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lunedì 7 novembre 2016

CONTRO GLI INCISORI

Calata la celata e lancia in resta ho spronato il mio Ronzinante al galoppo contro i mulini a vento (o le pale eoliche) ed ho immaginato qualcosa di scorretto (se no che immaginiamo a fare?) attaccando alle spalle gli incisori italiani contemporanei (in altri posti forse accade diversamente, non so se meglio o peggio).
Gli incisori italiani sono da tempo prigionieri, fino a una inconsapevole autoparodia, dei propri patetici miopi narcisismi che niente hanno a che fare con un'arte che conta.
Troppo inclini ad assumere la maschera autonobilitante della fedeltà alla tradizione, oppure come parodie di artisti maledetti d'avanguardia, hanno il vezzo inguaribile di riproporci ancora e sempre un immaginario omologato, globalizzato, dominio assoluto della banalità. Ciecamente impegnati nello sforzo sterile e solipsistico di aggiungere segni a segni per sfornare capolavori annunciati, inattuali e ininteressanti, che stentano a simulare come opere d'arte.
Li vedo nelle loro risibile fatica sprecata in un interminabile autoreferenziale proporsi come caricature miseramente aggiornate di custodi della nobile arte dell'incisione. Ogni incisore italiano, tradizionalista dégangés o neoavanguardista engagés, sa di far parte di un mondo terminale e di rivolgersi a un decrescente pubblico di "interessati".
Da più di centocinquant'anni, con le prime avvisaglie e poi con il pieno sviluppo della società di massa, gli artisti (e gli inciosri in coda) hanno imboccato due strade. La prima è stata quella di costituirsi in avanguardia, organizzandosi con i metodi della moderna industria culturale e della pubblicità. Nelle forme più sincere l'avanguardia è stata secessione, critica delle forme paludate e finto-sublimi, parodia, destrutturazione...
La seconda strada è quella dell'abbassamento retorico, della prosaicità, di un'arte che cerca di ricucire lo strappo, oscillando fra un realismo domestico e un'innoccenza manieristicamente simulata.
Insomma: o le astruserie o le banalità. Ma l'alternativa è brutale quanto puramente teorica, visto che gli opposti si abbracciano solidali generando il vasto mare di tutti i vari possibili incroci.
Vedo precisarsi sempre meglio davanti ai miei occhi i contorni di una famiglia artistica di incisori che divorano ogni alterità e in ogni loro foglio restituiscono un "etimo" monolitico e replicabile all'infinito. Sono artisti apparentemente diversi per qualità, anagrafe e storia che tuttavia provocano una comune ricezione acritica nell'adesione come nel rifiuto.
La propria poetica pretendono di mimarla (o menarla) di continuo, così che buona parte della loro opera evoca una gigantesca cornice di un quadro che non c'è.
Queste soluzioni mistificate finiscono spesso per comunicare all'osservatore un senso quasi metafisico di noia: anche quando si è in presenza di un gran dispendio di virtuosismi si ha la sensazione che le doti conoscitive e rapresentative si atrofizzino in un linguaggio ridotto a sontuosa stilizzazione.
Le opere nate da una simile illusione tendono, a volte, a rovesciare le disperate afasie contemporanee in euforica logorrea.
All'opposto la retorica del rischio della trasgresione appare oggi troppo poco rischiosa, in un'epoca che della modernità conserva appena un estetismo epigonale.
L'esile dialettica interna s'impunta ancora su capziose distinzioni: Biano e Nero / Colore; Figurativo / Astratto; La Crociata Atossica... mentre nell'ambito più generale si ripropone la stessa sterile contrapposizione dell'arte contemporanea: da un canto si è sclerotizzata un'idea analgesico, palliativa dell'incisione quasi come pratica new-age; mentre nel canto opposto sono gli incisori-martiri che vogliono aprire ferite, squarciare veli e imeni (immagino mentali), falsi appartati, autori di lutulenti lastre tremendiste tutte vomito e brandelli di carne... nessuno li compra, ovvio, e si ritengono incompresi.
I canoni mediatico-accademici insegnano a non dubitare, del resto abbiamo alle spalle un secolo in cui il fanatismo estetico non è stato da meno di quello politico. Ma oggi le poetiche del Novecento sono morte o ridotte a decorazione vintage. La lotta non è più "ideologica" nell'usurato e inesatto senso del termine: non riguarda né artisti organici né torri eburnee cariate.
Resta la classica questione: che fare?
Come contrastare, sabotare, intralciare l'andazzo dominante, opporsi a questo trend?
Ricette, nonostante i mille cuochi in tivvù, non ce ne stanno.
Naturalmente ci sono ancora artisti antidoto: antibiotici o analgesici è da vedere.
Quel che avete letto è proprio quello che sembra: uno sfogo, un'invettiva...
Mettiamola così: più che arrabbiato, indignato, furioso, disgustato (lo sono stato, tornerò forse ad esserlo?), il presente mi suscita dispetto e uno non se la cava solo con l'ironia. Il sarcasmo, le boutades...
La diagnosi è impietosa, non mi faccio illusioni sul presente e sullo stato dell'arte nel nostro paese, ce l'ho con tutti, o quasi, ma ai miei bersagli negherò l'onore di comparire con le proprie generalità.
Tutto questo può apparine solo un inutile arrovellarsi superficiale e frivolo mentre l'Istat fotografa un'Italia "sciapa e infelice" raggrumata attorno ad una crisi generale che si capillarizza in fallimento individuale e morale e la "crescita zero" in era renziana ci pare una buona notizia.
Confido nella possibilità di liberare la verità dall'ideologia, nell'artista come nel "critico" capace di raccordare idee ed esperienze. L'idea che nell'indivuduo ancora si nasconda un quid imponderabile, un nucleo non interamente clonabile, un residuo fisso che si oppone a qualsiasi tentativo di omologazione culturale, nella speranza che ci sia ancora spazio per l'utopia concreta del linguaggio poetico.
Riconciliarmi con l'oggi guardando agli artisti del passato è soluzione di comodo, è facile, troppo facile, ed è una modalità nella quale mi rifuggio, ma quel che mi interessa è cercare di cogliere, nel frastuono assordarte dell'oggi, una voce: un canto o un urlo...chissà.
Agli incisori che ancora cercano di immaginarsi come artisti contemporanei, allora, spetta una vita interstiziale, di estrema sobrietà, di castità guardinga, di allegrie e severità provate nell'intimo. Una vita intensamente personale, espansione di un Sé orientato verso l'esperienza vissuta, verso l'incontro con persone concrete. È la strada più difficile, la meno appariscente, la più sincera.
L'esercizio indefesso dell'incisione resta un'opera di fedeltà, di ascolto, una comunione diffidente e aspra, un ordine da riformulare in accenti nuovamente veri, una sintassi che sia pensiero, ma non qualcosa di misurabile nei termini complementari del progresso o del regresso.
Da parte mia posso solo invitare ogni incisore, prima di iniziare ad incidere la prossima lastra, a comprendere chi è, storicamente e socialmente, senza delimitare temi e forme comunicative.
L'incisore/artista contemporaneo deve stare al mondo con onestà e questo vuol dire non poter predeterminare, né con foga né con calcolo, i modi della sua vita e della sua partecipazione. Altrimenti ricade negli astratti doveri e negli astratti furori; divide la verità personale da quella che spaccia per collettiva; lavora a ciò che fa evadere altri; cerca ossessivamente il presente, perdendone l'infinito spessore temporale e al sua consustanziale inattualità.

