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martedì 13 dicembre 2016

IL CHIODO FISSO E LA CRESTA DELL'ONDA

V. Piazza
ONDA SU ONDA
acquaforte 2011
mm 190 x 240






Quando si ha un "chiodo fisso" tutto, dal più banale episodio della quotidianità al più tragico degli eventi globali, viene agganciato al quel chiodo.
Questo post nasce da un cortocircuito innescato da un vecchio post che prendeva spunto dalla e-mail di uno studente che, per far conoscere le proprie incisioni, invitava a visitare il proprio sito internet.
Un'incisione "È" un'incisione quando è stampata sulla carta e perciò è qualcosa di stabile e di tattile e potrei elogiare, ancora una volta, il piacere, anche erotico, di osservare, toccare e annusare una stampa.
Possiamo anche dire che le incisioni sono un piccolo monumento, sono qualcosa che si erge contro il tempo, sono come piccole piramidi di Cheope (sebbene anch'esse non durano nel tempo) che affondano nella sabbia del deserto che più le copre e più le protegge. Anzi, per restare nella metafora funeraria, direi meglio che oggi un'incisione è una pietra tombale che dice: qui giace, sepolta tra i segni, l'anima benedetta di Tizio o Caio (sempre che sia un'incisione nata dall'anima e non da un corso dell'Associazione PassaTempo) e sono ammessi gesti scaramantici.
Ognuno nella propria casa ha un piccolo cimitero di lapidi o di anime, perché l'anima non emigra da nessuna parte, sta dove c'è la sua lapide ed essendo l'incisione un oggetto duplicabile anche l'anima si è adattata alla duplicazione.
Invece un'incisione postata in rete cos'è? Un'incisione che si può vedere solo proiettata virtualmente, senza quel piacere tattile che ricordavo?
Avete provato ad annusare uno schermo?
Beh direi che è un essere insepolto poiché non c'è un sarcofago per le sue spoglie, non c'è un'urna per le sue ceneri e non c'è una lapide piantata a terra.
Un'incisione, e anche uno scritto come questo, solo in rete ricordano i morti annegati nel mare. Un mare (quello elettronico) che non è mai agitato, non ha tempeste, si stende immobile, ma inghiotte tutto. A volte un corpo si arena su una spiaggia insieme a tanti relitti di naufragi, ma si arena dove nessuno lo riconosce più.
In rete ci sono (ci siamo) solo cadaveri in decomposizione e naufraghi, tantissimi naufraghi, che per un po' restano (anzi restiamo, ma ancora per poco) vivi e parlanti; alcuni siamo imbarcati su delle scialuppe, ma non remiamo, è inutile perché è tanto grande il mare che ci si lascia portare dal vento e dalle correnti; spesso il flusso porta ad incontrare altri naufraghi, ci si scambiano dei segni, ci si saluta…
Poi anche le scialuppe si sfasciano e qualcuno per un po' vive ancora attaccato a qualcosa di galleggiante continuando a salutare, ma senza nessuno che possa prenderci a bordo.
Il mare è pieno di resti, anche di cose utili che qualcuno camminando sul litorale dopo una mareggiata recupera, ma noi naufraghi quando ci areniamo siamo già cadaveri.
Per concludere questa sconclusionata considerazione, niente vieta di mettersi in mare, scusate intendevo dire niente vieta di mettersi in rete, on line per dirla bene, con le proprie incisioni e la rete esercita tanta attrazione ed esaltazione appunto perché è come il mare dove chiunque ci si metta a bagno può galleggiare e se uno è stronzo galleggia anche meglio.
Però si sappia che, alla lunga, si annega e si muore; si può replicare che questo è un fatto che comunque non si può evitare e tanto vale, almeno una volta prima di morire, provare a brillare come sulla cresta di un'onda.

lunedì 12 dicembre 2016

FALSERÒ LA LEGENDA

Max Klinger
Die Schlange ( il serpente)
acquaforte e acquatinta 1898, mm 295 x 160









Ho iniziato a scrivere per me solo, certo, non perché io sia mai stato il mio unico lettore, ma perché scrivo per raccontare a me stesso, come se fossi un altro, le cose che penso, forse già con la segreta intenzione di trarne incitamento alla mia vaga volontà di non scrivere mai più: utopica ambizione di un uomo privo d'immaginazione come me.
Ormai l'assuefazione all'identità eteronima è tale che mi sono guardato allo specchio e non mi sono riconosciuto.
Il mio viso è solcato da una miriade di piccole rughe, avvicinandomi allo specchio per analizzarle meglio, mi sono reso conto che si tratta di segni. Sono i segni delle tante incisioni che ho osservato e analizzato con l'uso del contafili ad essersi tatuati sulla mia pelle.
Esprimendo con la scrittura il mio interesse per l'incisione sono diventato sensibile a complessità di cui non mi ero mai accorto prima.
Adesso devo prendere atto che è stato tutto uno sbaglio, un equivoco, un'incomprensione: questo non è il blog di un appassionato di incisioni che scrive di incisioni, come io credo di essere.
Non è il blog di un noto critico che qui può dire quel che gli obblighi sociali impongono non venga detto chiaramente, o del professore serioso che nel blog ritrova il senso dell'ironia, come gli altri sospettano che io sia.
Questo blog è la sublimazione dell'essere io stesso un'incisione e in parte, in cattiva parte, ci sono riuscito.
Una spessa lastra di rame dove è possibile leggere tutti gli interventi: incisa all'acquaforte, ritoccata a brunitoio e bulino…
Il problema è che da questa lastra non è mai stata tratta alcuna prova di stampa, ma non si creda che per il fatto di non essere stato stampato il mio essere lastra sia un emerito niente, al contrario la mia tiratura è come sospesa sopra l'arte universale.
Come qualunque acquaforte, mediamente ben fatta, sono tutto necessità, basto a me stesso, sono tecnica e contenuto.
Mi è venuto da pensare a quello che diceva Baudelaire: che il vero eroe è chi si diverte da solo, ma io non sono solo, sono sottomesso a quel tormentato tiranno, a quel "Grande Fratello" insonne, onnisciente e onnipresente che giudica e condanna senza concedere attenuanti.

