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giovedì 14 luglio 2016

XY SECONDA PARTE: GRANDE ARTISTA / VERO ARTISTA

Un artista è un artista qualunque sia il mezzo espressivo adottato.
Così dovrebbe essere, ma così non è, forse perché sono artisti anche il clown del circo, il musicista, l'attore e il suo truccatore (make-up artist) ecc… ciascuno tende a distinguersi specificando, nel campo delle arti figurative, se è video-artista, artista performativo, street-artist… oltre ai tradizionalissimi, e ormai superati, pittore, scultore… quindi se c'è bisogno di precisare che l'artista in questione è un incisore s'intende già che è fuori da ogni logica del sistema dell'arte contemporanea dove, per inciso, il clown del circo come artista, rispetto a un incisore, riscuote più credito.
Ritengo superfluo chiarire la differenza tra "fare" l'artista ed "essere" artista", qui provo ad affrontare l‘aspetto dell'essere e l'idea di artista che si può dedurre da un manuale scolastico di Storia dell'Arte o dal catalogo di una mostra o visitando un museo… è quella del genio creatore di capolavori assoluti.
Questa stessa idea trasposta ai nostri giorni, nel cosiddetto "sistema dell'arte contemporanea", ha il suo equivalente nell'"ArtiStar", cioè l'artista affermato, di successo, ben noto, con un stuolo di collaboratori che realizzano le sue opere e che fa soldi a palate.
Chiunque non sia arrivato al successo è considerato un artista fallito, ovvero non è un artista.
Questa è una concezione che potremmo definire "esclusiva" alla quale si potrebbe affiancare, se non contrapporre, una concezione "inclusiva" cioè un'idea molto più larga di arte e di artista.
Non è questione da poco definire se le arti sono solo quelle canoniche della tradizione e dell'innovazione o non abbiano pari legittimità anche le cosiddette arti minori e anche arti stravaganti mai sentite fino al punto di comprendere qualunque attività.
Il problema che si poneva nel post precedente e al quale provo a dare una mia risposta è se si può essere considerati artisti (veri artisti) anche senza aver raggiunto il successo.
Quando dico "essere considerati" intendo un riconoscimento sociale o pubblico, perché nel proprio privato ciascuno può ritenersi superiore a Picasso, l'esempio non è casuale perché misurarsi, per esempio, con Michelangelo qualche dubbio lo pone anche al più presuntuoso degli hobbysti.
Quando una inclinazione viene perseguita fino all'estremo possiamo definirla, anche in senso psicopatologico, una mania e pertanto, in questo strampalato tentativo di ri-definizione possiamo considerare l'arte come una mania e l'artista come un maniaco.
La mania del vero artista non è semplicemente una mania occasionale come per i "sani" dilettanti.
Dilettanti sono tutti coloro che esercitano l'arte in momenti di intervallo della loro vita quotidiana. Il fatto che alcuni possano continuamente, sul luogo di lavoro, in famiglia, quando fanno la spesa… rompere i coglioni al prossimo vantando l'ultimo lavoro realizzato o la mostra in programma… non li riscatta.
Al vero artista, che sia un vero maniaco, interessa solo l'esercizio della sua arte, gli importa "essere" all'opera e non l'opera che invece è l'interesse prioritario di chi "fa" l'artista. L'opera, per l'artista che "È" artista, se mai si realizza è solo un sottoprodotto della sua mania, una secrezione, anzi non è necessario che vi sia un "prodotto" che possa essere visto e ammirato, che contabilizzi i “Mi Piace” su Facebook, perché l'artista può esercitare in segreto, può "essere" ignoto e invisibile, indifferente all'avere un pubblico.
Lo spettacolo pubblico (s'intenda la mostra personale, la partecipazione alle Biennali e/o il post su FacebooK) è un aspetto aggiuntivo al puro esercizio dell'arte; è, caso mai, compito del gallerista o del mercante che ne fanno un'attività redditizia, ma dal punto di vista dell'artista il riconoscimento del pubblico e della critica è un fatto esterno. L'artista, il vero artista, e non importa in quale campo, è tutto rivolto a sé stesso. La sua arte non si esercita in un momento di intervallo della sua vita perché non c'è soluzione di continuità tra arte e vita, perché non c'è un'altra vita, né famiglia, amicizie, divertimenti… non c'è un riposo dall'arte perché non c'è fatica, né prestazione d'opera rispetto ad un committente o gallerista o mercante o spettatore. L'arte aderisce all'artista come il canto e il volo agli uccelli o il nuoto ai pesci… che sono tutte manifestazione della loro piena vitalità e non un'esposizione di abilità "artistiche".
Il comportamento istintivo di una specie animale è l'ideale di una vita d'artista, tutto quello che ogni vero artista vorrebbe essere ed è.
Attenzione voi che vi siete, più o meno, riconosciti in questo profilo, abbiamo definito il supremo ideale di perfezione dell'artista che essendo uomo nutre l'eterna insoddisfazione di non essere animale e forse non riuscirà mai ad esserlo (Bestie sì, purtroppo esistono anche tra gli uomini). Da questa osservazione e considerazione di sé stessi nasce la consapevolezza dei propri limiti e la sensazione di non essere capiti che non toccherà mai un animale che invece non si preoccupa certo di poter o voler appartenere ad un altra specie.

venerdì 1 luglio 2016

XY: UNO STRANO CASO, ANZI BANALE*

* In questo post ogni riferimento a persone realmente esistenti
o a fatti realmente accaduti è del tutto voluto.