venerdì 8 gennaio 2016

UNA BUONA "NORMA"

Il buon Cino Bozzetti si era auto-imposto una regola, una “Norma”, che aveva trascritto in un talloncino di 22 x 14 centimetri e teneva appuntato in evidenza nel suo studio.
Riproponiamo la “Norma” di Bozzetti all’inizio di quest’anno nuovo come viatico per tutti gli artisti che vorranno continuare ad incidere affilando i bulini per resistere comunque.


Norma
I prezzi dei tuoi lavori saranno cari – non cedere
mai – (così non te li compreranno) – e tu conservali 
facendone una raccolta come faceva Turner.
Così il puntiglio chiamerà continuamente l’esortazione
che dice: aspira sempre a fare lavori eccellenti
e originali.
         Segui sempre questa norma che porta a buon risultato.

sabato 24 ottobre 2015

MANIFESTO DEI BIBLIOFILI AFFAMATI

Per fare una buona impressione
                                                     un bravo stampatore
                                                                                        deve avere un ottimo carattere.
Bruno Munari

1. Discendenti di Gutenberg per «tirature di bellezza perfetta»
Noi artigiani del libro, eredi di Gutenberg,figli di Manuzio e Bodoni, raccontiamo una storia vera dell’artigianato italiano.
Lavoriamo con saperi e sapienza, tra materiale e immateriale, dando pari dignità a mani e mente; i nostri laboratori di antico mestiere sono una fucina di precisione ed entusiasmo,dove si esercita una tenace resistenza culturale.

2. Il risveglio dei sensi
 Siamo editori affini e irripetibili, ciascuno nella propria identità, e desideriamo risvegliare tutti i sensi attraverso i libri da noi creati. Sappiamo che esiste un punto di equilibrio da ricercare continuamente tra piombi e legni, inchiostro e colori, carte naturali e legature, spazio bianco e nero, illustrazioni e segni, bulino e matita; tale arduo percorso è corollario all’opera compiuta che non tradirà se stessa e verrà tenuta in mano a dimostrazione palese di quanto di necessario è stato fatto. Professiamo il pensiero nel suo farsi armoniosamente sotto i nostri occhi, e ci opponiamo all’estinzione del libro frutto di tipografia manuale che anela a persistere perché il nostro è nutrimento classico, ma è anche quello della modernità e della sperimentazione. I nostri libri aspirano ad essere belli dentro e fuori: combiniamo un’attenta cura estetica a una rigorosa selezione dei testi, nella costante e ostinata ricerca di soluzioni inedite ed opere nuove secondo la migliore tradizione della microeditoria, da sempre fucina di giovani talenti e avanguardia nella scoperta di grandi nomi della letteratura internazionale.

3. «Noi gettati nell’azzardo infinito» 
I caratteri sono l’unità mobile di un pensiero universale e di ciò che vogliamo essere in termini di consapevolezza e libertà. Siamo rivoluzionari perché conservatori del bello, del manuale, di una dimensione umanistica del fare che rifugge ritmi consumistici e privilegia un’andatura a passo d’uomo. Siamo l’Italia che lavora tra le macerie dell’arte e della storia e siamo la pattuglia ostinata che conserva una forma tangibile di artigianato: i nostri libri, antichi e tecnologici allo stesso tempo, realizzati combinando diverse e raffinate tecniche.

4. L’eternità per un libro
 Il libro tipografico è un ecosistema di bibliodiversità, frontiera di un mondo di necessaria sapienza; non vogliamo vederlo deperire, ma l contrario desideriamo lasciarlo in eredità ai giovani, sempre più spogliati del valore della manualità. Desideriamo donare alle future generazioni l’orgoglio del carattere impresso sulla fibra di cotone e la scoperta di un’avventura sempre nuova e appagante, esempio dell’eccellenza italiana. Immaginiamo un nuovo amore per il fare, nuove condizioni e nuovi alleati per ideare, lavorare, promuovere, far circolare e vendere libri, all’insegna di un’etica del lavoro che faccia vivere sull’onesto prodotto delle proprie mani e del proprio intelletto, e non sia né scarto né speculazione.

5. Chiediamo
 Chiediamo considerazione, rispetto, visibilità; chiediamo tutela e sostegno dallo Stato, dalle regioni, dagli enti pubblici; desideriamo che la tipografia rientri nelle scuole e che il libro manuale e la grafica tornino ad essere maggiormente protagonisti di mostre e manifestazioni culturali. Desideriamo contribuire a formare un gusto che coniughi bellezza e felicità: l’arte della tipografia è vera tecnologia e l’arte del libro è una delle espressioni più alte e mirabili nell’evoluzione del pensiero e dell’umanità.