lunedì 7 novembre 2016

CONTRO GLI INCISORI

Calata la celata e lancia in resta ho spronato il mio Ronzinante al galoppo contro i mulini a vento (o le pale eoliche) ed ho immaginato qualcosa di scorretto (se no che immaginiamo a fare?) attaccando alle spalle gli incisori italiani contemporanei (in altri posti forse accade diversamente, non so se meglio o peggio).
Gli incisori italiani sono da tempo prigionieri, fino a una inconsapevole autoparodia, dei propri patetici miopi narcisismi che niente hanno a che fare con un'arte che conta.
Troppo inclini ad assumere la maschera autonobilitante della fedeltà alla tradizione, oppure come parodie di artisti maledetti d'avanguardia, hanno il vezzo inguaribile di riproporci ancora e sempre un immaginario omologato, globalizzato, dominio assoluto della banalità. Ciecamente impegnati nello sforzo sterile e solipsistico di aggiungere segni a segni per sfornare capolavori annunciati, inattuali e ininteressanti, che stentano a simulare come opere d'arte.
Li vedo nelle loro risibile fatica sprecata in un interminabile autoreferenziale proporsi come caricature miseramente aggiornate di custodi della nobile arte dell'incisione. Ogni incisore italiano, tradizionalista dégangés o neoavanguardista engagés, sa di far parte di un mondo terminale e di rivolgersi a un decrescente pubblico di "interessati".
Da più di centocinquant'anni, con le prime avvisaglie e poi con il pieno sviluppo della società di massa, gli artisti (e gli inciosri in coda) hanno imboccato due strade. La prima è stata quella di costituirsi in avanguardia, organizzandosi con i metodi della moderna industria culturale e della pubblicità. Nelle forme più sincere l'avanguardia è stata secessione, critica delle forme paludate e finto-sublimi, parodia, destrutturazione...
La seconda strada è quella dell'abbassamento retorico, della prosaicità, di un'arte che cerca di ricucire lo strappo, oscillando fra un realismo domestico e un'innoccenza manieristicamente simulata.
Insomma: o le astruserie o le banalità. Ma l'alternativa è brutale quanto puramente teorica, visto che gli opposti si abbracciano solidali generando il vasto mare di tutti i vari possibili incroci.
Vedo precisarsi sempre meglio davanti ai miei occhi i contorni di una famiglia artistica di incisori che divorano ogni alterità e in ogni loro foglio restituiscono un "etimo" monolitico e replicabile all'infinito. Sono artisti apparentemente diversi per qualità, anagrafe e storia che tuttavia provocano una comune ricezione acritica nell'adesione come nel rifiuto.
La propria poetica pretendono di mimarla (o menarla) di continuo, così che buona parte della loro opera evoca una gigantesca cornice di un quadro che non c'è.
Queste soluzioni mistificate finiscono spesso per comunicare all'osservatore un senso quasi metafisico di noia: anche quando si è in presenza di un gran dispendio di virtuosismi si ha la sensazione che le doti conoscitive e rapresentative si atrofizzino in un linguaggio ridotto a sontuosa stilizzazione.
Le opere nate da una simile illusione tendono, a volte, a rovesciare le disperate afasie contemporanee in euforica logorrea.
All'opposto la retorica del rischio della trasgresione appare oggi troppo poco rischiosa, in un'epoca che della modernità conserva appena un estetismo epigonale.
L'esile dialettica interna s'impunta ancora su capziose distinzioni: Biano e Nero / Colore; Figurativo / Astratto; La Crociata Atossica... mentre nell'ambito più generale si ripropone la stessa sterile contrapposizione dell'arte contemporanea: da un canto si è sclerotizzata un'idea analgesico, palliativa dell'incisione quasi come pratica new-age; mentre nel canto opposto sono gli incisori-martiri che vogliono aprire ferite, squarciare veli e imeni (immagino mentali), falsi appartati, autori di lutulenti lastre tremendiste tutte vomito e brandelli di carne... nessuno li compra, ovvio, e si ritengono incompresi.
I canoni mediatico-accademici insegnano a non dubitare, del resto abbiamo alle spalle un secolo in cui il fanatismo estetico non è stato da meno di quello politico. Ma oggi le poetiche del Novecento sono morte o ridotte a decorazione vintage. La lotta non è più "ideologica" nell'usurato e inesatto senso del termine: non riguarda né artisti organici né torri eburnee cariate.
Resta la classica questione: che fare?
Come contrastare, sabotare, intralciare l'andazzo dominante, opporsi a questo trend?
Ricette, nonostante i mille cuochi in tivvù, non ce ne stanno.
Naturalmente ci sono ancora artisti antidoto: antibiotici o analgesici è da vedere.
Quel che avete letto è proprio quello che sembra: uno sfogo, un'invettiva...
Mettiamola così: più che arrabbiato, indignato, furioso, disgustato (lo sono stato, tornerò forse ad esserlo?), il presente mi suscita dispetto e uno non se la cava solo con l'ironia. Il sarcasmo, le boutades...
La diagnosi è impietosa, non mi faccio illusioni sul presente e sullo stato dell'arte nel nostro paese, ce l'ho con tutti, o quasi, ma ai miei bersagli negherò l'onore di comparire con le proprie generalità.
Tutto questo può apparine solo un inutile arrovellarsi superficiale e frivolo mentre l'Istat fotografa un'Italia "sciapa e infelice" raggrumata attorno ad una crisi generale che si capillarizza in fallimento individuale e morale e la "crescita zero" in era renziana ci pare una buona notizia.
Confido nella possibilità di liberare la verità dall'ideologia, nell'artista come nel "critico" capace di raccordare idee ed esperienze. L'idea che nell'indivuduo ancora si nasconda un quid imponderabile, un nucleo non interamente clonabile, un residuo fisso che si oppone a qualsiasi tentativo di omologazione culturale, nella speranza che ci sia ancora spazio per l'utopia concreta del linguaggio poetico.
Riconciliarmi con l'oggi guardando agli artisti del passato è soluzione di comodo, è facile, troppo facile, ed è una modalità nella quale mi rifuggio, ma quel che mi interessa è cercare di cogliere, nel frastuono assordarte dell'oggi, una voce: un canto o un urlo...chissà.
Agli incisori che ancora cercano di immaginarsi come artisti contemporanei, allora, spetta una vita interstiziale, di estrema sobrietà, di castità guardinga, di allegrie e severità provate nell'intimo. Una vita intensamente personale, espansione di un Sé orientato verso l'esperienza vissuta, verso l'incontro con persone concrete. È la strada più difficile, la meno appariscente, la più sincera.
L'esercizio indefesso dell'incisione resta un'opera di fedeltà, di ascolto, una comunione diffidente e aspra, un ordine da riformulare in accenti nuovamente veri, una sintassi che sia pensiero, ma non qualcosa di misurabile nei termini complementari del progresso o del regresso.
Da parte mia posso solo invitare ogni incisore, prima di iniziare ad incidere la prossima lastra, a comprendere chi è, storicamente e socialmente, senza delimitare temi e forme comunicative.
L'incisore/artista contemporaneo deve stare al mondo con onestà e questo vuol dire non poter predeterminare, né con foga né con calcolo, i modi della sua vita e della sua partecipazione. Altrimenti ricade negli astratti doveri e negli astratti furori; divide la verità personale da quella che spaccia per collettiva; lavora a ciò che fa evadere altri; cerca ossessivamente il presente, perdendone l'infinito spessore temporale e al sua consustanziale inattualità.

lunedì 31 ottobre 2016

COME TI VORREI

《... Ecco dunque l'unica cosa decente che ci resta da fare: stare in alto (cioè in grazia di Dio), mirare il alto (per noi è per gli altri) e sfottere crudelmente non chi è in basso, ma chi mira basso. Rinceffargli ogni giorno la sua vuotezza, la sua miseria, la sua inutilità, la sua incoerenza.
Star sui coglioni a tutti come sono stati i profeti innanzi e dopo Cristo. Rendersi antipatici noiosi odiosi insopportabili a tutti quelli che non vogliono aprire gli occhi alla luce. E splendenti e attraenti solo per quelli che hanno Grazia sufficiente da gustare altri valori che non siano quelli del mondo...》

Breve estratto da una lettera, non di Onorio Del Vero, ma di don Lorenzo Milani a don Ezio Palombo, Barbiana 25/03/1955.
Luigi Bartolini, LO STUDIO (UOMO CON GRILLI IN TESTA) acquaforte, 1942 mm 152 x 100