XY è uno di quei casi di precoce vocazione artistica scoraggiata dai genitori, ma che ha continuato a covare repressa fin quando, per una consapevole presa di coscienza, invece di passare la vita con il rimpianto e maledicendo chi l'aveva generato, ha deciso di realizzarla.
Gli anni in cui la vocazione era stata accantonata non sono trascorsi senza conseguenze, infatti è mancata a XY quella formazione che si costruisce più solida proprio negli anni dell'adolescenza.
Da quando XY ha compiuto la propria scelta artistica ha sempre lavorato con dedizione e costanza, proponendo i propri lavori allorquando se ne presentava l'occasione, ma senza mai cercare di stabilire conoscenze al solo scopo di trarne vantaggi per la "carriera" artistica.
La ritrosia è anche da attribuire alla sua riservatezza in quanto manifestazione esteriore di una timidezza e di un senso di inadeguatezza esasperati.
Le volte che è venuto in contatto con le persone di una certa rilevanza e che potevano fare la differenza non ha mai chiesto alcun appoggio o interessamento non sopportando l'imbarazzo di poter disturbare, ché già - dice - si reca disturbo venendo al mondo: un atteggiamento che più di discrezione mi sembra di diserzione.
Così chiunque lo abbia conosciuto ha finito per apprezzarne, se non l'arte, l'umiltà, la serietà, e la disponibilità non suggerita da secondi fini, tutte qualità umane che, nel sistema dell'arte, caratterizzano un perdente, infatti, alla lunga, nel suo rifiuto a "darsi da fare" per imporsi è stato superato nella notorietà e nelle quotazioni, da altri che non hanno esitato a sollecitare l'appoggio proprio delle stesse persone.
Nel tempo, invece di consolidare e accrescere la sua rete di relazioni con la critica e il mercato dell'arte, si è sempre più chiuso in sé stesso, addirittura allentando o chiudendo anche contatti già stabiliti e consumandosi nella sua eterna insoddisfazione.
Sono propenso a credere che XY sia consapevole dei propri limiti, probabilmente è attraversato da un anelito che mira a qualcosa di impossibile per le sue capacità artistiche.
La sua tecnica è accurata, ma non è un virtuoso; le sue tematiche non sono del tutto coerenti; la sua creatività manca di originalità e i suoi soggetti ricordano, a volte, quelli di qualcun altro che li realizza anche meglio.
Questo è il mio personale giudizio su XY e le considerazioni fin qui svolte sono, volutamente, viziate dalla concezione, tipica dell'arte contemporanea, che considera il percorso artistico come una sorta di gara ad ostacoli, da qui termini come "arrivare", "affermarsi", "perdere", "superare"… che di uso comune hanno punteggiato anche la mia ricostruzione.
Ritengo che anche XY all'inizio si sia "iscritto" a questa "gara", ma ad un certo punto sembra aver mollato, non so dire se la decisione sia stata scelta o subita o se sia ancora un'altra conseguenza caratteriale.
Con tutti questi presupposti si è capito che il nostro XY, secondo il giudizio comune, è un artista di "Serie B" (tanto per rimanere nella similitudine agonistica): non è certo un innovatore del linguaggio e dei temi, si potrebbe definire un artista di corrente, la sua opera si inserisce dignitosamente in un filone che ha ben altri esponenti di rilievo.
Il severo giudizio critico è confermato dal fatto che XY non ha mai ricevuto alcun premio in una qualche biennale, ma è contraddetto da una serie di inaspettati riscontri che ne configurano l'anomalia annunciata nel titolo.
Lasciamo da parte mostre e pubblicazioni, ché chiunque può farne sfoggio, e si potrebbero elencare dei fatti incontrovertibili, tuttavia poiché lo stesso XY non ne ha mai fatto vanto, eviterò di elencarli puntualmente e dico solo che XY è ben noto, benché non altrettanto stimato, nel campo dell'incisione italiana pur non avendo mai né sbraitato né sollecitato, con petulanza, attenzione.
Le sue opere incontrano un certo successo commerciale anche in quel famoso catalogo di vendita, inoltre a giudizio di colui che probabilmente passerà alla storia come il più grande (per quantità) editore italiano di incisioni di tutti i tempi, che lo ha sempre difeso e promosso efficacemente, è uno dei pochissimi incisori capaci di lavorare su commissione: assegnategli un tema e il lavoro svolto sarà dignitosissimo, anche se non avrà le stimmate del capolavoro; questo gli ha consentito di essere probabilmente tra gli ultimi che hanno guadagnato qualche soldino incidendo acqueforti.
Quelli premiati a tutti i concorsi, molto più quotati (da sé stessi), che però non vendono un foglio, obietteranno che si tratta di soggetti "facili", mentre loro non fanno incisione commerciale.
Diffido di chi dichiara di voler esporre solo all'estero, chiede settecento euro per una piccola incisione che però non si sa dove poterla acquistare non essendo disponibile neanche nella sedicente prestigiosa galleria che ha organizzato la mostra.
Posso confermare che XY vive realmente un'esistenza votata alla sua arte, a differenza di tanti "Piccoli (o Grandi) Imprenditori dell'Arte", adotto la perifrasi ritenendo di non poterli definire artisti sebbene realizzano (o fanno realizzare da altri) le loro opere, partecipano alle mostre ecc… ecc..., ma conducono un esistenza da piccoli speculatori: presenzialisti alle inaugurazioni per incontrare e raccontare dell'ultimo lavoro o della mostra in corso o in programma.
Ritengo che XY viva un qualche disaggio sociale, ma non è né un istintivo né un outsider, nei suoi lavori si avverte il condizionamento della sua istruzione e della sua cultura.
Il mio sospetto è che la scelta artistica possa essere stata per XY più che una naturale inclinazione e una necessità espressiva una forma di terapia per cercare di "anodizzare" con l'arte i propri dolori o disturbi. Se così fosse non sarebbe certamente né il primo né il solo, tuttavia l'impegno artistico è divenuto così preponderante che non è più una libera scelta, né una forma di cura, ma si è trasformato, anche in senso psicopatologico, in una mania.
Sarebbe semplice se tutti i diversi aspetti si potessero porre su due diversi piatti della bilancia e verificarne il peso, in mancanza di questa soluzione il dubbio che si affaccia è se XY (dando come postulato che non è un "grande" artista) può essere considerato comunque un "vero" un artista.
La risposta che io mi sono dato sarà nel prossimo post.

venerdì 1 aprile 2016

NON È MAI TROPPO PRESTO

Sembra proprio che l'arte contemporanea rappresenti un'attrattiva per gli scrittori italiani.
È del 2014 il romanzo di Massimiliano Parente con protagonista l'affermato artistar Max Fontana al quale abbiamo dedicato un post.
Invece Tiziano Scarpa nel suo ultimo libro "Il brevetto del geco" pubblicato da Einaudi nel 2015 (323 pp., 20.00 €) descrive un artista misconisciuto, neanche del tutto convinto della sua scelta, ma non aggiungo più di tanto.
La vicenda artistica di Federico Morpio, il personaggio del libro di Scarpa, è solo una sfaccettatura di un libro complesso che non tenterò di recensire, le sue considerazioni sull'arte mi è capitato di sentirle realmente, affiorano anche in alcune e-mail ricevute dal blog e su qualcuna si è ironizzato in precedenti post.
Approfittando della scrittura di Scarpa, ne riporto alcuni stralci ritenendo che possano solleticare qualche riflessione, nella consapevolezza di fare un grave torto ai più ampi contenuti del romanzo estrapolando dal contesto poche frasi scollegate, ma in compenso, non rivelando nulla sulla trama, non rovinerò il piacere a chi vorrà leggerlo.

« … intorno alle sue opere si era creato un reticolo di conseguenze ridicole, patetiche, senza alcun eroismo bohémien, senza nessuna dignità: da molti mesi, Morpio era immerso in una salamoia di pensieri piccini, frustrazione, invidia, tempo perso a cercare di farsi pagare, pepe al culo per l'angoscia di non poter saldare l'affitto, umiliazioni e vacui desideri di vendetta, frequentazione di cialtroni che però erano gli unici acquirenti delle sue opere (anche questo, doveva pur significare qualcosa). La conclusione più logica, per quanto amara, era una sola: "È presto detto: forse non sono un artista".» (p. 50)