Gubbio, 16 – 17 Ottobre 2015

venerdì 2 ottobre 2015

FORUM DEI BIBLIOFILI AFFAMATI

Dedicato al V centenario della scomparsa di Aldo Manuzio
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GUBBIO
BIBLIOTECA SPERELLIANA
Via Fonte Avellana, 8

Venerdì 16, Sabato 17 Ottobre 2015

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DIREZIONE SCIENTIFICA: Maria Gioia Tavoni
COORDINAMENTO GENERALE:  Anna Buoninsegni, Barbara Sghiavetta
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Come nasce il progetto
L’idea nasce dalla pubblicazione "Guida per bibliofili affamati" (Pendragon, 2014) delle bibliografe Maria Gioia Tavoni e Barbara Sghiavetta. Attraverso un sorprendente viaggio compiuto dalle autrici nel Bel Paese, vengono alla luce 24 esperienze del sommerso ma vivacissimo mondo dell'editoria di ‘nicchia’. Affiorano e per la prima volta vengono raggruppate, testimonianze di grande creatività, di sapere artigiano a rischio di estinzione. Presidi culturali, esclusi dai grandi circuiti di distribuzione, dove parole e immagini, mani e intelletti si fondono armonicamente.

Gli obiettivi  del ‘FORUM’
Il forum è una chiamata  a raccolta delle forze editoriali ‘disperse’ della Guida, per costruire una ‘rete’e accendere adeguati riflettori su questo microcosmo,  fatto di passione e conoscenza. Insomma, per“alzare le voci”, con testimonianze dirette di ‘artigiani di bottega’ che rappresentano i “giacimenti” di alto pregio di un’Italia che crede nelle proprie capacità ma ha bisogno di essere ascoltata  e rispettata. Finalità del Forum non è dunque abbandonarsi ai consueti o ulteriori cahiers de doléances, bensì arrivare ad elaborare un ‘MANIFESTO’, rivolto in special modo al mondo della politica e della comunicazione, contenente  i principi di salvaguardia di un bisogno diffuso:  dare senso e concretezza all’uomo artigiano, tutelare il “buon lavoro” fatto con arte, intelligenza e sapienza manuale, valorizzare il manufatto libro bello e ricolmo di  conoscenza.

A chi è rivolto il ‘FORUM’
Ad editori, bibliofili, giornalisti, politici, esperti, docenti, appassionati, e a quanti che svolgono progetti di ricerca nel settore. E soprattutto ai giovani,“futuri bibliofili affamati” da formare al gusto del manufatto libro e  nuovi operatori del settore, eredi di saperi e conoscenze che rischiano di andare perdute per sempre. Per consegnare loro un messaggio su come può funzionare la sinergia “mente mano desiderio ragione”(secondo la felice intuizione di Richard Sennet)  in grado di restituire al nostro Paese forza, primati ed anche saggezza. La sinergia ‘mente – mano’, sostegno educativo dell’agire umano come formulava anche Maria Montessori, ha fatto grande il mondo occidentale, con il modello delle “botteghe” italiane indicate a riferimento globale e in risposta all’omologazione. Tale modello va sostenuto come uno dei fattori chiave dell’identità futura.

Attività collaterali al Forum
UN MESE DI PICCOLA MOSTRA
Dal 16 ottobre al 16 novembre
Esposizione delle opere di ‘microeditoria italiana di pregio’  allestita nei locali della Biblioteca Sperelliana.

EDITORI PRESENTI IN MOSTRA 

CAMPANIA

- EDIZIONI DELL'OMBRA

- IL LABORATORIO NOLA

EMILIA ROMAGNA

- EUGRAFIA

- OFFICINA TYPO

- MAVIDA

- ATELIER ALMA CHARTA

- OPIFICIO DELLA ROSA 

- HEKET EDIZIONI 

- LE MAGNIFICHE EDITRICI 

- ANONIMA IMPRESSORI 

FRIULI VENEZIA GIULIA 

- CAPPAZETA 

LAZIO

- INSIGNA

- MARINA BINDELLA 

LOMBARDIA

- IL BUON TEMPO

- IL RAGAZZO INNOCUO

- EL MENDRUGO DE PAN

- PULCINOELEFANTE

MARCHE

- NUOVE CARTE FANO

PIEMONTE

- TALLONE EDITORE

SICILIA

- EDIZIONI DELL'ANGELO

TOSCANA

- LUNA E GUFO

- EDIZONI DUELIRE

UMBRIA

- ARTE DEL LIBRO unaluna

- XILOCART

VENETO

- AMPERSAND

- CHIMEREA OFFICINA VERONA

- OFFICINA ARTE CONTEMPORANEA

- THE BLUE PRINT PRESS 

- PAOLO CELOTTO 

- CENTRO INTERNAZIONALE DELLA GRAFICA 

PROGRAMMA

 venerdì 16 ottobre  (9.30-13)
PRESENTAZIONE FORUM
SALUTI DELLE AUTORITÀ
Interventi:
- ‘Libri belli dentro e fuori’ (Anna Buoninsegni)
- ‘Avant et après la Guida( Maria Gioia Tavoni- Barbara Sghiavetta)
- ‘Il corpo dei libri. Vista, udito, tatto, olfatto e gusto nei piaceri libreschi’ (Oliviero Diliberto)
- ‘Libri di testo per bibliofili affamati’ (Massimo Gatta)
- ‘L’appetito vien studiando: stampa manuale nell’Università’ (Paolo Tinti)
- ‘Esportare la Guida in Spagna’ (Mercedes Lopez Suarez)

Pausa pranzo

venerdì 16 ottobre – 15-18

“PARLIAMO TANTO DI NOI”  TAVOLA ROTONDA CON GLI EDITORI
Coordina  Andrea  Kerbaker
-         André Beuchat (Atelier Alma Charta)
-         Enrico Tallone  (Alberto Tallone editore)
-         Alessandro Corubolo (Chimerea Officina)
-         Maria Pina Bentivenga (InSigna)
-         Giovanni Turria (Officina Arte Contemporanea)
-         Anna Buoninsegni ( Arte del Libro unaluna)

Gruppo di lavoro elaborazione
‘MANIFESTO DEI BIBLIOFILI AFFAMATI’
Interventi di altri editori, dei giornalisti presenti e del pubblico

CONCLUSIONI
sabato  17 ottobre  - ore  9-13
‘Se la libridine sia destinata a scomparire’ intervento di Andrea Kerbaker

Laboratori sull’arte del libro con studenti,  in collaborazione con ‘Accademia di Belle Arti di Urbino’ e ‘Arte del Libro  unaluna’.