Sentiamo continuamente deplorare la scomparsa della critica d'arte, ovvero la scomparsa di un giudizio chiaro, inesorabile e puro. Si auspica un'intelligenza lucida, chiara e altera, che esamini con distacco, un'intelligenza che guardi agli artisti e non a sé stessa, misurata e implacabile nei confronti delle opere nel definirne vizi ed errori.
Ma affinché possa esistere un'intelligenza di questa specie, dovremmo tutti avere nel nostro spirito una lucidità e una purezza di cui tutti oggi siamo privi, di cui è priva la società, e non può aver vita fra noi un essere troppo differente da noi stessi, troppo differente dalla società nella quale è stato generato.
L'artista dal critico si aspetta (e non ha mai) un giudizio che lo aiuti ad essere più fortemente quel che già è, si aspetta benevolenza, come qualcosa che gli sia dovuto e se non la ottiene si sente incompreso, perseguitato, vittima di un odio ingiusto e pronto a scorgere nel critico qualche fine spregevole.
Se l'artista è amico del critico, o se semplicemente si sono a volte incontrati scambiando qualche parola, l'amicizia o quegli incontri sporadici lo fanno certo che il giudizio del critico sarà lusinghiero; e se non è così, e al posto del giudizio positivo ne ha invece una stroncatura spietata, o più spesso soltanto silenzio, l'artista precipita in uno stupefatto sconforto, per poi subito infiammarsi di velenoso rancore, come se la vera o presunta amicizia o i rari incontri gli avessero dato diritto a un favore eterno. Perché il nostro malcostume sociale porta a chiedere all'amicizia, o anche ad un semplice sorriso di cortesia, non già un giudizio sincero ma l'immediato vantaggio.
I giudizi della critica sono, per lo più, intrisi di simpatia o antipatia, di affetto o di odio. A volte si tratta di simpatia o antipatia personale; a volte la simpatia o l'antipatia sono rivolte non al singolo artista, ma alla corrente alla quale si ritiene appartenga.
La simpatia altrui è sempre molto gradita, si gode, per qualche istante, di una profonda sensazione di benessere, ma sfumata questa sensazione gli interrogativi sulla qualità del proprio lavoro si ripresentano uguali a prima.
L'antipatia altrui dispiace, immediatamente si reagisce con altrettanta antipatia, il dubbio di essere inutili e il dubbio che siano "cose inutili" i malevoli giudici, si aggrovigliano e si finisce per detestare insieme sé stessi, la critica e la vita intera.
La critica rappresenta un'altra delusione, quando si avverte nella sua scrittura, solo un pretesto per la costruzione letteraria. Quando, già a distanza, se ne avverte l'odore, si estingue immediatamente la fede nel giudizio anche se tale giudizio si mostra adorno di eleganza. L'eleganza, le raffinatezze di stile del critico non sono affatto utili all'artista: può ammirarle, ma non sa che farsene.
Certo al critico non dovrebbe importare nulla delle reazioni dell'artista, se avesse la chiara coscienza di aver pensato e scritto giustamente. Ma i critici sono oggi fragili, nevrotici e ipersensibili. Temono di trovarsi da soli a dire il vero, oppure aspirano ad essere odiati come condimento piccante della loro esistenza. Desiderano ammantarsi di odio, come una luccicante divisa e l'aspirazione all'odio, sfoggiato come una civetteria sociale, così come la paura dell'odio, non può costituire un saldo basamento per la ricerca e l'affermazione del vero.
Una cosa che ritengo non dovrebbe mai fare un artista, è dolersi fuori di misura per le critiche negative o, più di frequente, per il silenzio che ricadono sulla sua opera. L'attribuire una smisurata importanza al riscontro dell'opera, rivela nell'artista una mancanza d'amore per l'opera e per sé stessi. Se l'artista ama veramente il suo lavoro, e non fa l'artista solo come mezzo di affermazione (sociale, economica... prestigio, orgoglio, vanità...), ciò che accade alla sua opera, la sua sorte, il favore o l'incomprensione che potrà incontrare, non hanno che una importanza effimera.
In verità l'artista non ha diritto di chiedere, per la sua opera, niente a nessuno. Quando ha sollecitato il gallerista perché gli paghi ciò che gli è dovuto, esigenza legittima e indispensabile, non gli restano altri compiti pratici nei riguardi delle sue opere. Può restarsene a casa, in riposo a pensare a sé stesso, o allo studio a pensare al prossimo lavoro. Invece è certamente dannoso pensare troppo alle opere già realizzate e che vanno, nel clamore o nel silenzio, per la loro strada. Ha avuto il grande piacere e privilegio di realizzarle e questo, in fondo, gli dovrebbe bastare per sempre.
Non ho inteso dire che all'artista i giudizi dei critici debbano essergli totalmente indifferenti: può essere utile - sempre che siano giudizi sinceri e non sollecitati o estorti o acquistati - metterli a confronto con il giudizio che lui stesso, nel profondo del suo spirito, ha della sua opera, e studiare di capire quanto del suo stesso giudizio sia dettato da un istintivo perdono per i suoi propri errori, quanto sia limpida conoscenza e quanto sia delirio e superbia. Ma raramente si riesce a guardare le proprie opere con distacco, raramente si riesce ad essere così saggi.

