ai nostri, un uso del tutto diverso. Ne abbiamo la prova ogni giorno - non certo a proposito di oggetti antichi, bensì di oggetti esotici - con la paccottiglia del Giappone. Vi sono tazzine giapponesi che ci sembrano fatte apposta per mettervi la cenere delle nostre sigarette. Nient'affatto. In Giappone si usano per bere il sakè, che è una specie di alcol, non molto forte peraltro.
Un'obiezione più seria sarebbe questa: vi sono civiltà, mode e oggetti scomparsi, come sono scomparsi gli animali preistorici. E importante che l'arte sia documentata se vuole riprodurre gli ambienti perduti. Nella civiltà contemporanea, un cittadino di Parigi non ritroverà le emozioni del suo avo delle caverne, in lotta con il grande orso, il mammut o il rinoceronte dell'età della pietra. Ma queste emozioni, non le hanno forse provate tutti aspettando al varco, ad esempio, imboscati, nei pressi di una capanna all'uopo prevista come per la caccia in palude, il passaggio di un omnibus? Quale disperazione non ci ha colmato quando il cornac dell'omnibus ha fatto proseguire quel grosso animale tirandolo per la coda, che in effetti è molto simile a quella di un elefante? L'animale emette un grido discordante, da ogni punto di vista simile a quello dell'anatra o dell'ornitorinco, e fugge mostrando la sua scontentezza con un raggrinzamento della sua pelle posteriore, blu come quella di certe scimmie e fosforescente di notte, cosparsa di striature bianche che rappresentano perfettamente la grafia della parola: completo.
Insomma, l'opera d'arte fa perfettamente a meno della nozione di tempo: la preoccupazione di ricostruire un'epoca non ha altro effetto se non quello di ritardare il momento in cui essa si affrancherà dal tempo, cioè sarà eterna nella gloria. Se si vuole che l'opera d'arte divenga eterna un giorno, non è forse più semplice, liberandola dai lacci del tempo, renderla eterna già adesso?

Alfred Jarry

Le Temps dans l'art
conferenza tenuta a Parigi l'8 Aprile 1902 presso la Societé des artistes indépendants, e pubblicata per la prima volta nei «Dossier du Collége de pataphysique» n° 3, 1958, pp. 5-20.

domenica 3 novembre 2013

IL COLLEZIONISTA DI STAMPE


Nel corso della preparazione del post sull’opera di Lanfranco Lanari si era pensato alla possibilità di prendere in considerazione, oltre all’attività degli artisti e ai commenti dei critici, anche il particolare punto di vista dei collezionisti.
Abbiamo iniziato col chiedere proprio a Lanari una considerazione sui suoi interessi di collezionista ai quali si faceva cenno proprio nel post dedicato alla sua attività di incisore e lo ringraziamo per l’interessante riflessione che ci ha inviato accompagnandola con le riproduzioni di alcune opere della sua collezione.
Il testo  ci sembra piacevole e misurato. Lanfranco Lanari nel ripercorrere alcune tappe del suo percorso di collezionista è riuscito a raccontare anche un po’ sé stesso e la scelta delle opere da presentare è ricaduta non sulle più importanti che sono anche le più note a tutti, ma su alcuni soggetti interessanti anche per le modalità con le quali ne è venuto in possesso.
I lettori che fossero interessati a sviluppare tale tematica possono contattare la redazione del blog.


LA MIA COLLEZIONE DI INCISIONI
La mia collezione di incisioni è iniziata nell’’87 durante il primo viaggio a Parigi (in una delle bancarelle sul lungo Senna, ormai scomparse, che vendevano libri e stampe d’epoca) una calco ottocentesca, un bellissimo tucano stampato in quattro colori. Più che l’inizio di una mania, salutare mania che attualmente conta circa 3000 fogli dal 500 ad oggi, voleva essere solo un souvenir. Nei successivi viaggi ho sempre cercato mercatini e negozi di stampe. Solo in Australia, Cina, Spagna e a Londra non ho trovato stampe allettanti o abbordabili.
  
Agostino de musi detto Agostino Veneziano, ARRAMPICATORI da Michelangelo, bulino 1524

Durante il terzo viaggio a Praga in un sottoscala/bottega di un vecchio scaltro venditore ho scovato tre bulini, uno dei quali di Agostino Veneziano:al tempo non ne sapevo nulla ma si trattava degli "arrampicatori" da Michelangelo. Credo sia un foglio rarissimo tanto che non è presente nei maggiori gabinetti di stampe, neppure al British Museum di Londra.
Ridotto male, con mancanze e una lieve quadrettatura a china per eseguirne una copia, ma in tiratura magnifica, il primo vero innamoramento per cosa "inanimata".

Jacopo Carraglio, LA FURIA, bulino 1520/39
La "furia" del Caraglio è tra le predilette, rara, bellissima nella sua orrorifica allegoria torna in Italia dalla Germania, un buon affare tramite e-bay.
Per sette dei miei dieci Rembrandt è stato sufficiente spostarmi di 40 km e arrivare a Fano. Quattro li ho pagati poche decine di migliaia di lire perché non firmati in lastra, grandi colpi di fortuna ma anche il frutto di studio sui repertori e dell’intuito. 