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PARTECIPAZIONE: libera, previa registrazione

Per quanto riguarda i costi si è trovata la migliore offerta di seguito evidenziata.
SOGGIORNO E PASTI: Camere nel centro storico di Gubbio
Pacchetto 2 pernottamenti e 2 pasti 100,00 euro (esclusi viaggio ed extra)


SEGRETERIA:
Anna Buoninsegni Sartori 329 3812750 a.buoninsegni@gmail.com

CONTATTI:
Maria Gioia Tavoni 335 6197440 mariagioia.tavoni@unibo.it
Barbara Sghiavetta 333 7965903 barbara.sghiavetta@gmail.com

INFORMAZIONI E ACCOGLIENZA TURISTICA DI GUBBIO - I.A.T.
Via della Repubblica 06024 GUBBIO (PG) -  telefono: 075 9220693

COME ARRIVARE A GUBBIO
Gubbio si trova nella parte nord est dell’Umbria, a ridosso della catena appenninica e poco lontano dal confine con le Marche.
Si può raggiungere:
-          in auto
-          dagli aeroporti di Perugia, Ancona o Rimini
-          in treno dalla vicina stazione di Fossato di Vico, con collegamenti autobus.

IN AUTO
Possibilità per chi proviene da nord
-          Autostrada del Sole A1 Milano-Napoli: si esce ad Arezzo e proseguire in direzione Sansepolcro. A Sansepolcro si imbocca la E45 fino ad Umbertide per poi deviare in direzione Gubbio. 
-          Autostrada Adriatica A14: si esce a Fano e si imbocca prima la SS-73BIS / E78 e poi la SP-3 in direzione Gubbio.
-          Superstrada E45: si percorre fino all’altezza di Umbertide per poi deviare in direzione di Gubbio.
Possibilità per chi proviene da sud
-          Autostrada del Sole A1: si esce a Orte e si prosegue lungo la superstrada E45 in direzione di Perugia. All’altezza di Bosco si esce in direzione Gubbio.
-          Autostrada Adriatica A14: uscita Ancona-Nord. Poi si prosegue per Jesi, Fabriano e da qui si raggiunge Gubbio.
IN AEREO
-          Aeroporto “San Francesco di Assisi”
Perugia (40 km da Gubbio) www.airport.umbria.it
-          Aeroporto “Raffaello Sanzio”
Ancona – Falconara (90 Km da Gubbio) www.ancona-airport.com
-          Aeroporto “Federico Fellini”
Rimini (130 Km da Gubbio) www.riminiairport.com

IN TRENO

-          Linea Ferroviaria ROMA – ANCONA stazione di Fossato di Vico/Gubbio
collegata con servizio bus (18 km da Gubbio)
-          Linea Ferroviaria FIRENZE – TERONTOLA – PERUGIA   stazione di Perugia/Fontivegge  collegata con servizio bus (40 km da Gubbio)
Per consultare gli orari dei treni: www.trenitalia.it

IN AUTOBUS
-          Umbria mobilità
Collegamenti con Perugia, Stazione di Fossato di Vico, Gualdo Tadino, Umbertide, Città di Castello ed altre località della Provincia di Perugia  www.umbriamobilita.it
-          Autolinee Sulga
Collegamenti con Roma – Stazione Tiburtina e Aeroporto di 

mercoledì 8 luglio 2015

BUON COMPLEANNO












La celebrazione dei quarant’anni di attività del Centro dell’incisione Alzaia Naviglio Grande porta il pensiero a riflettere sull’importanza delle tracce. Le tracce lasciate nella città nel corso dei secoli e, tra queste, il Naviglio Grande che ha permesso alle acque del Ticino di bagnare e attraversare Milano; le tracce lasciate dall’uomo e dalle comunità che hanno organizzato e trasformato il territorio per poterlo abitare. E poi ancora le tracce incise con maestria sulle lastre, alcune delle quali raccolte in questo splendido catalogo a ricordare le molte storie che continuano ad intrecciarsi, i molti modi di 


raccontare le forme del mondo che ci circonda, i differenti linguaggi con il quali, non senza fatiche, siamo chiamati già oggi a confrontarci per costruire pazientemente il domani. Forte è infine la traccia lasciata da chi, con passione e costanza, ha dedicato le proprie energie a tenere vivo il Centro, a dare spazio agli artisti di ogni luogo e di ogni tempo, a riempire di cultura uno spazio sempre più unico nel panoama di questa città. A loro, e a chi diversamente ha sostenuto e sostiene il Centro delle Incisioni, il nostro grazie.
Gabriele Rabaiotti, Presidente Consiglio di Zona 6.





Il Centro dell'Incisione "Alzaia Naviglio Grande" compie quarant'anni di attività e li festeggia con una mostra degli artisti che in questi anni sono stati "vicini" al Centro, per numerologica coerenza dovrebbero essere quanti gli anni, ma pare siano quarantadue, giusto per portarsi avanti ("...e oltre") ché poi, a una certa età, si sa com'è coi numeri...
Tuttavia, a parte il numero degli artisti che si sono aggiunti ad ogni decennale, non ho trovato alcuna differenza rispetto ai festeggiamenti, o "celebrazione" (?), per i trent'anni e, per dirla tutta, neanche rispetto ai venti e ai dieci.
Zaliani e Tregambe ci hanno lasciati a Dicembre e ad Aprile, gli altri, se sono vivi, non appaiono del tutto vegeti, non in questo contesto dove tutto pare ripetersi da dieci, da venti... da "Quarant'anni e Oltre"... ancora... stancamente... almeno per chi osserva...
...comunque...
Buon Compleanno