domenica 4 settembre 2016

INCISIONE & ARCHITETTURA

Aldo Rossi
L'ARCHITETTURA DOMESTICA
acquaforte 1974, mm 182 x 130















La coincidenza tra la segnalazione ricevuta di una pagina Facebook e un articolo intitolato "Appunti sull'incisione di architettura del secondo Novecento", a firma Sandra Suatoni, nel numero 106 della rivista "Grafica d'arte" mi hanno indotto a documentarmi meglio sull'argomento giungendo a questa mia considerazione.
Carla Suatoni, che lavora presso l'Istituto Nazionale per la Grafica, ha coordinato le due edizioni di "Architettura Incisa", nel 2009 e nel 2012, dove, per farla breve, docenti e studenti di architettura hanno realizzato delle incisioni presso i laboratori di Palazzo Poli.
Chiariamo subito che non si sta facendo riferimento ad una "Architettura Incisa" per scopi di riproduzione come avveniva fino all'Ottocento, inoltre, se ho ben capito, "Architettura Incisa" non è, di per sé, un'incisione che raffigura una qualunque architettura. Per intenderci con qualche esempio in ambito contemporaneo: le vedute di Enrico Piras, le cascine di Zaliani, le "Torri" e i "Palazzi" di Lanfranco Lanari, i "Labirinti" o i monumenti raffigurati da Toni Pecoraro e potrei continuare con altri disparati esempi aggiungendo soltanto i reperti di archeologia industriale di Gianni Cacciarini, proprio perché è architetto di formazione come Piazza, come Giulio Massimi scomparso lo scorso Aprile e come altri artisti che hanno studiato architettura... ebbene tutti questi esempi non rientrano nel concetto di "Architettura Incisa" per come l'intendono gli architetti.
Il progetto architettonico è anche un'occasione per elaborare riflessioni teoriche sull'architettura, alcuni architetti ritengono che si possa fare architettura anche non costruendo, ma limitandosi alla sua rappresentazione che quindi può avvenire con le tecniche più varie: digitali, grafiche, pittoriche...
Se in campo artistico l'incisione ha sempre avuto, fin dalle origini, un filone parallelo che l'ha utilizzata per le sue peculiarità espressive, per gli architetti (Piranesi escluso) ha rappresentato (fino all'avvento della fotografia) solo un mero mezzo di riproduzione a fini divulgativi, si affidavano i disegni di progetto alle stamperie calcografiche o litografiche come oggi s'invia un file al centro stampa (magari non proprio con la stessa disinvoltura: "Oh Tempora, o mores"). L'interesse degli architetti per l'incisione come tecnica espressiva è quindi un fatto recente, non so se vi sia anche una componente nostalgica (i protagonisti tendono ad escluderlo), di certo, per praticarla in prima persona, si rende necessario un recupero di "primitiva" manualità molto distante dagli attuali virtuosismi virtuali.
Anche la pagina FB s'intitola "Architettura Incisa", credo con esplicito riferimento l'omonima iniziativa, ma programmaticamente dichiara di non voler fare distinzioni tra "Architettura Incisa" e "Incisioni di Architettura" che sarebbero proprio quelle degli artisti citati e dei tanti altri che prediligono l'architettura, reale o fantastica, come soggetto delle loro opere. Non so dire se l'impostazione sia corretta e coerente, vedremo come si svilupperà la pagina, pertanto sospendo ogni giudizio potendo ritenere il principio della scelta inclusiva valido quanto quello che tende ad una concezione esclusiva limitata allo stretto ambito architettonico.
Il breve articolo pubblicato su Grafica d'arte "... introduce a uno studio sugli architetti incisori del Novecento i cui lavori sono stati sovente poco considerati", la necessità di una estrema sintesi ha penalizzato lo sviluppo dell'articolazione del testo e l'apparato iconografico.
Ammetto la mia ignoranza nel non sapere se tutti i nomi citati siano (proprio tutti?) architetti di chiara fama, rilevo però che, sotto l'aspetto meramente quantitativo, se è pur vero che sono molti gli architetti che, per curiosità o per insistenza di qualcuno, si sono cimentati con l'incisione, nella maggior parte dei casi tale esperienza si limita a pochissime prove e, pertanto, considerare "architetto incisore" (quasi fosse Piranesi) chi ha realizzato solo un paio di acqueforti mi sembra, francamente, diciamo... molto "generoso". Probabilmente a fare eccezione (per quantità) è la produzione di Aldo Rossi che però, opportunamente, viene definita "grafica" non trattandosi sempre e solo di incisioni, ma tendendo ad ibridare tecniche anche di riproduzione fotografica.
Venendo all'aspetto qualitativo, non intendo valutarne la rilevanza storica, artistica e culturale, mi interessa esplicitare il fatto, sempre taciuto, che questo fenomeno (fuori da un isolato "divertissement") è soggetto ad una duplice valutazione negativa.
Innanzitutto c'è una critica tutta interna alla disciplina dell'architettura, da parte di quegli architetti che, concependo l'architettura come spazio costruito, considerano i disegni di progetto solo una mediazione finalizzata alla realizzazione dell'opera e non ritengono che possa esistere una ricerca e una idea di architettura che si esprima solo a livello di rappresentazione non finalizzata alla costruzione, tanto ché hanno sempre visto con fastidio quegli elaborati che enfatizzano l'aspetto grafico al di là di quanto strettamente necessario a comunicare l'idea progettuale. Questa disputa ha radici lontane e lasciamo che siano gli architetti, se ne hanno ancora voglia, a sbrigarsela tra loro.
L'altro fronte critico è quello degli artisti incisori che accusano l'assoluta mancanza di competenza tecnica e un linguaggio grafico inadeguato che insieme sfociano spesso nel dilettantismo.
Generalmente un architetto che per la prima volta si cimenta con un'incisione o una litografia è portato a riproporre sulla lastra o sulla pietra un suo schizzo (raramente un disegno più controllato) con l'aiuto di uno stampatore che si fa carico di tutti gli aspetti tecnici necessari per arrivare alla stampa.
Far comprendere che l'incisione non è semplicemente un disegno realizzato su una lastra anziché su un foglio è tra i meriti delle due edizioni di "Architettura Incisa". Si coglie l'intenzione di concepire un linguaggio grafico congeniale al segno inciso e i risultati più significativi, in questa direzione, provengono degli studenti.
Figuriamoci se un "archistar" può porsi scrupoli di questo tipo, infatti proprio a costoro si devono le prove più deludenti alle quali i tecnici dell'Istituto hanno tentato di porre rimedio con colori, fondino e velature per attenuarne l'imbarazzante inconsistenza.
Nel gruppo un caso a parte è rappresentato dall'architetto Franco Purini il cui segno espressivo è naturalmente congeniale all'incisione, risultando piranesiano anche in alcuni suoi progetti.
Fino ai primi del Novecento la formazione di un architetto non differiva molto da quella di un artista: credo risalga al 1929 la costituzione della Facoltà Universitaria di Architettura che sino ad allora era un sezione all'interno delle Accademie di Belle Arti. La scissione tra i linguaggi artistici e quelli architettonici ha seguito di pari passo la differenziazione e la specializzazione cui sono andati soggetti i percorsi formativi di studio, con una accelerazione ai giorni nostri - alla quale si sta oggi tentando di porre un inutile freno - causata dal passaggio alla rappresentazione digitale.
Le Corbusier dipingeva quadri post cubisti e nelle sue costruzioni certe impronte nel calcestruzzo a vista ne contengono le suggestioni (se non ha mai dipinto una veduta della Villa Savoy, è pronto a far notare l'Avvocato del Diavolo, vorrà pur dire qualcosa).
Oggi o si è artisti (accantonando i retaggi della formazione da architetto, utile qualche volta, ma per lo più da rimuovere o sublimare nel migliore dei casi) oppure, se si vuole essere architetti, si finisce per ricondurre a questo campo autoreferenziale ogni altra forma espressiva.
È il percorso trasversale dei linguaggi artistici che oggi appare precluso e un tentativo in questo senso è un altro merito di "Architettura Incisa".

sabato 13 agosto 2016

COSA NE PENSI?

       