«Morpio aveva un metodo per tenere a bada l'invidia. Faceva così. Si chiedeva: che cosa ti importa veramente? Le opere. Tutto il resto non conta. Che Mauro Giaccame esponga a Londra guadagnando carriole di sterline può farti dimenticare che quelle che fa sono orride puttanate? Che Gianna Belfrate sia la più celebre artista italiana nel mondo, può cancellare il fatto che ha avuto una sola idea e l'ha ripetuta in mille salse da vent'anni in qua? Eccetera.
E quando questi argomenti non bastavano, gli veniva in aiuto una fantasticheria. Gli appariva un demone, con il nigro sguardo di Massimiliano Gioni, l'affabile gota di Massimo De Carlo e l'autorevole epa di Germano Celant (ma a volte aveva la fronte di Hans-Ulrich Obrist, il ciuffo di Boris Groys e la canappia di Charles Saatchi), che gli diceva:
«Ti faccio diventare ricco e famoso come Maurizio Cattelan, vuoi?»
«Eh», traccheggiava Morpio.
«Ma a un patto. Devi acconsentire a essere L'autore delle sue opere».
«Quali?»
«Tutte quelle che ha fatto».
«Non è possibile».
«Certo che non è possibile. Ma io sono una tua fantasticheria, apparsa per curarti l'invidia. Se non collabori non servo a un cazzo».
«Scusa».
«Ricominciamo. Ricco e famoso come Cattelan eccetera, ma a un patto eccetera».
«Com'è possibile?»
«A me nulla è impossibile. Ipnotizzerò tutto il mondo, correggerò cataloghi di mostre e libri illustrati, enciclopedie e wikipedie, riscriverò la storia dell'arte contemporanea degli ultimi trent'anni. Da oggi l'autore della Nona ora e di Him non è più Maurizio Cattelan ma Federico Morpio. Avrai il suo conto in banca e le monografie di Phaidon, Taschen e Skira dedicate ai tuoi opera omnìa. Ci stai?»
«Ma che cosa devo darti in cambio? L'anima?»
«No».
«Il culo?»
«Nemmeno. Te l'ho detto. In cambio è sufficiente che tu sia disposto ad accettare che quelle opere siano universalmente considerate tue».
« Io...»
Morpio ammirava Maurizio Cattelan. Di lui gli piaceva che gli addetti ai lavori lo avessero sempre trattato con supponenza, come un simpatico burlone, mentre in realtà aveva sfornato un'opera tragica dopo l'altra. D'altronde, con i suoi comportamenti e le sue boccacce, sembrava che Cattelan stesso volesse essere trattato cosi; come se solo attraverso lo spiffero della buffoneria fosse possibile insufflare nel mondo tutta l'angoscia delle sue opere. L'epoca a cui era appartenuto Cattelan non era in grado di sopportare la disperazione senza che fosse avvolta in un packaging scherzoso. I suoi erano pacchi-regalo avvelenati.
«Ma perché proprio Cattelan? Perché non Richter, o, non so, Nathalie Djurberg, o chiunque altro considerato un po' più serio?» obiettava Morpio.
«Benissimo. Richter, Djurberg o chi vuoi tu. Ti proponevo Cattelan perché è l'unico italiano che in questi anni ha avuto una retrospettiva al Guggenheim».
Dopo aver impiccato bambini, cavalli, galleristi, Cattelan aveva comunicato la sua rinuncia all'arte impiccando le sue opere, tutte quante; le aveva appese a delle funi nel vuoto centrale del museo newyorkese. Opere suicide che si gettano nella tromba delle scale.
Forse... Al posto di Cattelan... Perché no?... Poteva anche essere...
«Allora, ci stai?»
«Col cazzo», rispondeva Morpio.
Il demone tentatore si ritirava alzando le spalle.
Il metodo funzionava sempre. Anche quando il demone tornava offrendogli di diventare Gerhard Richter o Nathalie Djurberg. L'idea che ottenere quel successo e quella fama non fosse possibile se non passando per quelle opere, e che fosse necessario assumersene la paternità, annientava in lui qualunque sturbo invidioso. "Magari per sempre sfigato e sconosciuto, ma autore delle mie opere", si consolava Morpio. Si illudeva che questo lo giustificasse, dandogli un certificato d'innocenza.
Però la terapia anti-invidia era molto più complicata quando doveva digerire i piccoli successi dei coetanei; peggio se erano ex compagni di Accademia, o artisti attivi a Milano. Secerneva bile dai dotti lacrimali, con gli occhi fissi al computer, quando su facebook scorrevano a cascata inviti a mostre, annunci di residenze all'estero e premi vinti dai suoi colleghi. Allora andava in crisi. Si sconnetteva, disattivava il collegamento wi-fi. Soffriva troppo.» (pp. 57 - 59)

« … "Non è invidia. Sono felice per lei. Quella troia puttana stronza. Perché Micaela Maer sì e io no? Che cos'è che hanno le sue opere più delle mie? Avrà dato qualcosa alle persone giuste. La figa no, scommetto che non ce l'ha neanche, dev'essere piatta come le bamboline. Li avrà pagati. I soldi ce li ha. E di buona famiglia. Ha fatto i corsi giusti, i master giusti, con gli insegnanti e i tutor e gli artisti giusti che le hanno fatto conoscere i curatori giusti, ha partecipato ai premi giusti per giovani artisti giusti. Tutto così conformista. Opere che pretendono di essere eversive, promosse da un sistema che più istituzionale non si può. Eh, certo, pensare che sia tutto corrotto mi fa meno male. Vorrebbe dire che l'arte non c'entra. Ma qui purtroppo c'entra. Il QT2 è un'istituzione serissima. È la mia arte che non riesce a farsi strada. Micaela Maer è brava. Oddio, brava: bravina. Mediamente parlando. Se può valere la media, in arte, dove contano soltanto i capolavori. E qui si fa fatica a chiamarli lavori, figurarsi capo. Merda pura. È media, mediana, mediocre. Chi è che ha spompinato per ottenere il QT2?… » (p. 62)

« … Ha tutta la mia ammirazione. È un'artista seria, crede in quello che fa, e adesso raccoglie i risultati del suo lavoro. Se lo merita. Siamo onesti. Devo riconoscere il valore. Basta invidia. Quella assurda puffetta. Si sarà data da fare. Come è giusto che sia, d'altronde. Bisogna curare le pubbliche relazioni. Pensavo che bastasse stare a Milano: pensavo che essere nato qui, avere studiato nella città italiana più importante per l'arte contemporanea mi garantisse la rete di relazioni sufficiente a sfondare. Farsi vedere a qualche inaugurazione, bere l'amaro prosecchino d'ordinanza, scambiare due chiacchiere. Avere buoni lavori, opere interessanti, e stare a Milano; tutto il resto sarebbe venuto da sé. Anche su questo ho fallito. » (p. 63)

«Quando un emergente cominciava ad affermarsi, doveva passare a dimensioni più grandi. Più un'opera era voluminosa, più significava che l'artista aveva successo e che aveva trovato una galleria o un museo disposti a finanziare un progetto costoso. Le opere insulse, non potendo contare sul loro valore artistico, si legittimavano con l'enormità della mole. Non riesci a fare qualcosa di grandioso? Fallo grandissimo. Le grandi dimensioni erano l'equivalente del sublime nell'epoca contemporanea. Il sublime romantico procurava un sacro spavento: ci si sentiva minuscoli di fronte al paesaggio, ammirando atterriti l'abissale potenza della natura. Il sublime contemporaneo procura un sacro rancore: ci si sente una nullità dinanzi all'economia, invidiando sgomenti il monumentale potere del denaro.» (pp. 66 - 67)

«Paul Gauguin partì per Tahiti a quarantatre anni. Willem de Kooning fece la sua prima mostra personale a quarantaquattro anni. Mark Rothko cambiò drasticamente stile a quarantacinque anni, qualche mese dopo la morte della madre, iniziando a dipingere i rettangoloni di colori sfumati che Io avrebbero reso celebre. Lucio Fontana affondò per la prima volta il bisturi nella tela inventando i Tagli a cinquantanove anni: cinquantanove! Per i grandi artisti non era mai stato troppo tardi per ricominciare. "Per un piccolo artista non è mai troppo presto per smettere"» (p. 158)

«Apprezzava chi era disposto a uscire di casa per visitare una mostra; disprezzava chi si trovava tutto a portata di mano con un clic sul computer.
[…]
Condividere le opere in rete era considerato cheap dalla gente cool. E anche lui era d'accordo: pensava che fosse una scorciatoia per cercare consenso.» (p. 159)

«Non aveva convinto nessuno a scommettere su di lui. Se non ci fosse stata Veronica, che era riuscita a piazzare qualche suo lavoro in giro... Negli ultimi anni Morpio aveva continuato a realizzare opere a vuoto, per pura ostinazione. C'era stato un tempo in cui questo lo faceva sentire un artista vero. Uno che lo fa perché ci crede, non perché vende.» (p. 178)