martedì 2 dicembre 2014

100 DI QUESTI GIORNI










Con il numero attualmente in distribuzione la rivista "Grafica d'arte" compie venticinque anni di ininterrotta pubblicazione. Nell'occasione si terrà a Milano, il 4 Dicembre alle ore 18,00, presso la Sala del Grechetto della Biblioteca Centrale di Palazzo Sormani, un incontro, con interventi di Elena Pontigia, Patrizia Foglia e Giorgio Marini, durante il quale verrà distribuito ai presenti una copia omaggio del numero 100.
"Grafica d'arte" è l'unica rivista in Italia che, come recita il suo sottotitolo, si occupa esclusivamente "di storia dell'incisione antica e moderna e storia del disegno", si potrebbe concludere con un purtroppo, intendendo purtroppo l'unica non riferito alla rivista in sé, ma perché la pluralità dei punti di vista nell'informazione è sempre auspicabile. In effetti, in tanti anni, non sono mancati i tentativi di varare altre pubblicazioni sullo stesso argomento volendo dimostrare di essere diversi. Ricordiamoci che venticinque anni addietro, nell'altro secolo, per pubblicazione si intendeva esclusivamente una stampa cartacea e realizzare una rivista non era impresa semplice, non lo è ancora oggi, anche ad immaginarla solo "on line", perché non può avere la staticità di un sito ne l'estemporaneità di un twitter o di blog (come questo ovviamente). Perché i tentativi fatti non hanno funzionato? Erano solo iniziative velleitarie? Il "Mercato" non ha risposto? Di fatto tutti fallimenti che non meritano di essere ricordati, neanche per stigmatizzare chi ha cessato la pubblicazione dopo aver incassato la sottoscrizione di qualche misero abbonamento.
Chi non ha condiviso e non condivide l'impostazione di "Grafica d'arte" non apprezzerà neanche questo numero 100 "speciale", anche nel senso di monografico, dedicato all'incisione visionaria. Come si precisa nell'introduzione al fascicolo "...la vastità di questa produzione... è tale che ha posto un serio problema ai curatori... a causa del ridotto spazio a disposizione a fronte del numero di opere e di artisti meritevoli di essere menzionati o commentati". Possiamo rilevare che si sono volutamente trascurati artisti ampiamente storicizzati (Dalì, Magritte... tanto per intenderci) per segnalarne altri più contemporanei che privileggiano ancora l'incisione: inutile quindi fare le pulci su gli assenti più o meno eccellenti.
Venticinque anni sono tanti e se diciamo un quarto di secolo fa ancora più effetto. Un quarto di secolo durante il quale molte, moltissime cose sono cambiate. C'è chi sostiene che oggi una rivista cartacea non ha più senso, che in rete c'è molto di più..., proprio per questo pubblicare, regolarmente e con puntualità, quattro numeri all'anno più il supplemento intermedio che si è aggiunto dal 1995, appare ancor più significativo dopo tanti anni. Per quanto i detrattori sostengano che la rivista può interessare solo uno sparuto numero di integralisti ancorati ad una tradizionale concezione dell'incisione ormai superata, evidentemente il numero di abbonati è sufficiente a garantire all'editore la distribuzione, un numero sufficiente di lettori che apprezzano la coerenza e condividono le scelte artistiche e culturali, diciamo, della rivista, per non personalizzare troppo, ma è ovvio che si tratta dell'impostazione che il direttore, nel suo non facile ruolo, ha perseguito con continuità e che, nonostate le critiche che di tanto in tanto giungono nella rubrica "La parola ai lettori", sono ribadite nei cento numeri fin ora pubblicati.
L'augurio personale che mi sento di fare è indiretto auspicando che già dal prossimo numero e per altri cento a venire, "Grafica d'arte" possa iniziare a documentare la rivalutazione dell'incisione contemporanea.

mercoledì 24 luglio 2013

EDIZIONI STRAORDINARIE 2

Hypnerotomachia Poliphili
Aldo Manuzio, Venezia 1499
In folio











Come immagine per introdurre questo post e anticiparne l’argomento, si è scelta una riproduzione delle pagine della Hypnerotomachia Poliphili che, secondo la stragrande maggioranza degli appassionati di libri, è il più bel libro mai stampato.
Dovevo essere particolarmente distratto, o forse l’iniziativa non era stata promossa in modo adeguato; la mostra risale al mese di Luglio dello scorso anno, presso la “Fondazione Banca del Monte” di Foggia che ha anche pubblicato il ricco catalogo di accompagnamento: “LA SCRITTURA E L’IMMAGINE - tra arte e poesia: i libri d’artista italiani del Novecento” a cura di Luigi Paglia.
Anche se ne sono venuto a conoscenza soltanto adesso la pubblicazione che accompagnava la mostra non è di quelle soggette a rapido deperimento e resterà ancora valida per diversi anni a venire.
Per i miei interessi e i miei poveri gusti la mostra e la relativa pubblicazione hanno il pregio di occuparsi dello stesso ambito che intendevo indagare con la pagina EDIZIONI presentata nel post EDIZIONI STRAORDINARIE e la coincidenza di certe proposte è tale da rivelare una significativa ascendenza che mi rende orgoglioso per averla concepita virtualmente e attenua l’invidia di non essere stato io a realizzarla concretamente.
Non so come fosse stata allestita la mostra, esporre dei libri non è facile; mentre per apprezzare un quadro o una stampa sono sufficienti una buona illuminazione e consentire anche una visione ravvicinata, per un libro, oltre all’inconveniente di poterlo mostrare solo parzialmente (quant’anche fosse del tutto smembrato) resterà sempre precluso (per ovvi motivi) il piacere tattile di sfogliarne le pagine.
 “Libro d’artista”, “libro d’arte”, “libro illustrato” “libro oggetto”… solo per restare nell’ambito della concretezza materiale e senza neanche sfiorare le contemporanee possibilità del virtuale.
Le distinzioni sono a volte nette, a volte sottili, altre volte del tutto ambigue, come sempre accade quando gli ambiti si moltiplicano e ciascuno tiene a differenziarsi e considerare il proprio ambito prioritario.
«La mostra propone un’esemplificazione (ovviamente, non esaustiva, dato il panorama quasi sconfinato delle pubblicazioni, ma abbastanza rappresentativa) delle diverse realizzazioni di libri d’artista da parte di vari editori, a partire dagli anni venti-trenta del Novecento e limitata al territorio nazionale.»
Così inizia il saggio introduttivo di Luigi Paglia che poco dopo individua chiaramente l’ambito di interesse «… più convenientemente si potrebbe parlare di libro di arte e poesia o letteratura, rappresentando esso un genere particolare di oggetto estetico derivante dall’interrelazione (nella prospettiva di una particolare forma di intertestualità) di diverse espressioni artistiche [….] Sono, pertanto, da escludere dal novero dei libri di artista le opere con riproduzioni fotomeccaniche…»
Paglia individua «… una quadrangolazione editore – artista – stampatore – scrittore, con la possibilità di coincidenza di due o tre di questi ruoli nella figura dell’editore, soprattutto se piccolo, il quale rappresenta il vertice propositivo dell’operazione […] piccoli e micro editori che realizzano spesso le loro opere senza fine di lucro, con la collaborazione gratuita di artisti e letterati più o meno importanti…»
Il testo introduttivo ha il pregio di un approccio affatto pragmatico, analizza le tipologie di impaginazione, i formati, le carte, i caratteri… «Le tecniche utilizzate nelle opere artistiche…», «…la mappa della dislocazione territoriale degli editori…», i «…tempi di fondazione delle edizioni, o, più precisamente, quelli in cui viene intrapresa la pubblicazione dei libri d’artista».
Per concludere affermando che: «La storia del libro d’artista del Novecento coincide, quindi con la sequenza diacronica degli editori dei quali, di seguito, si presentano - chiedendo venia per le inevitabili dimenticanze – le schede sintetiche dell’attività, e si identifica, anche con la storia della grafica, dell’arte, della poesia e della letteratura».
Segue la presentazione di 49 editori.
Di alcune iniziative editoriali, soprattutto le più antiche, si da comunicazione della cessata attività. Quanto siano attive le più recenti è difficile dirlo, temo che anch’esse risentano della crisi generale.
Tra le proposte editoriali mi interessano di più quelle nelle quali la relazione tra immagine e scrittura è più stretta sia concettualmente perché pensate l’una per l’altra, sia concretamente perché impaginate e rilegate unitariamente. In tutte quelle rientranti in questa categoria, prescindendo dalle mie preferenze di linguaggio artistico, rilevo un rigore ammirevole. Invece non mi piace punto l’idea di quelle incisioni sciolte senza alcuna relazione con il testo ed inserite nel libro solo per alzare il prezzo di copertina (tipo Edizioni Henry Beyle, tanto per intenderci e farmi un “amico” in più).
Conservano tutta la loro raffinatezza le iniziative “One Man Print“ cioè lo stesso artista che è anche stampatore ed editore, ma ritengo più apprezzabili coloro che ricercano collaborazioni e scambi con altri artisti e autori.
Al momento le proposte editoriali più impegnative provengono da “Il Tavolo Rosso” di Udine e da “Mavida” di Reggio Emilia con opere molto diverse, di alta qualità nella realizzazione e grande coerenza anche nella scelta dei testi e degli artisti.
Riallacciare il legame tra incisione e libro, proprio nel momento in cui l’incisione sembra non interessare più nessuno e il libro si smaterializza nell’e-book, può risultare, paradossalmente, un’opportunità: stampa tipografica, incisioni originali, carte raffinate, legatura artigianale… in quanti raggiungerebbero l’orgasmo?