Rembrandt
Il Dottor Faust







H
o il privilegio di frequentare degli artisti, non molti in verità, che mi mostrano le nuove incisioni in fase di realizzazione o che hanno appena ultimato. Così, pian piano, mi sono fatto l'idea che chi incide (ma ritengo valga per chiunque si applichi ad un'attività creativa) corre due pericoli: il pericolo di essere troppo tollerante con sé stesso e, all'opposto, il pericolo di essere ipercritico fino a disprezzarsi. 
Quando l'artista sente che tutto ciò che pensa e realizza trabocca di qualità, allora incide con una facilità che dovrebbe insospettirlo, ma generalmente non ha alcun sospetto perché, in questi momenti di euforia creativa che arde di vano fuoco, non c'è spazio per sospetti o dubbi e tutto quello che realizza gli sembra felicemente risolto, utile e destinato all'immortalità.
Quando invece tende a disprezzarsi, annienta ogni idea non appena si affaccia, e così ammucchia intorno a sé ingombranti cadaveri di idee difficili da rimuovere.
Oppure ancora, essendo pieno di disprezzo per sé stesso, ma anche di una oscura speranza, insiste su una stessa idea la rielabora, la modifica infinite volte, nella speranza che da quella idea iniziale sgorga, per miracolo, il capolavoro.
Perciò chi incide, dopo un momento di elaborazione individuale, sente con forza la necessità di confrontarsi: poche persone di fiducia alle quali sottoporre ciò che pensa e sta realizzando. Il pubblico è, per l'artista, una proliferazione di queste poche persone proiettate nell'ignoto e, si auspica, nel tempo della storia.
Sono proprio queste persone che aiutano l'artista sia a non provare per sé stesso una fiducia cieca, sia a non provare per sé stesso un disprezzo mortale. Lo aiutano a difendersi dalla sensazione di farneticare in solitudine.
Siccome il principale timore dell'artista è di realizzare opere inutili e non interessanti, è assolutamente necessario che gli interlocutori proteggano l'artista da questo timore.
La scelta degli interlocutori non è facile: l'amicizia, la stima, l'affetto sono necessari, ma non sufficienti. 
Difficilmente i figli possono assolvere a questo compito tendendo ad assere nei confronti dei genitori ipercritici e se questo non accade, accade il contrario, cioè tendono a mitizzarli, ed è anche peggio.
Si può obiettare che ciascun artista dovrebbe essere abbastanza maturo per autovalutarsi, per quanto è possibile ad un essere umano esprimere un giudizio distaccato sopra sé stesso, ma agli interlocutori non si chiede tanto un giudizio critico disincantato, quanto una sorta di partecipazione, durante il lavoro e subito dopo, un contributo di parole al lavoro solitario di incidere.
Ho la presunzione di essere un interlocutore ideale, pur essendo caratterialmente irrequieto e niente affatto paziente, ho un naturale rispetto dei modi e dei tempi del dialogo e osservo sempre con attenzione qualunque incisione, forse mi riesce anche di animare, nel prossimo, il desiderio di incidere.
Riuscire a trovare attenzione è raro, ritengo che gli artisti non si sbagliano mai riguardo all'attenzione del prossimo, cioè si accorgono subito quando l'attenzione verso una loro opera è debole e distratta: dal grado di attenzione si può intuire il riscontro che attenderà l'opera.

lunedì 1 agosto 2016

L'INCISORE E LA FORMICA

L'unica "incisione" che oggi mi interessa è quella che nel dare forma (cioè segno, stile, composizione) ad un contenuto, riesce a raccordare idee ed esperienze, ma senza esibire lo scarto tra incisione e mondo, o la virtualizzazione del reale, o il labirinto bugiardo di sconfinati universi paralleli, o l'esplosione del linguaggio, o la crudeltà obliqua, o il destino manieristico dell'arte.
Ho trovato un chiarimento di questa mia idea confusa nel romanzo “Maestro Utrecht” di Davide Longo (NN Editore, pp. 156, € 13,00), dal quale avevo tratto il post intitolato “Apologo sulla didattica dell’arte”.
Longo, che insegna scrittura presso la "Scuola Holden" di Torino, utilizza la metafora della "formica tagliafoglie" riferendola all'attività dello scrittore, così, anche se a Davide Longo, «… irrita parecchio che usino le mie similitudini… Non mi va che troppa gente ci metta le mani sopra.» (p. 53) la riporto con l'aggravante di distorcerla sostituendo le parole scrittore e storie con artista ed arte.

«Per arrivare al sodo, essa fa cosi: la formica tagliafoglie è una formica tropicale dotata di robuste mandibole e due denti laterali simili alle chele di un granchio, che le servono per ritagliare geometricamente grandi foglie, staccarne parti pesanti fino a dieci volte il suo peso, e trasportarle nella tana.
Le tane sono agglomerati urbani, un metro sotto terra, abitati da milioni di formiche che civilmente collaborano per il bene della comunità, secondo il luogo comune che le accomuna alle api e ad altre industriose creature estranee all'egoismo.
Per molto tempo sì è dato per scontato che le formiche tagliafoglie si cibassero dei ritagli di foglie. Perché altrimenti fare tutta quella fatica? Finché si è scoperto che le cose non stavano così.
La formica tagliafoglie non mangia le foglie, ma le porta in un'enorme cella sotterranea e aspetta che grazie al buio e al calore vadano in decomposizione, producendo sulla loro superficie un fungo, fonte del suo sostentamento.
Lo stesso equivoco alimenta da sempre l'idea che la gente ha degli artisti: che prendano pezzi di vita, li portino in laboratorio e ne facciano opere d'arte.
Un artista non si ciba di vita propria o altrui, ma ne ritaglia porzioni, le trascina nella tana e aspetta che su quei brandelli in decomposizione, grazie al luogo caldo, chiuso e poco areato, nascano le sue opere. Ne deriva che le opere d'arte non sono vita, né una sua "rappresentazione", ma qualcosa che cresce sopra la vita, nelle tane di determinati individui. Può sembrare una questione di lana caprina, ma in verità è sostanziale, avendo a che fare con la sostanza di cui è fatta l'arte

giovedì 14 luglio 2016

XY SECONDA PARTE: GRANDE ARTISTA / VERO ARTISTA

Un artista è un artista qualunque sia il mezzo espressivo adottato.
Così dovrebbe essere, ma così non è, forse perché sono artisti anche il clown del circo, il musicista, l'attore e il suo truccatore (make-up artist) ecc… ciascuno tende a distinguersi specificando, nel campo delle arti figurative, se è video-artista, artista performativo, street-artist… oltre ai tradizionalissimi, e ormai superati, pittore, scultore… quindi se c'è bisogno di precisare che l'artista in questione è un incisore s'intende già che è fuori da ogni logica del sistema dell'arte contemporanea dove, per inciso, il clown del circo come artista, rispetto a un incisore, riscuote più credito.
Ritengo superfluo chiarire la differenza tra "fare" l'artista ed "essere" artista", qui provo ad affrontare l‘aspetto dell'essere e l'idea di artista che si può dedurre da un manuale scolastico di Storia dell'Arte o dal catalogo di una mostra o visitando un museo… è quella del genio creatore di capolavori assoluti.
Questa stessa idea trasposta ai nostri giorni, nel cosiddetto "sistema dell'arte contemporanea", ha il suo equivalente nell'"ArtiStar", cioè l'artista affermato, di successo, ben noto, con un stuolo di collaboratori che realizzano le sue opere e che fa soldi a palate.
Chiunque non sia arrivato al successo è considerato un artista fallito, ovvero non è un artista.
Questa è una concezione che potremmo definire "esclusiva" alla quale si potrebbe affiancare, se non contrapporre, una concezione "inclusiva" cioè un'idea molto più larga di arte e di artista.
Non è questione da poco definire se le arti sono solo quelle canoniche della tradizione e dell'innovazione o non abbiano pari legittimità anche le cosiddette arti minori e anche arti stravaganti mai sentite fino al punto di comprendere qualunque attività.
Il problema che si poneva nel post precedente e al quale provo a dare una mia risposta è se si può essere considerati artisti (veri artisti) anche senza aver raggiunto il successo.
Quando dico "essere considerati" intendo un riconoscimento sociale o pubblico, perché nel proprio privato ciascuno può ritenersi superiore a Picasso, l'esempio non è casuale perché misurarsi, per esempio, con Michelangelo qualche dubbio lo pone anche al più presuntuoso degli hobbysti.
Quando una inclinazione viene perseguita fino all'estremo possiamo definirla, anche in senso psicopatologico, una mania e pertanto, in questo strampalato tentativo di ri-definizione possiamo considerare l'arte come una mania e l'artista come un maniaco.
La mania del vero artista non è semplicemente una mania occasionale come per i "sani" dilettanti.
Dilettanti sono tutti coloro che esercitano l'arte in momenti di intervallo della loro vita quotidiana. Il fatto che alcuni possano continuamente, sul luogo di lavoro, in famiglia, quando fanno la spesa… rompere i coglioni al prossimo vantando l'ultimo lavoro realizzato o la mostra in programma… non li riscatta.
Al vero artista, che sia un vero maniaco, interessa solo l'esercizio della sua arte, gli importa "essere" all'opera e non l'opera che invece è l'interesse prioritario di chi "fa" l'artista. L'opera, per l'artista che "È" artista, se mai si realizza è solo un sottoprodotto della sua mania, una secrezione, anzi non è necessario che vi sia un "prodotto" che possa essere visto e ammirato, che contabilizzi i “Mi Piace” su Facebook, perché l'artista può esercitare in segreto, può "essere" ignoto e invisibile, indifferente all'avere un pubblico.
Lo spettacolo pubblico (s'intenda la mostra personale, la partecipazione alle Biennali e/o il post su FacebooK) è un aspetto aggiuntivo al puro esercizio dell'arte; è, caso mai, compito del gallerista o del mercante che ne fanno un'attività redditizia, ma dal punto di vista dell'artista il riconoscimento del pubblico e della critica è un fatto esterno. L'artista, il vero artista, e non importa in quale campo, è tutto rivolto a sé stesso. La sua arte non si esercita in un momento di intervallo della sua vita perché non c'è soluzione di continuità tra arte e vita, perché non c'è un'altra vita, né famiglia, amicizie, divertimenti… non c'è un riposo dall'arte perché non c'è fatica, né prestazione d'opera rispetto ad un committente o gallerista o mercante o spettatore. L'arte aderisce all'artista come il canto e il volo agli uccelli o il nuoto ai pesci… che sono tutte manifestazione della loro piena vitalità e non un'esposizione di abilità "artistiche".
Il comportamento istintivo di una specie animale è l'ideale di una vita d'artista, tutto quello che ogni vero artista vorrebbe essere ed è.
Attenzione voi che vi siete, più o meno, riconosciti in questo profilo, abbiamo definito il supremo ideale di perfezione dell'artista che essendo uomo nutre l'eterna insoddisfazione di non essere animale e forse non riuscirà mai ad esserlo (Bestie sì, purtroppo esistono anche tra gli uomini). Da questa osservazione e considerazione di sé stessi nasce la consapevolezza dei propri limiti e la sensazione di non essere capiti che non toccherà mai un animale che invece non si preoccupa certo di poter o voler appartenere ad un altra specie.