«Il dio che per gran parte della sua vita gli aveva tenuto sospesa la testa, mantenendolo in postura eretta, era l'arte.
1. Non aveva avuto altri pensieri all'infuori dell'arte.
2. Non aveva mai concesso a vanvera la qualifica di opere d'arte a qualsiasi cosa facesse o vedesse.
3. Si era ricordato di santificare l'arte ogni giorno.
4. Aveva onorato gli artisti del passato e i maestri del presente.
5. Non aveva ucciso la sua ispirazione.
6. Non aveva reso impure le sue opere snaturandole per inseguire le tendenze del momento.
7. Non aveva rubato le idee degli altri.
8. Non aveva dato giudizi falsi sulle opere sue e altrui.
9. Non aveva desiderato la fama degli altri artisti.
10. Non aveva desiderato la ricchezza degli altri artisti.
11. Tutto questo non era servito a un cazzo.» (pp. 180 - 181)

«Oh tu, Gustave Courbet, che organizzasti la prima mostra autogestita da un artista;
e tu, Edouard Manet, che esponesti in un padiglione indipendente;
e tu Paul Gauguin che esponesti in un caffè;
e voi pittori Impressionisti che organizzaste la vostra prima mostra nello studio di un fotografo;
e voi Odìlon Redon, Georges Seurat, Paul Signac e gli altri fondatori del Salon des Indépendants;
voi pittori della Brücke che esordiste esponendo in una fabbrica di lampadari;
oh tu Claes Oldenburg che apristi un negozio nel Lower East Side vendendo le tue sculture senza la mediazione di un gallerista,
e tu Keith Haring che ti facesti conoscere disegnando le tue prime opere in metropolitana, con il gesso, e per questo fosti arrestato,
oh tutti voi Eroi Artisti che oltre alla meta inventaste anche la strada: mostrate la via a coloro che non hanno il coraggio di prendere l'iniziativa!» (pp. 202 - 203)

««Non puoi dargliela vinta», gli disse Furio.
«A chi?»
«A quelli che ti hanno escluso».
«Mi sono escluso da me. Con la qualità di quello che facevo. E poi ho deciso io di smettere».
«La qualità delle tue opere era, anzi, è alta. E comunque non è peggiore di tanti artisti affermati. Se molli, dai soddisfazione a tutti quelli che hanno fatto passare loro e hanno bloccato te. Quelli che non ti hanno mai valorizzato. I curatori conformisti che obbediscono alle tendenze di moda. I vecchi artisti-professori che spingono avanti i loro allievi. I curatori gay che scelgono artisti gay. Le curatrici donne che scelgono artiste donne. I curatori maschilisti che scelgono artiste carine. I collezionisti ricchi che trasformano in grandi opere robaccia inconsistente solo perché la pagano tantissimo. E intanto noi diventiamo pazzi cercando di razionalizzare, per capire che criteri ha tutta questa gente».
«Tu li hai capiti?»
«Certo», disse Furio.
«E quali sono?»
«Fondamentalmente quattro. Il primo è l'arbitrio, il secondo l'arbitrio, il terzo l'arbitrio».
«E il quarto?»
«Il piacere di imporlo».
«Hai un'idea un po' sempliciotta della situazione», disse Morpio.» (pp. 204 - 205)

«… Comodo giustificare il proprio lavoro prendendosi per il culo da sé. "La satira me la faccio da solo, prima che me la faccia tu, cosi ti anticipo, tolgo la terra sotto i piedi a qualunque critica". Volere tutto e il suo contrario, il sì e il no dentro la stessa parola, l'affermazione con la sua bella negazione incorporata... Il postmoderno è finito, ma c'è ancora chi va avanti con gli scherzetti. Se sei il primo a non credere in quello che fai, perché dovrei crederci io?» disse Furio» (p. 234)

«… finché uno si muove a certi livelli, può fare solo cose di un certo livello. Non dico che qui il livello sia basso, ma l'hai detto anche tu che così sto facendo le cose in piccolo. Se fai sempre le nozze con i fichi secchi, passi per uno che in testa ha solo fichi secchi, capisci? Credono che hai idee deboli, non si rendono conto che il problema è che non hai i mezzi per realizzarle come si deve». (p. 275)

«… se un'opera è un'opera, è anche perché non c'è niente che garantisca che lo sia. Non sai mai se ti stai dedicando a qualcosa che vale la pena, o se stai sprecando il tuo tempo». (p. 286)

Tiziano Scarpa, Il brevetto del Geco, Ed. Einaudi 2015, pp 328, € 20,00.

martedì 2 febbraio 2016

CATALOGHI E NOTORIETÀ

A conclusione del fascicolo numero 12, autunno 2015, della rivista "InPressioni - colloquia graphica et exlibristica", pubblicata dall'Associazione C.F.P. "Eugenio Fassicomo" - Scuola Grafica Genovese, un ricordo appassionato di Franco Sciardelli firmato da Gian Carlo Torre è preceduto dall'ultimo scritto di Sciardelli su una lettera di Ansemo Bucci indirizzata a Carlo Petrucci allora direttore della Calcografia Nazionale di Roma.
Assolto al doveroso obbligo di citarne la fonte riproponiamo il breve testo di Franco Sciardelli, ricchissimo di spunti di riflessione, che non necessita di ulteriori considerazioni o precisazioni.

CARO PETRUCCI… TUO BUCCI

Nel dicembre del 1950 Anselmo Bucci aveva sessantaquattro anni e una fama di artista internazionalmente riconosciuta. Fu in quell'anno che la Calcografia Nazionale gli rivolse l'invito a presentare nella propria prestigiosa sede una mostra delle sue celebri incisioni.
A questo più che tardivo invito Bucci, con penna intima nell'acido, rispose scrivendo sui margini di un esemplare di "Taxi all’etoile", una puntasecca del 1914.

Originale presso la Collezione Mario De Filippis, Arezzo.
©ourtesy, "InPressioni", n°12 / 2015, pag. 28.

«Mio caro Petrucci, finalmente, finalmente mi hai fatto un vera benefizio, un piacerone, un invito che attendevo da unni, per non dire decenni. Si, se n’era forse parlato, così, vagamente. Ma tu me l'hai scritto, scritto sulla carta! Sono abituato a non sperare più in nulla; e a credere pochissimo o quasi nulla. Un invito a Roma! Pensa: Sono a Londra al British Museum, a Parigi al Louvre, al Camavalet, e al Jeu de Pomme - a Bruxelles, a Atene, a Tokyo, a Firenze, a Milano, a Torino, a Genova, a La Spezia a Trento, a Livorno e adesso ultimamente a Madrid e New York. E mancava (per le stampe) niente di meno Roma!
Casa vuoi che ti dica: questo mi affliggeva in segreto, ma perché chiedere, sollecitare? Diceva il nostro Giacomo: "A questi patti, non voglio gloria!" Ebbene si, ti ringrazio, verrò a Roma, per santificarmi e verrò a Roma con il mio rotolo di scartoffie. Tu me ne chiedi 60 o 70 bene stampate; ma io ne ho 600 o 700 ben stampate, anche in carta di Cina sottili come il velo di una sposa, anche in "Giappone" che stanno in piedi da sé. Vuoi che ci limitiamo al solo "Paris qui bouge" cinquanta acqueforti, cioè no, punte secche? Conosci ed hai la piccola pubblicazione di Hoepli, con testo di Orio Vergani? Se no, te lo mando. Ciao, Rispondi, tuo Bucci».