lunedì 15 luglio 2013

ANCORA SULLE BIENNALI

 Giancarlo Vitali (Bellano 29/11/1929)
LA “COPPA VENINI”, 1984. Acquaforte 250 X 230





A sostegno autorevole della tesi espressa disorganicamente nel precedente post, si riporta uno stralcio del testo scritto da Paolo Bellini per il catalogo della prima “Biennale di Olzai”.
L’idea di incisione del Professor Bellini è ben nota e anche nel testo in catalogo non manca di evidenziare le proprie preferenze, ma per quanto riguarda le considerazioni generali risultano ispirate da una lucida visione dell’attuale situazione ed espresse con l’abituale chiarezza e incisività.
Non c’è nulla dei toni enfatici e trionfalistici che caratterizzano le presentazioni di analoghe iniziative e la segnaliamo ritenendola, probabilmente, la presentazione più intellettualmente onesta che può capitare di leggere.


«Di fronte alla nascita di una nuova Biennale di grafica, come è appunto quella di Olzai, è legittimo e doveroso chiedersi quale ne sia il senso. Per Olzai in particolare, ma anche in genere, estendendo la domanda alle altre numerose Biennali che hanno luogo in Italia. La risposta più ovvia e più logica è che una Biennale debba e voglia presentare al pubblico e alla critica soprattutto due aspetti: una valorizzazione del proprio territorio e insieme uno spaccato, dove più e dove meno veritiero, della situazione della grafica italiana in quel momento, una sorta di panoramica della produzione contemporanea ritenuta migliore.
Sulla promozione del territorio non vi è dubbio che un’iniziativa come quella avviata dal Comune di Olzai recherà qualche effetto positivo. Se poi dobbiamo considerare le opere presentate come uno spaccato dell'arte grafica contemporanea, emergono allora alcune considerazioni interessanti. A livello generale si può dire che la maggior parte delle opere ammesse alla manifestazione rientrano nell'ambito del figurativo, con poche e non significative eccezioni. Varie poi e con marcate differenze si mostrano le cadenze stilistiche proprie di ciascun artista. A livello molto sintetico e generale è parso che vi sia un gruppo di incisori che mostrano nei propri lavori una maestria tecnica e mimetica di grande spessore, replicando del resto una prassi che da anni perseguono nel loro lavoro: opere certo ammirevoli e ammirabili, ma che non superano la soglia di una raffinata, esperta e consumata abilità tecnica, specie quando scelgono particolari dove tale perizia può essere meglio mostrata, come la luce di una lampada o le pieghe di un tessuto.
In altri invece si è avuto modo di leggere un soffuso e insistente richiamo a una visione che sconfina dal mondo visibile e riproducibile verso una dimensione fantastica, nel tentativo, spesso riuscito, di creare con la propria opera un’allegoria.
[…]
Se queste ottanta opere volevano essere uno spaccato della produzione dell’arte grafica contemporanea, come si diceva più sopra, ebbene, direi che lo sono, anche se, onestamente, va riconosciuto che alcuni dei lavori presentati sono un po’ troppo "datati" e in futuro sarà opportuno porre dei termini più chiari in tal senso. Naturalmente non tutti possono ritenersi d’accordo con l’opinione che questa edizione della Biennale di Olzai sia rappresentativa della grafica che oggi si fa in Italia. È vero, hanno ragione. Da parte di diversi incisori si realizzano opere di tutt’altro tipo, si sovrappongono le tecniche, si mescolano i linguaggi, si punta a stupire. Ognuno è libero di fare l’arte che vuole. È una questione di qualità e forse anche di buon gusto.
Chiudo con un'osservazione che mi pare doverosa: questa Biennale, ideata da Enrico Piras e supportata intelligentemente dal Comune di Olzai, ha fra i tanti un merito: quello di non proporre vincitori, ma solo segnalati. Un modo intelligente per rispettare gli artisti e per ribadire che un concorso artistico differisce di molto da una gara podistica o ciclistica.»