Rembrandt, LA CIRCONCISIONE NELLA STALLA, acquaforte 1654
Questi quattro fogli vengono da un grande magazzino di stampe di Parigi che contava decine di migliaia di importanti fogli da collezioni diverse, una sorta di paradiso, svenduti dall’erede ad uno scontroso ma simpatico venditore da Bagnacavallo. Da lui ho acquistato altre centinaia di belle incisioni a prezzi molto ragionevoli.

Albrecht Durer, ELMO CON GALLO, bulino 1503
Sempre a Fano ma da un amico venditore dell’urbinate mi è stata proposta l’"elmo con gallo" di Dürer. Creduta una magnifica copia del Wierix, una volta a casa l’ho confrontata con i cataloghi e ho avuto la gioia e la certezza che fosse del più grande bulinista di sempre: Dürer.

Giorgio Ghisi, APOLLO E LE MUSE, bulino 1557

Dall’Olanda gli ultimi due Giorgio Ghisi, mantovano del 500 del quale amo le atmosfere sospese metafisiche: "la calunnia" e " Apollo e le muse" molto rare in terzo e primo stato ambedue coeve ,stampate nella sua bottega magari da lui.
Di Luca di Leida, il più amato dopo Rembrandt e Dürer, incisore raffinatissimo e profondo, forse è leggenda ma usava mescolare all'inchiostro pagliuzze d'argento. Ho trenta suoi bulini quello a cui tengo di più è arrivato da un mese dalla Germania "la creazione di Eva", una poesia.

Luca di Leida, LA CREAZIONE DI VENERE, bulino 1524
Di Federico Barocci da Urbino "il perdono d’Assisi" una prima variante di due del primo stato, nerissima a scorrerci il polpastrello si sente lo spessore dell'inchiostro. In occasione della mia personale da poco terminata ho più volte rivisto il dipinto da cui deriva, conservato nella Chiesa di San Francesco in Urbino.
Anche l’autore è lì a fianco del Santi (padre di Raffaello), ho badato a non calpestarne le lapidi. Del Barocci non riesco a capire alcune cose: sono conosciute quattro incisioni, eseguite in tempi diversi e tutte di livello altissimo sembrerebbe non abbia pagato alcun noviziato. Solo quattro lastre e ha rivoluzionato la tecnica dell’acquaforte in pratica appena sfiorandola, ritenendo presto conclusa l’esperienza delle morsure multiple.
Del Callot una stampa forse la più importante e tra le più rare, che presuppone un particolare tipo di viaggio, quello che saltimbanchi, merciai, truffatori e visitatori allora e oggi anche se con minori difficoltà, affrontavano in occasione delle fiere. La fiera dell’Impruneta, nella versione di Nancy, grande animatissimo foglio vi hanno contato 1138 figure umane e più di un centinaio di animali, alcuni di pochi mm, ma tutti perfettamente dettagliati.
Concludo con una piccola molto affascinante incisione "la Pera del Bando" di Canaletto, con la lente, rivivo a fianco di popolani e nobili in trine e tricorno una luminosa giornata nella Venezia del settecento a Piazza San Marco.

Antonio Canal detto Il Canaletto, LA PERA DEL BANDO, acquaforte 1740/42
Alcune precisazioni sul mio modo di collezionare: ho potuto dedicare a questo interesse quanto ricavato dalla vendita delle mie opere e ritagliando il "surplus", sempre più magro, dallo stipendio. Nella scelta mi sono sempre affidato all’emozione trasmessa e al gusto, apprezzando sopratutto le capacità creative, ma spesso anche le sole qualità tecniche.
Ho guardato con un po' di attenzione gli autori marchigiani, i soggetti con mostruosità, diavoli fantasticherie mi hanno sempre stuzzicato, ma sostanzialmente non prediligo tematiche precise se non negli ultimi anni in cui cerco soggetti e autori al femminile.
A volte ho anche affrontato il restauro e la ricostruzione di piccole mancanze di alcuni tra i fogli meno importanti e dai difetti meno impegnativi, ottenendo anche buoni risultati.
La collezione è in catalogazione da qualche mese: sta provvedendo un giovane amico con la stessa passione, incontrato pochi anni fa in un mercatino.Io non ne avrei mai avuto il tempo, né ho le sue capacità di ricerca e navigazione nel web.
Tra non molto potrò condividere la collezione riguardante il 500 / 600 / 700 anche nel web.
Lanfranco Lanari, Agosto 2013
BIBLIOGRAFIA
Da Dürer a Goya. Incisioni di Antichi maestri da due collezioni private marchigiane. Accademia Raffaello, Urbino 2003.

Lanfranco Lanari, Su internet alla caccia di immagini (e magari acquisti), “L'occhio nel segno” supplemento al 71 di Grafica d'arte, Milano 2007.