Era il giugno 1950, la mostra fu allestita quattro anni dopo: uno prima della morte dell'artista. l'esile cataloghino pubblicalo per l'occasione è a tutt’oggi il più esauriente repertorio della sua opera incisa. È stato autorevolmente scritto che "quando di un incisore si redige un catalogo - un vero catalogo e non una pubblicazione per fini meramente promozionali - significa che ha raggiunto uno spessore degno di considerazione nell'ambito della storia dell'incisione".
Questo "spessore" non l'avrebbero raggiunto maestri quali appunto Anselmo Bucci, Luigi Bartolini, e tanti altri sempre ammirati e ricercati da amatori e collezionisti. Di essi manca un vero catalogo ma ciò non sminuisce il loro valore.
Per quanto preziosi, non sono i cataloghi che certificano lo spessore di un artista, bensì le opere. Il resto può non arrivare o arrivare tardi, come la mostra di Bucci alla Calcografia nazionale. Certe carenze testimoniano semmai la pochezza di tanti studiosi e redattori.
Si narra che Bucci a guerra finita abbia voluto contribuire alla copertura in rame dell'antica chiesetta prossima al suo studio in Monza donando alcune sue lastre incise. A rendere più suggestivo l'aneddoto vi è che la chiesetta sarebbe quella all'ombra della quale, dice il Manzoni, «La sventurata rispose». Non è che un si dice. Fantasia. Speriamo non resti tale anche l'auspicio di un "vero" catalogo delle incisioni di Anselmo Bucci.

domenica 19 luglio 2015

L'INTERVISTA

In un post del 2013, intitolato DIALOGO SU UNA NUOVA ASSOCIAZIONE, si dava notizia della costituzione di una associazione di incisori e ad oltre due anni di distanza facciamo il punto della situazione con un'intervista al Presidente Signor Baum.

MORSURA APERTA:
Quali sono le modalità per entrare a far parte della vostra associazione?

PRESIDENTE:
Molte associazioni sono a numero chiuso, in alcune associazioni regionali occorre essere nati nella regione di riferimento, in altre, per entrare a farne parte, occorre documentare un curriculum artistico, invece noi abbiamo adottato la scelta molto esclusiva che basta pagare la quota associativa.

M. A.:
Esistono diverse associazioni che si occupano di incisione, quale è la vostra peculiarità?

P.:
Rispetto alle altre associazioni composte da incisori italiani di varie regioni, credo che la nostra peculiarità sia quella di aver costituito un'Associazione nazionale che raggruppa oltre 60 artisti dal Trentino alla Sicilia.

M. A.:
Quali sono i principali scopi dell'associazione?

P.:
A differenza di altre associazioni che si propongono di divulgare per mezzo di mostre, e varie attività connesse, la conoscenza dell'incisione contemporanea in varie parti d'Italia e all'estero, a volte in collaborazione con altre istituzioni; lo scopo primario della nostra Associazione è quello di contribuire a promuovere e valorizzare in ambito nazionale e internazionale l'arte incisoria italiana per mezzo di attività espositive, didattiche ed eventualmente editoriali, promuovendo intese con enti culturali italiani e stranieri.

M. A.:
Cosa fate per coinvolgere attivamente i visitatori nelle vostre mostre?

P.:
Inizialmente le persone che partecipavano agli eventi erano per la maggior parte gli stessi artisti e qualche loro familiare. Successivamente ci siamo resi conto che se c'era un buffè si riusciva ad attirare anche persone non interessate all'incisione, così abbiamo aggiunto diverse attività, ad esempio un concerto di musica, una rappresentazione teatrale, la proiezione di un film, uno spettacolo di cabaret... non facendo mai mancare il maxi schermo per le partite più importanti e il ricco buffè.

M. A.:
Durante le mostre organizzate dimostrazioni di stampa?

P.:
A differenza di altre associazioni che realizzano semplici dimostrazioni di stampa, soltanto noi stampiamo nelle nostre mostre con il nostro torchio e durante le dimostrazioni di incisione e stampa chiediamo ai presenti di incidere qualche segno sulla lastra che sarà poi stampata, per ovvi motivi la tecnica usata è la puntasecca, così anche se uno sa disegnare, ma non ha mai inciso, gli vengono fuori degli sgorbi e, al confronto, risalta la qualità delle incisioni esposte; inoltre abbiamo sempre con noi delle matrici già eseguite che vengono anch'esse stampate per far vedere quanto sono bravi i nostri associati.

M. A.:
Realizzate delle pubblicazioni per accompagnare le vostre iniziative?

P.:
A differenza di altre associazioni che ancora stampano pubblicazioni cartacee che distribuisco durante le mostre e alcune, addirittura, le spediscono gratuitamente a quanti ne fanno richiesta, noi siamo molto più innovativi e digitalizzati, pubblichiamo le opere solo nella nostra pagina FaceBook e nel sito rendiamo disponibile un PDF che per scaricarlo occorre restare connessi per due giorni, così risparmiamo le spese di stampa e aumentiamo il numero di contatti.

M. A.:
Oggi il mondo dell'incisione viene ritenuto in crisi, è vero secondo lei?

P.:
Hanno chiuso le Gallerie specializzate in grafica d'arte e nessun'altra galleria propone più incisioni che non si vendono neanche su e-bay per pochi "Euri"; pochissime le stamperie ancora esistenti in tutta Italia; non si realizzano più tirature ed edizioni d'arte; incisioni e incisori sono tenuti alla larga dalle rassegne di arte contemporanea; c'è una crisi economica che ha colpito maggiormente il ceto medio che fosse era quello con il maggior numero di collezionisti di incisioni; c'è una scarsa conoscenza di che cosa sia un incisione, spesso confusa con una fotocopia...
Difficile dire se l'incisione sia davvero in crisi.

M. A.:
Secondo lei c'è differenza tra osservare un opera d'arte in generale e osservare un'incisione?

P.:
Nella mia esperienza ho potuto notare che molti visitatori, quando visitano una mostra d'arte in generale osservano un'opera e poi passano alla successiva. Invece osservare un incisione per me vuol dire mettersi davanti ad un'incisione e guardarla, se un'incisione non si guarda non si vede e quindi non si può dire di averla osservata se non la si è vista.

M. A.:
Per concludere questa nostra intervista quali sono le attività che avete già realizzato e quelle che avete in programma?

P.:
A differenza di altre associazioni che individuano temi specifici per le loro iniziative o che organizzano concorsi di vario tipo, la nostra programmazione è molto diversificata: abbiamo già realizzato "L'incisione del Nord-Ovest" allestita in una città del Nord-Ovest d'Italia e "L'incisione del Nord-Est" allestita in una città del Nord-Est d'Italia. Abbiamo in programma "L'incisione del Nord-Ovest" allestita in una città del Nord-Est d'Italia e "L'incisione del Nord-Est" allestita in una città del Nord-Ovest d'Italia. Proseguiremo con "L'incisione nel Centro-Nord d'Italia" e, inoltre, "L'incisione nel Centro-Centro d'Italia". Probabilmente anche "L'incisione nel Sud d'Italia e nelle Isole", ma, in confidenza, abbiamo solo quattro terroni che incidono e che dobbiamo tenerci solo perché, purtroppo, fanno parte dell'Italia.