venerdì 1 luglio 2016

XY: UNO STRANO CASO, ANZI BANALE*

* In questo post ogni riferimento a persone realmente esistenti
o a fatti realmente accaduti è del tutto voluto.

XY è uno di quei casi di precoce vocazione artistica scoraggiata dai genitori, ma che ha continuato a covare repressa fin quando, per una consapevole presa di coscienza, invece di passare la vita con il rimpianto e maledicendo chi l'aveva generato, ha deciso di realizzarla.
Gli anni in cui la vocazione era stata accantonata non sono trascorsi senza conseguenze, infatti è mancata a XY quella formazione che si costruisce più solida proprio negli anni dell'adolescenza.
Da quando XY ha compiuto la propria scelta artistica ha sempre lavorato con dedizione e costanza, proponendo i propri lavori allorquando se ne presentava l'occasione, ma senza mai cercare di stabilire conoscenze al solo scopo di trarne vantaggi per la "carriera" artistica.
La ritrosia è anche da attribuire alla sua riservatezza in quanto manifestazione esteriore di una timidezza e di un senso di inadeguatezza esasperati.
Le volte che è venuto in contatto con le persone di una certa rilevanza e che potevano fare la differenza non ha mai chiesto alcun appoggio o interessamento non sopportando l'imbarazzo di poter disturbare, ché già - dice - si reca disturbo venendo al mondo: un atteggiamento che più di discrezione mi sembra di diserzione.
Così chiunque lo abbia conosciuto ha finito per apprezzarne, se non l'arte, l'umiltà, la serietà, e la disponibilità non suggerita da secondi fini, tutte qualità umane che, nel sistema dell'arte, caratterizzano un perdente, infatti, alla lunga, nel suo rifiuto a "darsi da fare" per imporsi è stato superato nella notorietà e nelle quotazioni, da altri che non hanno esitato a sollecitare l'appoggio proprio delle stesse persone.
Nel tempo, invece di consolidare e accrescere la sua rete di relazioni con la critica e il mercato dell'arte, si è sempre più chiuso in sé stesso, addirittura allentando o chiudendo anche contatti già stabiliti e consumandosi nella sua eterna insoddisfazione.
Sono propenso a credere che XY sia consapevole dei propri limiti, probabilmente è attraversato da un anelito che mira a qualcosa di impossibile per le sue capacità artistiche.
La sua tecnica è accurata, ma non è un virtuoso; le sue tematiche non sono del tutto coerenti; la sua creatività manca di originalità e i suoi soggetti ricordano, a volte, quelli di qualcun altro che li realizza anche meglio.
Questo è il mio personale giudizio su XY e le considerazioni fin qui svolte sono, volutamente, viziate dalla concezione, tipica dell'arte contemporanea, che considera il percorso artistico come una sorta di gara ad ostacoli, da qui termini come "arrivare", "affermarsi", "perdere", "superare"… che di uso comune hanno punteggiato anche la mia ricostruzione.
Ritengo che anche XY all'inizio si sia "iscritto" a questa "gara", ma ad un certo punto sembra aver mollato, non so dire se la decisione sia stata scelta o subita o se sia ancora un'altra conseguenza caratteriale.
Con tutti questi presupposti si è capito che il nostro XY, secondo il giudizio comune, è un artista di "Serie B" (tanto per rimanere nella similitudine agonistica): non è certo un innovatore del linguaggio e dei temi, si potrebbe definire un artista di corrente, la sua opera si inserisce dignitosamente in un filone che ha ben altri esponenti di rilievo.
Il severo giudizio critico è confermato dal fatto che XY non ha mai ricevuto alcun premio in una qualche biennale, ma è contraddetto da una serie di inaspettati riscontri che ne configurano l'anomalia annunciata nel titolo.
Lasciamo da parte mostre e pubblicazioni, ché chiunque può farne sfoggio, e si potrebbero elencare dei fatti incontrovertibili, tuttavia poiché lo stesso XY non ne ha mai fatto vanto, eviterò di elencarli puntualmente e dico solo che XY è ben noto, benché non altrettanto stimato, nel campo dell'incisione italiana pur non avendo mai né sbraitato né sollecitato, con petulanza, attenzione.
Le sue opere incontrano un certo successo commerciale anche in quel famoso catalogo di vendita, inoltre a giudizio di colui che probabilmente passerà alla storia come il più grande (per quantità) editore italiano di incisioni di tutti i tempi, che lo ha sempre difeso e promosso efficacemente, è uno dei pochissimi incisori capaci di lavorare su commissione: assegnategli un tema e il lavoro svolto sarà dignitosissimo, anche se non avrà le stimmate del capolavoro; questo gli ha consentito di essere probabilmente tra gli ultimi che hanno guadagnato qualche soldino incidendo acqueforti.
Quelli premiati a tutti i concorsi, molto più quotati (da sé stessi), che però non vendono un foglio, obietteranno che si tratta di soggetti "facili", mentre loro non fanno incisione commerciale.
Diffido di chi dichiara di voler esporre solo all'estero, chiede settecento euro per una piccola incisione che però non si sa dove poterla acquistare non essendo disponibile neanche nella sedicente prestigiosa galleria che ha organizzato la mostra.
Posso confermare che XY vive realmente un'esistenza votata alla sua arte, a differenza di tanti "Piccoli (o Grandi) Imprenditori dell'Arte", adotto la perifrasi ritenendo di non poterli definire artisti sebbene realizzano (o fanno realizzare da altri) le loro opere, partecipano alle mostre ecc… ecc..., ma conducono un esistenza da piccoli speculatori: presenzialisti alle inaugurazioni per incontrare e raccontare dell'ultimo lavoro o della mostra in corso o in programma.
Ritengo che XY viva un qualche disaggio sociale, ma non è né un istintivo né un outsider, nei suoi lavori si avverte il condizionamento della sua istruzione e della sua cultura.
Il mio sospetto è che la scelta artistica possa essere stata per XY più che una naturale inclinazione e una necessità espressiva una forma di terapia per cercare di "anodizzare" con l'arte i propri dolori o disturbi. Se così fosse non sarebbe certamente né il primo né il solo, tuttavia l'impegno artistico è divenuto così preponderante che non è più una libera scelta, né una forma di cura, ma si è trasformato, anche in senso psicopatologico, in una mania.
Sarebbe semplice se tutti i diversi aspetti si potessero porre su due diversi piatti della bilancia e verificarne il peso, in mancanza di questa soluzione il dubbio che si affaccia è se XY (dando come postulato che non è un "grande" artista) può essere considerato comunque un "vero" un artista.
La risposta che io mi sono dato sarà nel prossimo post.