lunedì 1 luglio 2013

SULLE BIENNALI

Leonardo Castellani (Faenza 1896 – Urbino 1984)
GLI IMBALSAMATI
acquaforte, 1935 mm 227x 360








Al loro primo apparire il senso delle rassegne che ancora oggi chiamiamo “Biennali” era quello di presentare uno spaccato della situazione dell’arte in quel dato momento, una ricognizione della produzione contemporanea ritenuta migliore.
La crisi di questa concezione esplode a partire dagli anni novanta del Novecento con l’inflazione di mostre biennali che hanno scardinato il modello dall’interno sostituendolo col concetto di mostra “a tesi”.
Il responsabile, che inizia a chiamarsi “curatore”, individua una tematica, o una tesi appunto, e sceglie di presentare quegli artisti e quelle opere che ne siano la “dimostrazione”.
Massimiliano Gioni, curatore della 55ª Biennale in corso a Venezia, in un’intervista pubblicata nel numero 300 di “artedossier” dichiara che «Non esiste un formato sclerotizzato di biennale, al contrario credo che ci sia libertà, una biennale può essere qualsiasi cosa… Si parla di biennali solo per riferirsi a un formato che avviene ogni due anni».
Se così “È” nel mondo dell’arte contemporanea, così “NON È” nel mondo dell’incisione italiana contemporanea, o meglio non lo è ancora anche se qualche tentativo è stato fatto.
qualunque rassegna che, oggi, tenti di applicare l’originario principio di presentare una panoramica dell’arte incisoria del momento, è condannata in partenza a non riuscire a presentare nulla di nuovo per i motivi che nel post “J’e accuse” sono già stati argomentati.
Il problema è intricato perché è in crisi il sistema, è in crisi il mercato, sono in crisi gli artisti incisori…
Non si vuol sostenere che il principio della mostra “a tema” sia, di per sé, la panacea in grado di assicurare la buona riuscita, tuttavia appare evidente la necessità per i curatori delle prossime rassegne d’incisione di rivederne l’impostazione, iniziando con l’assumersi il rischio di proporre nomi se non “nuovi” almeno “diversi”, forse per alcuni artisti consolidati non essere più invitati può costituire un qualche incentivo a rimettersi in discussione?
La frecciatina è avvelenata, me ne rendo conto, ma non è tempo di ipocrite accondiscendenze.
Altro che “continuità”!
C’è stato un surplus di “quantità” ora è indispensabile che tutti i soggetti coinvolti si mettano al lavoro per elaborare “nuova qualità”, altrimenti possono continuare a fare gli imbalsamatori, ma i fatti dimostrano che non c’è tutta questa domanda di uccelli impagliati.

mercoledì 15 maggio 2013

TERRA TREMUIT


Si inaugura il 10 maggio, alle 16.30, presso il Museo della Sanità, Via Clavature 8-10 Bologna – gentilmente concesso dalla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna – l’iniziativa “Terra Tremuit. Incisori per gli archivi”, mostra di opere donate dall’Associazione Liberi Incisori (ALI) di Bologna, dall’Associazione Italiana Ex Libris, dalle gallerie Stamparte di Arrigo Quattrini e G7 di Ginevra Grigolo di Bologna, all’A.N.A.I. – Sezione Emilia Romagna.
Quest’ultima ha promosso la mostra in collaborazione con l'ALI, la Soprintendenza Archivistica per l'Emilia Romagna, la Direzione Regionale per i beni culturali e paesaggistici, l'Associazione SOS Archivi e Biblioteche e la Fondazione Mondadori e con il patrocinio dell'Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna.

L’iniziativa ha lo scopo di raccogliere somme da destinare al recupero degli archivi danneggiati dagli eventi sismici del 20 e 29 maggio 2012.
Sarà possibile, durante la mostra e, già prima, attraverso il sito dell’A.N.A.I., formulare offerte collegate alle opere esposte, secondo diverse modalità consultabili sul sito dell’associazione (www.anai.org), da cui è possibile fin d’ora visionare le opere e scaricare il modulo per le offerte on line.
L’intero ricavato verrà devoluto dall’A.N.A.I. – in base a priorità di intervento individuate dalla Soprintendenza Archivistica per l’Emilia-Romagna – al recupero degli archivi emiliani danneggiati dal sisma. Dell’impiego delle risorse verrà dato pubblico resoconto.
L’esposizione presso il Museo della Sanità di Bologna rimarrà aperta al pubblico fino al 4 giugno 2013, e sarà visitabile nei seguenti giorni e orari: dal martedì alla domenica, dalle ore 10.00 alle ore 12.00 e dalle ore 15.00 alle ore 19.00. All’evento inaugurale interverrà l’Onorevole Manuela Ghizzoni, già presidente della VII Commissione (Cultura, Scienza e Istruzione) della Camera dei Deputati. In occasione dell’inaugurazione, l’attrice Marinella Manicardi darà lettura di alcuni brani che rievocheranno gli eventi del maggio 2012, nel loro impatto sul patrimonio culturale. Verrà proiettato un breve video curato dall’Associazione SOS Archivi e Biblioteche e volto a documentare le condizioni degli archivi all’indomani del terremoto.
Ai presenti verrà donata una copia del catalogo della mostra, con le immagini di tutte le opere esposte.


Con viva cordialità
Maria Letizia Dongiovanni
(Presidente Sezione Emilia Romagna - A.N.A.I.)


mercoledì 30 gennaio 2013

AGENDA…


Chissà in quante e in quali case se ne conserva ancora una copia.
Si tratta della «Seconda edizione aggiornata alle ore 22 del 30 gennaio 1995» e in questo preciso istante sono già trascorsi diciotto anni durante i quali moltissime cose sono cambiate, ma a rileggerla conserva intatta tutta la sua validità.
Ripropongo la premessa senza alcuna indicazione e senza altro commento: vediamo se qualcuno se ne ricorda?