N.B.
Corre l'obbligo di ammette che per la formulazione delle originali domande ci siamo fatti aiutare, pertanto ringraziamo l'inconsapevole collaboratore.
Quanto alle risposte non sarebbe del tutto infondata l'illazione che possano essere ricondotte anche a qualche altro presidente, tuttavia ogni riferimento a fatti accaduti, a dichiarazioni rese e a persone esistenti è del tutto casuale.

venerdì 10 aprile 2015

XILOGRAFIA LINGUA MORTA

Michel Wohlgemuth, DER TANZDERSKELETTE
da Hartmann Schedel, LiberCronicarum, 1493
«L'incisione è morta da quasi un secolo, ma c'è qualcuno che si reca quotidianamente a pisciare sulla sua tomba»





Nel corso della storia gli scritti autografi degli artisti non sono mai stati numerosi, a parte trattati e manuali, ci restano le annotazioni sparse di Leonardo da Vinci, il diario di Pontormo "Fatto nel tempo che dipingeva il Coro di San Lorenzo"... tra i testi con intento polemico mi viene in mente "I cornuti della vecchia arte moderna" di Salvador Dalì... anche Giorgio de Chirico in "Memorie della mia vita" si toglie qualche sassolino... La Casa Editrice "SE" nella collana "Saggi e Documenti del Novecento" pubblica gli scritti lasciati in forma di autobiografie, diari, lettere, annotazioni sparse...
Se focalizziamo l'interesse sull'incisione il ricordo va a certe considerazioni nelle lettere di Bartolini e in tempi più vicini alla "Breve ma veridica storia dell'incisione italiana" in prima edizione nel 1989, successivamente in "seconda edizione aggiornata alle ore 22 del 30 gennaio 1995", la "Lettera Aperta a un professore in grafiche varie e linguaggi annessi", riportata tra le nostre pagine, e un'altra "Lettera mai spedita" indirizzata agli exlibristi, ma mi rendo conto di essere andato fuori strada perché nessuno di questi ultimi autori è un artista.
Questi rigurgiti di memoria hanno accompagnato la lettura delle bozze del libello che Francesco Parisi ha dato alle stampe col titolo "Xilografia Lingua Morta" per i tipi della Galleria Aleandri in trentasei esemplari numerati fuori commercio, Ad Personam, stampati tipograficamente e cento copie stampate in digitale.
Di seguito, per gentile concessione dell'autore, ne riportiamo qualche stralcio e per chi fosse interessato il costo è di 15,00 Euro e può essere richiesto alla “Galleria Simone Aleandri Arte Contemporanea” di Roma (www.aleandriartemoderna.com Tel. 3476309520).
Stante la scarsa propensione degli artisti alla scrittura credo che difficilmente troveremmo qualcun'altro che nel fondo di qualche cassetto custodisca considerazioni simili a quelle di Parisi, ma sono certo che se anziché nei cassetti fosse possibile frugare nelle menti le probabilità aumenterebbero e non di poco.
Quando una passione è sentita intensamente al punto da identificarsi con la vita stessa (consentitemi: quando è vero amore) si diventa intransigenti, mal si tollera chi verso quella stessa passione dimostra superficialità di sentimenti, sciatteria...
Nella sua scrittura Francesco Parisi non usa mezzi termini, le sue considerazioni sono chiare e dirette e ritengo che siano soggette allo stesso paradosso di alcuni post di questo blog che sono condivisi solo se riguardano gli altri e non ci chiamano in causa direttamente e non ci sfiora il sospetto che gli "altri" potremmo essere noi.
 ~



Durante gli anni trascorsi in Accademia come studente, notavo le mie colleghe, per la maggior parte provenienti dal sud e dalla Calabria, indossare camici bianchi e guanti per dipingere. Io rimanevo perplesso nei confronti di quell'attitudine a non sporcarsi, probabile eredità bifolca inculcata dalle loro madri attente a non fargli lordare i vestiti per andare ordinate la domenica a messa.

Dopo l'incisione no-toxic, colpo di grazia maramaldico inferto al corpo morente dell'incisione perpetrato perlopiù da donne, sorprende vedere sempre più esponenti del gentil sesso armeggiare caratteri tipografici - con la stessa attitudine con cui preparerebbero carciofi sotto olio - e produrre orribili libri che si ostinano a chiamare «d'artista». Le si vede sulle fotografie che le ritraggono sorridenti al torchio da stampa con grembiuli da tipografo indossati come grembiuli da massaie e barattoli di inchiostro scambiati per conserve di pomodoro.

Ho potuto vedere in questo fine anno una serie di Pour Feliciter con stelle comete, bambinelli, asinelli, angioletti, montagne innevate etc. L'incisione è morta da quasi un secolo, ma c'è qualcuno che si reca quotidianamente a pisciare sulla sua tomba.

Ieri una tipa mi ha scritto chiedendomi un aiuto per l'organizzazione di una nuova associazione di incisori. Gli ho risposto che per me nessuna associazione seria di incisori dovrebbe includere donne e che se la selezione l'avessi fatta io non sarebbero passati più di quattro o cinque incisori su tutto il territorio nazionale. Poi le ho intimato di suicidarsi e lei mi ha risposto: chi ti credi di essere?

L'incisione atossica, perlopiù praticata da donne, mostra sempre parallelismi con la cucina delle mamme e delle nonne. Le artiste che la praticano si danno la zappa sui piedi da sole chiamando il loro laboratorio kitchen print.

Un incisore molisano mi ha scritto: «quando spedirà metta "maestro" prima del mio nome e dell'indirizzo». Il fatto che io debba intrattenere rapporti con simili cialtroni è indice del mio fallimento, come uomo prima e come artista poi.

Un amico mi scrive: «Vorrei essere tanto il tuo Gualtieri di San Lazzaro, ma quando proverò a vendere le tue xilografie, che mi invento? Che gli dico ai collezionisti? Che le interessa una sodomizzazione animale di stampo giudaico nel deserto? Ho giusto quello che fa per lei!» Poi ha aggiunto: «quando chiederemo l'elemosina fra il Caffè Greco e l'Aragno mangeremo anche le chele di granchio gommose avanzate dai giapponesi».

Facevo risuonare la nona di Bruckner in aula mentre uno studente mi mostrava il ritratto di Toro Seduto. Ho spento.

Dopo aver appreso della mostra di Giuseppe Stampone alla calcografia, reduce dall'avventura di Miss Italia dove aveva disegnato le magliette delle concorrenti, ho pensato di ammucchiare tutte le mie matrici di bosso di testa - intagliate e non - in un campo incoltivato e di dargli fuoco. L'idea mi è stata suggerita da un passo de L'adolescente di Dostoevskij: «quando non avessero avuto niente con cui scaldarsi (i poveri, ndr), egli avrebbe comprato un intero deposito di legname, lo avrebbe fatto ammucchiare in un campo e avrebbe riscaldato il campo, senza darne neppure un pezzetto ai poveri»

Ecco qui riunite le «numerose» schiere degli xilografi italiani (siamo in cinque, più una che va per i novanta), anche se mi sembra un controsenso allestire una mostra di incisione su legno per la «Giornata del Contemporaneo», ma tant'è.

Leggendo la biografia dello xilografo Blair Hughes-Stanton (primo premio per la grafica alla biennale di Venezia del 1938, ex aequo con Mario Delitala) vengo a sapere che nel dopoguerra, preda della disperazione per non aver più un mercato, cercò di uccidere la compagna con un pugno sulla tempia e che lei a sua volta tentò di strangolarlo con la sua stessa cravatta.

Una delle cose più tristi del mondo morto dell'incisione contemporanea sono le mostre collettive di incisione contemporanea. Per la maggior parte si tratta di dopolavoristi che non vendono un foglio neanche ai propri parenti, che non hanno gallerie che li rappresentano e che hanno pubblicato i loro lavori soltanto nei cataloghi delle biennali di grafica sparse per tutto il continente o al massimo in qualche catalogo autoprodotto stampato digitalmente (le gallerie di grafica difficilmente pagano cataloghi tipografici). In questi cataloghi collettivi solitamente sono presenti circa cinquanta artisti e l'incisore li conserva nella sua misera libreria cercando di dimenticare che quella pubblicazione l'ha soltanto lui e gli altri quarantanove artisti che hanno partecipato (quasi sempre pagando, oltre alle spese di spedizione, anche il contributo per il catalogo con una grafica da pizzeria di Molfetta). Di queste biennali ce ne sono a dozzine, bandite annualmente cosicché l'incisore può partecipare anche a sette biennali l'anno e collezionare queste pubblicazioni che sfoggerà come bibliografia nella pagina biografica del prossimo catalogo di biennale.
La morte dell'incisione diventa però definitiva quando alla mostra si associa la dimostrazione pratica di un incisore che stampa una sua lastra. C'é sempre l'incisore che si presta a queste dimostrazioni pensando di recuperare un 3% di visibilità in più come non mancherà mai il pubblico di vecchie babbuine annoiate che assisteranno alla "performance" esclamando «che bellooooooo» o «uhhhhhhhhh» come se stessero visionando una dimostrazione di scatole in plastica per frigoriferi. In effetti l'artista che si presta a questo quasi sempre ha la stessa cultura di un agente della Stanhome.