martedì 1 marzo 2016

REGALAMI UN SORRISO

G. Vitali
PAESANO
acquaforte e acquatinta 1984














Cosa c'è di più piacevole dell'interessarsi di incisioni?
Forse, dico forse, realizzare incisioni, ma non essendo un artista non posso darlo per scontato perché a guardare certe stampe non si capisce proprio quale piacere perverso possa aver provato chi le ha realizzate.
Debussy, a chi gli chiedeva qual era il fine della sua musica, rispondeva: «Faire plaisir».
E Faire plaisir vorrei che fosse sempre il primo impegno degli artisti.
Non c'è alcuna concessione alla frivolezza in questa idea che non pregiudica la riflessione, l'impegno sociale e politico…, ma insieme o tra o sotto o sopra… sempre il piacere. Quello dell'artista che crea innanzitutto che, di conseguenza, non mancherà di riverberarsi nel cosiddetto "fruitore".
Per quanto l'esistenza di un artista possa essere tormentata e "sgradevoli" i soggetti trattati, se quando è solo con l'opera che sta creando non gli viene naturale almeno un sorriso quell'opera non sarà mai un'opera d'arte, perché Il sorriso dell'artista mentre lavora è l'equivalente del soffio vitale della creazione divina.
Per puro spirito di contraddizione con l'opinione comune che richiede all'artista il massimo dell'impegno nella realizzazione di un'opera, la mia proposta è che agli artisti si richieda sempre il minimo, ma con durezza. E quale è questo minimo irrinunciabile? Che l'artista provi piacere a lavorare alle opere che realizza.
Il principio vale per tutta l'arte, ma poiché a me interessano solo le incisioni, mi rivolgo agli incisori.
Se l'interesse per l'incisione non è frequentemente scossa da qualche risata, deve esserci qualcosa che non quadra. Quindi, se la nostra vita di appassionati incompetenti non ci offre abbastanza occasioni per ridere, questo significa soltanto che non è abbastanza seria. Io sono un tipo molto serio, per me incisioni, artisti, critici, curatori… sono tutti collegati da un'aurea catena di storie e, quando ci si trova in mezzo a una sequenza di storie, è un buon segno ridere o sorridere piuttosto spesso, se non altro per fare da contrappunto alle storie stesse, che possono tendere ad essere piuttosto cupe.
È proprio vero che una risata ci seppellirà!

P.S.
Proprio al principio enunciato ho cercato di conformare anche lo spirito di questo blog.
Coltivando il "dubbio metodico" ho l'aggravante dell'assoluta consapevolezza delle scelte compiute; inoltre, contradittoriamente, essendo presuntuosissimo so bene quanta umiltà occorre per accettare le critiche e non ho l'ingenuità di credere che possa "Fare Piacere" sentirsi rinfacciare di aver fatto una stronzata, ma se fu vera stronzata, allora stronzata resta che la si respinga ingrugnati o che la si accetti con un sorriso, che la critica sia argomentata dialetticamente o esposta con sarcasmo, che provenga da Onorio o da Ambrogio o da Gennaro...

martedì 23 giugno 2015

ESCHER E IL BIDÈ


















Credetemi, vi prego di credermi: la mia intenzione era di presentare il nuovo spazio espositivo di Palazzo  Albergati a Bologna ed illustrare le soluzioni espositive adottate per l'allestimento della mostra su Escher.




Credetemi, vi prego di credermi: mi ero imposto di non commentare la denominazione di "Art Experience" scelta per caratterizzare la "mission" di Palazzo Albergati.

 








Credetemi...,
durante la visita, giusto ieri pomeriggio, ho percepito il segno di una possibile epifania, quando trovandomi nella necessità di dover utilizzare i servizi igienici, ho scoperto che era stato installato anche il bidè. Poiché è perfettamente chiara la sua funzione occorrerebbe che qualcuno spiegasse la necessità di un bidè nel WC pubblico di uno spazio espositivo.

Forzatamente inclusa nel costo del biglietto d'ingresso, del quale allego copia, c'era l'audioguida ed ero ancora disposto a far finta di non aver sentito dalla  voce della speaker che Escher per incidere i sottilissimi segni su legno "di testa" usasse le "sgorbie", ma quando il concetto è stato ribadito dalla diretta testimonianza del curatore della mostra, che spiega anche in cosa consiste la tecnica della litografia, ho capito che dovevo rinunciare 









alle mie velleità di recensore (mi limito a poche immagini senza commento) così mi sono seduto, ho riascoltato la registrazione un paio di volte e l'ho trascritta incredulo:
«La litografia è una incisione che si fa su pietra, come dice il nome, che sfrutta la diversa acidità degli inchiostri i quali non si mescolano insieme e permettono appunto, per questo motivo, di avere una vasta gamma di grigi».

Dalla diretta voce di Marco Bussagli registrata nell'audioguida della mostra di Maurits Cornelis Escher prodotta da Arthemisia Group con il patrocinio del Comune di Bologna in collaborazione con la Fondazione Escher, scordavo che figura anche un altro curatore Federico Giudiceandrea (proprietario di diversi pezzi in mostra): questa la lista degli indiziati tra i quali c'è di sicuro l'assassino e almeno un complice.
Anche a cumulare ignoranza, presunzione, balordagine e demenza sarebbe comunque difficile architettare una simile castroneria, in compenso forse si spiega il nesso tra "Art Experience" e l'istallazione del "Bidè".




domenica 7 giugno 2015

IN MANCANZA...