PREMESSA

«La materia sensuale di ogni arte reca con sé una speciale fase o qualità di bellezza, intraducibile nelle forme di ogni altra, un ordine di impressioni distinte nella specie» (W. Pater).

Se chiedete a una persona di media cultura cosa sia un'incisione, la risposta sarà: “la targa di ottone sulla porta del dentista”.
Se di fronte a voi sta una giovane ancor piena di sogni, vi segnalerà l'ultimo successo di Baglioni.
Se per vostra sfortuna siete incappati in un critico d'arte, vi dirà in un sussurro: “grafica”; e vi guarderà con aria di sufficienza.
Non viviamo forse in un paese dove le parallele sono convergenti? O dove lo spazzino intasa il traffico urbano da quando è diventato “assistente ecologico”?
E allora vediamo di rettificare queste antiche parole; e definiamole bene, a scansare l'equivoco.
Per quanto riguarda la parola “incisione”, è la nostra persona di media cultura, ad essere più vicina alla realtà delle cose. Da oltre cinquecento anni “incisione” è un pezzo di metallo scavato come “la targa di ottone sulla porta del dentista”, o un pezzo di legno rilevato come un timbro da ufficio, che inchiostrati e poi stampati su varie e bellissime carte lasciano segni, alberi, fiumi, colline all'alba, scarpe non nuove, contesse, polli; quando non gufi, profeti, bambini.
Matrice è il nome del pezzo di metallo o di legno: complice la sopravveniente fertilità; l'inesausta, seppure sempre unica, riproducibilità.
Perché sarà la mano onesta con una semplice punta di metallo o con un piccolo coltello d'occasione, a fare irripetibili i segni. Perché sarà la mano onesta con due cilindri o con una stecca d'osso, quando non col cucchiaio di cucina, a lasciarvi indelebile e unica l'impronta dell'inchiostro, che per antica consuetudine è nero; come è bianca la bellissima carta.
Stampata l'incisione, teniamocela cara.
Perché il resto è davvero silenzio. Quando non polvere.
Che significa “grafica” se non niente?
Nel migliore dei casi “grafica” è una signora lombarda sui quarant'anni, con belle e curate mani, che disegna un libro da bambini scritto da un'altra signora divorziata, per metà svizzera e per metà peruviana, che abita a undici chilometri da Erba. Nel peggiore dei casi è litografia finta, fotoincisione vera, serigrafia industriale, zincografia vera. E vi risparmio la descrizione di questi processi di stampa industriale.
Ecco il motivo di questa “storia”.
Sia finalmente una storia di incisori-incisori, che il pubblico non conosce. Perché, da queste parti e di questi tempi, le mostre e gli articoli sui giornali si occupano generalmente di “pittori-grafici”: signori che mettono i loro autografi sotto stampe industriali.
Pubblicizzati da presuntuosissimi critici o da prezzolati giornalisti d'arte che tutto chiamano “grafica” - non distinguendo una tecnica dall'altra - questi “pittori-grafici” galleggiano nell'orribile favella del pubblico borghese; fanno, come si dice, notizia. E soprattutto, vendono.
Le poche informazioni sull'incisione contemporanea sono invece imbalsamate in pochi, infrequentabili “gabinetti di stampe”. Sono questi luoghi preposti a nascondere ai contemporanei eventuali qualità o bellezze in morti cataloghi illeggibili, irti come sono di rimandi in criptico, burocratico linguaggio.
Si può quindi ben dire che l'incisione contemporanea italiana passa dall'acido, utile alla vita del segno, alla morte di questi luoghi senz'aria e senza tempo. Senza alcuna comunicazione per i vivi. D'altra parte l'incisione è un'arte destinata a scomparire nel giro di due generazioni, al massimo.
Come tutte le cose seriamente rare e verificabili di questo paese. Non mi illudo con le poche note di questa storia di cambiare il corso delle cose, o le cose della corsa.

L'arte dell'incisione non è ancora, mi pare, nel paniere della scala mobile.

Dopo diciotto anni gli unici aspetti che appaiono superati sono l’abolizione “della scala mobile” e forse Baglioni non è più nella play list di “una giovane ancor piena di sogni”.
È Forte la tentazione di ripubblicare tutto, potrei dedicarvi una pagina apposita, conosco bene l’Autore che sarebbe d’accordo, qualche problema di diritti potrebbe essere sollevato dall’Editore.
Vedremo.
Frattanto salto le successive sessanta pagine che sono ormai “Storia” seppur “breve ma veridica”.
Sono storia confermata dal tempo che ha suggellato anche la punteggiatura oltre ai giudizi critici fatti “con carne macinata di incisori italiani contemporanei. Ma il più delle volte è carne in bianco. Se poi qualche polpetta è avvelenata, (ma non si esageri)…”
Vado direttamente al poscritto che contiene una “modesta proposta per rilanciare l’incisione”.
Adesso che per l’incisione i tempi sono tornati ad essere sinistri e mentre si ricercano strategie di rilancio economico la “modesta proposta” potrebbe trovar posto in una qualche “agenda” che i politici proprio in questi giorni tentano di ammannirci, se non fosse che per la direzione intrapresa, col redditometro e gli incombenti controlli, sembra appartenere alle più visionarie utopie sociali rivoluzionarie.
Del poscritto riporto solo la conclusione:
«…Naturalmente bisogna evitare di abbassare la guardia. Critici, galleristi, biennalisti, triennalisti, sperimentalisti e altri blobbisti, sono in agguato, aggiornati Barbaricce. Aiutiamo allora i nostri Bonaventura dell'incisione. Diamo denari a chi apre bottega di stampa (anche in casa propria). Esentiamolo dal pagare tasse, da tenere registri contabili. È una modesta proposta. Dove si possono trovare denari? Ovviamente dal mercato. E per l'avvio? Si chiudano, nelle accademie, le scuole di incisione. Si pensionino i docenti perché annaffino il loro giardino. Così eviteranno di predisporre al lastrico centinaia di imbecilli presuntuosi, untuosi e spocchiosi. Non ho scritto di riaprire i bordelli, per finanziare la nascita di botteghe incisorie. Ho scritto di chiudere questi bordelli artistici e di utilizzare a fin di bene quanto naturalmente si risparmia. Per il bene di tutti. Arte compresa.»

«Solo gli spiriti superficiali si accostano a un'idea con delicatezza.»

E. M. Cioran