La calcografia nazionale organizzò un convegno sull'incisione. Il mio intervento, contrariamente a quello degli altri artisti relatori invitati, era basato sull’invito a non lamentarsi del disinteresse della critica nei confronti delle arti grafiche, bensì a coltivare questa tendenza. Durante la pausa pranzo un docente siciliano, mentre discorreva con me a tavola, si massaggiava continuamente lo scroto.

Per mesi sono stato chiamato al telefono. Chiamava a tutte le ore,  compresa la domenica mattina o la sera dopo le dieci. Mi diceva che la sua collezione era importantissima, che io dovevo essere onorato di farne parte, che presto si sarebbe fatta una mostra sulla xilografia italiana e che quindi io non potevo mancare. Mi chiedeva tre xilografie di grande formato. Per convincermi mi mandò un elenco fotocopiato degli artisti presenti nella sua collezione e un catalogo di sue opere che mischiava contenuti da dépliant di ceramiche da bagno con un gusto tipografico da ristorante shawarma kebab. 
Provò anche a chiedermi se potevo intercedere presso gli eredi di un noto artista dei primi anni del secolo per ricevere in dono una xilografia. Ad ogni telefonata promettevo imminenti quanto fantomatiche spedizioni di materiale. Dopo diverse settimane, non datosi per vinto, contattò telefonicamente una mia amica storica dell’arte per chiedere, sinceramente stupito, come mai io non avessi accettato di far parte della sua collezione così prestigiosa.
~

Francesco Parisi, XILOGRAFIA LINGUA MORTA,
pp 17, Edizione Galleria Aleandri, Roma 2015. Euro 15,00

Galleria Simone Aleandri Arte Contemporanea.
Tel. 347 630 95 20







Gli intemezzi tra le considerazioni sono tratti da
François-Charles Wentzel, La Dans des Morts,
serie di 40 litografie, Casa Tipografica Wentzel,
Wissenbourg metà XIX sec.

domenica 9 marzo 2014

PREMIO PER L’INCISIONE “MORSURA APERTA”

In un post del Settembre 2011 intitolato PREMIO PSYCHO PERL’INCISIONE ITALIANA CONTEMPORANEA si ironizzava un po’ sui “Premi”, ma questa volta si fa sul serio.
Il dibattito, come si suol dire, è stato ampio e nel momento in cui ci si è resi conto che esistevano validissimi motivi per non realizzarlo si è deciso di bandire seriamente il Primo Premio per l’Incisione Italiana “Morsura Aperta”.

REGOLAMENTO

1) TEMA
Il premio è rivolto al “percorso” artistico e si configura come un riconoscimento all’artista e non ad una sua specifica opera.

2) PREMIO
Il premio in palio è puramente simbolico e consiste in un post che sarà tenuto nella Home Page del Blog per la durata di un mese.
Non vi sarà graduatoria di merito né verrà comunicato l’elenco dei partecipanti esclusi.
È prevista, a discrezione della giuria, la possibilità di assegnare Ex Equo, inoltre la giuria si riserva la facoltà di non assegnare alcun premio qualora le opere pervenute non siano ritenute adeguate.
I nomi dei componenti della giuria non saranno resi noti, neanche dopo l’assegnazione del premio.

3) CONDIZIONI DI PARTECIPAZIONE
La partecipazione è totalmente gratuita e non è richiesta alcuna quota di iscrizione.
Le opere, in bianco e nero o a colori, dovranno essere realizzate con tecniche calcografiche o xilografiche.
Occorre inviare una nota biografica, in forma di auto-presentazione, non inferiore a 3500 battute (spazi inclusi), una foto del proprio spazio di lavoro, sei riproduzioni di opere realizzate in diversi periodi con i relativi dati tecnici essenziali (titolo, tecnica, anno di realizzazione, dimensioni) e una autocertificazione attestante il possesso dei requisiti richiesti elencati al punto 7.
I testi dovranno essere in formato World e le immagini in formato JPG, GIF o PNG a bassa risoluzione per lo schermo (max 96 dpi).
Tramite i commenti a piè pagina ciascuno può proporre variazioni al regolamento per adattarlo alle proprie esigenze personali.

4) SCADENZA
Per adeguarci alle modalità di consegna vigenti, la prevista data di scadenza è già stata prorogata preventivamente, pertanto la documentazione richiesta potrà pervenire entro le ore 24,00 dell’1 Aprile 2014 all’indirizzo e-mail del Blog.

5) COMUNICAZIONI
Tutte le comunicazioni avverranno tramite le pagine del Blog.

6) CRITERI DI VALUTAZIONE
Nella valutazione si terrà conto dei seguenti parametri:
Originalità della poetica e del linguaggio
Evoluzione della ricerca
Coerenza stilistica
Qualità tecnica.

7) REQUISITI
Il premio è aperto a tutti agli incisori di nazionalità italiana o che lavorino stabilmente in Italia senza limiti di età anagrafica né di qualifica o curriculum.
NON POSSONO PARTECITARE:
- Coloro la cui opera è già stata presentata nel Blog “Morsura Aperta” o che hanno intrattenuto rapporti di collaborazione con il blog stesso.
- Coloro che hanno già ricevuto premi o segnalazioni nelle principali biennali italiane (Acqui Terme, ecc…)
- Coloro che hanno partecipato a mostre o a concorsi a pagamento.
- Coloro che hanno fatto parte di giurie in altri premi.
- Coloro che alla data di pubblicazione del presente bando risultano facenti parte di una qualche associazione (foss’anche “Le Dame di San Vincenzo”).
- Coloro che hanno realizzato più di dieci ex libris.
- Coloro che hanno donato opere alla “collezione milluzzo”.
- Coloro che credono di essere in regola con le richieste del bando ma non sanno che la giuria (secondo la prassi adottata dalla Biennale di Bassano del Grappa) delibererà una qualche altra condizione che li escluderà

Veramente credevate che fosse tutto così semplice, che magari per partecipare bastasse pagare una quota o regalare dieci incisioni o l’intera tiratura? 
Se esiste veramente qualche incisore che non sia ancora incappato in una della clausole di esclusione andrebbe premiato, forse anche a prescindere dalla qualità delle sue opere: restiamo in attesa di conoscerlo.

sabato 22 febbraio 2014

GALLERIE D’ARTE: COMMERCIALI O DI TENDENZA?


Una volta era in voga la distinzione tra “Arte accademica” e “Arte d’avanguardia” oggi si preferisce la distinzione tra “Arte Commerciale” e “Arte di Tendenza”; la differenza non risiede, come potrebbe banalmente sembrare, nel fatto che una si vende e l’altra non è in vendita: tutta l’arte è in vendita, cambiano i costi, gli acquirenti e la destinazione di collocazione (dalla parete del salotto di casa alla sala del grande museo). La distinzione coinvolge una serie di parametri di impossibile identificazione certa e su questo aspetto avevo scritto “FACCIAMO UN GIOCO”. Mi ricollego idealmente a quel post per aiutare artisti, critici, collezionisti… a distinguere le Gallerie d’Arte Commerciale dalle Gallerie d’Arte di Tendenza tramite un decalogo che individua gli “inequivocabili” aspetti caratterizzanti.
Constatato che sono ormai innumerevoli le gallerie che chiudono, mi rendo conto che urge pubblicare questo post prima che ci si scordi di cosa era una “Galleria d’Arte”.

DECALOGO
Le Gallerie Commerciali espongono solo artisti commerciali.
Le Gallerie di Tendenza espongono solo artisti di tendenza.

Le Gallerie Commerciali organizzano mostre.
Le Gallerie di Tendenza organizzano eventi.

Nelle Gallerie Commerciali ti hanno venduto un’opera d’arte.
Nelle Gallerie di Tendenza hai comprato un’opera d’arte.

Le Gallerie Commerciali redigono comunicati stampa di mezza pagina con tutto quello che c’è da sapere.
Le Gallerie di Tendenza redigono comunicati stampa di dieci pagine e non si capisce mai quando si inaugura.

Le Gallerie Commerciali sono quelle in cui trovi tappeti per terra, il divanetto comodo e la cassapanca in stile.
Le Gallerie di Tendenza sono quelle in cui non trovi alcun posto su cui sederti, meglio alcun arredo, e se è presente una sedia probabilmente si tratta dell’elemento di una installazione.

Le Gallerie Commerciali hanno un regolare orario di apertura.
Le Gallerie di Tendenza dopo l’inaugurazione sono aperte solo su appuntamento.

Nelle Gallerie Commerciali se non conoscete personalmente l’artista dovete chiedere chi sia.
Nelle Gallerie di Tendenza l’artista è quello col bicchiere in mano.

Nelle Gallerie Commerciali il gallerista è quello con il listino in mano.
Nelle Gallerie di Tendenza il gallerista è quello col bicchiere in mano.

Nelle Gallerie Commerciali il critico è quello che parla per presentare la mostra.
Nelle Gallerie di Tendenza il critico è quello col bicchiere in mano.

Nelle Gallerie Commerciali si va alle inaugurazioni per vedere e conoscere.

Nelle Gallerie di Tendenza si va alle inaugurazioni per farsi vedere e farsi conoscere (col bicchiere in mano).

lunedì 12 agosto 2013

DILETTANTE-MENTE

Nel mese di Febbraio di quest’anno la Casa Editrice Adelphi ha pubblicato “Goethe muore”, una raccolta di quattro racconti di Thomas Bernhard tradotti da Elisabetta Dell’Anna Ciancia (pp. 111, € 11,00).
Si riportano di seguito alcuni stralci dal racconto “Incontro” (pp. 68 – 71, 87, 88 - 89).
Purtroppo a causa della frammentazione dei brani citati si perde la scansione ritmica che caratterizza la scrittura narrativa di Bernhard, ma qui interessa per l’ironico riferimento a un certo atteggiamento dilettantesco che più volte è stato rilevato soprattutto in alcuni commenti e ci sembra un’ideale lettura in questa mezza estate così meteorologicamente contraddittoria.


Richard Müller
DER KÜNSTER – AFFE, EINEN MARABU MALEND (L'artista - Scimmia che dipinge un marabù), acquaforte 1924.


«… papà suonava la tromba perché suo padre aveva suonato quella stessa tromba. E siccome suo padre quando andava in alta montagna disegnava, anche mio padre in alta montagna disegnava sempre, e aveva sempre nello zaino un blocco da disegno. Come Segantini, diceva sempre, come Hodler, come Waldmüller. Si sceglieva la cima di una rupe e ci si sedeva in modo da avere il sole alle spalle e disegnava. Alla fine avevamo tutte le stanze della casa piene di suoi disegni, non c’era più uno spazio libero, centinaia, se non migliaia di vedute d’alta montagna avevamo in casa, per non essere costretto a guardarle ero costretto a tenere gli occhi continuamente fissi al pavimento, ma questo alla lunga mi faceva impazzire, ho detto. Centinaia di volte ha disegnato o dipinto ad acquerello l’Ortles, centinaia di volte le Tre Cime di Lavaredo e sempre daccapo il Monte Bianco e il Cervino. I grandi maestri, diceva sempre, dipingono o disegnano sempre gli stessi soggetti. Sono grandi solo perché disegnano e dipingono sempre gli stessi soggetti.  Ma quello che dipingeva mio padre era disgustoso, ho detto. Il talento di suo padre, mio nonno, si era in lui totalmente atrofizzato, ma questo non gli impediva di degenerare in una mostruosa produzione di disegni e acquerelli. Il guaio era, ho detto, che molte associazioni culturali avevano allestito mostre con la sua produzione e che i giornali scrivevano solo bene dei suoi disegni e acquerelli, stimolandolo così a una produzione ancora maggiore. E in effetti il suo entourage era stato nel complesso sempre dell’opinione che lui fosse un artista, molti avevano continuato a dire che era un grande artista, e lui aveva finito col credere a quell’ignobile assurdità ed esisteva ormai in quella perniciosa illusione. Volendo dimostrare che cosa sia il kitsch, ho detto, basterebbe esibire un paio di quei disegni o acquerelli paterni. La mia casa è un’esposizione permanente della mia arte, diceva papà, e ogni due o tre settimane appuntava o incollava alle pareti altri disegni e acquerelli, in cantina ne aveva accumulati già a migliaia, ho detto. Io sono lo specialista dell’alta montagna, diceva lui di se stesso, sono ben oltre Segantini, ben oltre Hodler, la cui arte ho superato da un pezzo. Perfino in cucina aveva appeso tutti i disegni che aveva potuto, nella convinzione che proprio i vapori della cucina rendessero perfette le sue opere. Se per diverse settimane espongo le mie opere all’azione dei vapori di cucina, diceva, soprattutto nei mesi invernali e soprattutto nel periodo natalizio, questi fogli ci guadagnano enormemente in fascino.
[…]
Papà sciorinava i suoi disegni e acquerelli nella sua stanza e di ognuno di quei disegni e acquerelli io dovevo dire che cosa rappresentavano e che erano in assoluto i migliori. Se sbagliavo, incapace com’ero, malgrado tutta la buona volontà, di ricordarmi il cosiddetto modello naturale, lui andava su tutte le furie.
[…]
Tuo padre ha pubblicato tre volumi di poesie, ho detto, mio padre ha allestito tante mostre dei suoi disegni e acquerelli, i nostri padri credevano di cavarsela così, con il minimo sforzo, hanno voluto salvarsi aggirando per così dire il problema, da artisti della domenica, ma il conto non poteva tornare. Al contrario, con quei disegni e acquerelli e con quelle poesie, pubblicate per giunta, si erano resi volgari. Di questo si gloriavano, della loro volgarità, ho detto, e ancor oggi, benché siano morti da un pezzo, continuano a gloriarsene. Se a mio padre non riusciva uno dei suoi disegni, dava la colpa a me, ho detto, mi ero frapposto tra lui e la luce, diceva, o con una qualche parola che gli avevo rivolto avevo distrutto una sua intuizione, come era solito esprimersi lui. Comunque ero sempre e soltanto il distruttore della sua natura di artista. Il figlio è al mondo soltanto quale distruttore dell’artista che suo padre è, ha detto una volta mio padre, ti ricordi? ho detto. Dipingeva peggio di quanto non disegnasse, ho detto, come la mamma suonava la cetra così lui dipingeva e disegnava, niente affatto meglio, al contrario, eppure parlava continuamente della sua natura di artista, di quando in quando addirittura di una famiglia di artisti, e intendeva la nostra…»