Nel post precedente si evidenziava che due grosse mostre recenti (Klinger a Bologna e Rouault a Milano) sono state allestite interamente con opere provenienti ciascuna da un'unica collezione privata.
Occorre far notare che i proprietari delle opere in mostra, in ambedue i casi, si possono considerare dei collezionisti "autentici" per distinguerli dagli "accaparratori", ma inoltrarci nella distinzione adesso ci porterebbe fuori strada.
Forse quando si tratta di artisti stranieri le collezioni pubbliche italiane non posseggono sufficienti opere, ma ho il sospetto che anche per i "grandi" incisori italiani una collezione pubblica nazionale avrebbe difficoltà ad allestire una mostra. Potrei essere subito smentito con i nomi di Piranesi, Morandi, Bartolini e qualche altro nome lo potrebbe aggiungere la Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia che accogliendo le donazioni dei "101 esemplari" opera di certo bene e che si tratti di artisti concittadini ha una sua coerenza; del tutto immobile pare l'Istituto Nazionale della Grafica di Roma che forse con i cambiamenti di denominazione ha perso anche il senso della sua esistenza, tuttavia se si aggiungessero altri artisti e altre istituzioni, con fondi di almeno cento opere, sarei ben felice di essere smentito perché ho invece raccolto testimonianze di difficoltà, sospetto, diffidenza, snobismo con cui i responsabili delle raccolte pubbliche italiane accolgono (ovvero rigettano) le proposte di donazioni da parte di artisti ed eredi.
Perché?
Perché non vi sono spazi adeguati per custodire i fogli (e non vi sono fondi)?
Perché comporta poi uno scocciante lavoro di classificazione (e non vi sono fondi)?
Perché chi dona si aspetta in compenso un adeguago catalogo (e non vi sono fondi)?
Perché non si sa valutare se l'artista meriti di far parte della collezione (e...)?
Perché è la sola occasione per i burocrati dirigenti di far sentire la propria autorità (e... Eh)?
...?
Se queste sono le cause a me nessuna, soprattutto la mancanza di "fondi", sembra abbastanza valida, ma, di fatto, ne basta solo una per bloccare ogni iniziativa.
Quindi, in attesa dei fondi, eterna gratitudine ai piccoli e grandi collezionisti (autentici).

P.S.
Sono consapevole che accettare una qualunque proposta di donazione darebbe la stura ad una incontenibile valanga di fogli perché tutti tengono a far parte di una collezione pubblica (fa "curriculum"), allora azzardo un piccolo suggerimento ai resposabili delle collezioni pubbliche italiane che potranno attribuirsene la paternità, o la maternità: programmare, con una periodicità che consenta agevolmente di classificare le opere e caricarle in una apposita voce del sito internet (se proprio non c'è un centesimo per una pubblicazione a stampa), la richiesta di una donazione direttamente agli artisti ritenuti validi.
Immagino già le prime obiezioni:
chi sceglierà gli artisti da invitare? Occorrerà una commissione?... Perché un artista noto/affermato/con un mercato dovrebbe privarsi delle opere del proprio archivio?...
Se mai si arrivasse ad attuare una proposta simile non faremo mancare eventuali osservazioni.

venerdì 10 aprile 2015

XILOGRAFIA LINGUA MORTA

Michel Wohlgemuth, DER TANZDERSKELETTE
da Hartmann Schedel, LiberCronicarum, 1493
«L'incisione è morta da quasi un secolo, ma c'è qualcuno che si reca quotidianamente a pisciare sulla sua tomba»





Nel corso della storia gli scritti autografi degli artisti non sono mai stati numerosi, a parte trattati e manuali, ci restano le annotazioni sparse di Leonardo da Vinci, il diario di Pontormo "Fatto nel tempo che dipingeva il Coro di San Lorenzo"... tra i testi con intento polemico mi viene in mente "I cornuti della vecchia arte moderna" di Salvador Dalì... anche Giorgio de Chirico in "Memorie della mia vita" si toglie qualche sassolino... La Casa Editrice "SE" nella collana "Saggi e Documenti del Novecento" pubblica gli scritti lasciati in forma di autobiografie, diari, lettere, annotazioni sparse...
Se focalizziamo l'interesse sull'incisione il ricordo va a certe considerazioni nelle lettere di Bartolini e in tempi più vicini alla "Breve ma veridica storia dell'incisione italiana" in prima edizione nel 1989, successivamente in "seconda edizione aggiornata alle ore 22 del 30 gennaio 1995", la "Lettera Aperta a un professore in grafiche varie e linguaggi annessi", riportata tra le nostre pagine, e un'altra "Lettera mai spedita" indirizzata agli exlibristi, ma mi rendo conto di essere andato fuori strada perché nessuno di questi ultimi autori è un artista.
Questi rigurgiti di memoria hanno accompagnato la lettura delle bozze del libello che Francesco Parisi ha dato alle stampe col titolo "Xilografia Lingua Morta" per i tipi della Galleria Aleandri in trentasei esemplari numerati fuori commercio, Ad Personam, stampati tipograficamente e cento copie stampate in digitale.
Di seguito, per gentile concessione dell'autore, ne riportiamo qualche stralcio e per chi fosse interessato il costo è di 15,00 Euro e può essere richiesto alla “Galleria Simone Aleandri Arte Contemporanea” di Roma (www.aleandriartemoderna.com Tel. 3476309520).
Stante la scarsa propensione degli artisti alla scrittura credo che difficilmente troveremmo qualcun'altro che nel fondo di qualche cassetto custodisca considerazioni simili a quelle di Parisi, ma sono certo che se anziché nei cassetti fosse possibile frugare nelle menti le probabilità aumenterebbero e non di poco.
Quando una passione è sentita intensamente al punto da identificarsi con la vita stessa (consentitemi: quando è vero amore) si diventa intransigenti, mal si tollera chi verso quella stessa passione dimostra superficialità di sentimenti, sciatteria...
Nella sua scrittura Francesco Parisi non usa mezzi termini, le sue considerazioni sono chiare e dirette e ritengo che siano soggette allo stesso paradosso di alcuni post di questo blog che sono condivisi solo se riguardano gli altri e non ci chiamano in causa direttamente e non ci sfiora il sospetto che gli "altri" potremmo essere noi.
 ~



Durante gli anni trascorsi in Accademia come studente, notavo le mie colleghe, per la maggior parte provenienti dal sud e dalla Calabria, indossare camici bianchi e guanti per dipingere. Io rimanevo perplesso nei confronti di quell'attitudine a non sporcarsi, probabile eredità bifolca inculcata dalle loro madri attente a non fargli lordare i vestiti per andare ordinate la domenica a messa.

Dopo l'incisione no-toxic, colpo di grazia maramaldico inferto al corpo morente dell'incisione perpetrato perlopiù da donne, sorprende vedere sempre più esponenti del gentil sesso armeggiare caratteri tipografici - con la stessa attitudine con cui preparerebbero carciofi sotto olio - e produrre orribili libri che si ostinano a chiamare «d'artista». Le si vede sulle fotografie che le ritraggono sorridenti al torchio da stampa con grembiuli da tipografo indossati come grembiuli da massaie e barattoli di inchiostro scambiati per conserve di pomodoro.

Ho potuto vedere in questo fine anno una serie di Pour Feliciter con stelle comete, bambinelli, asinelli, angioletti, montagne innevate etc. L'incisione è morta da quasi un secolo, ma c'è qualcuno che si reca quotidianamente a pisciare sulla sua tomba.

Ieri una tipa mi ha scritto chiedendomi un aiuto per l'organizzazione di una nuova associazione di incisori. Gli ho risposto che per me nessuna associazione seria di incisori dovrebbe includere donne e che se la selezione l'avessi fatta io non sarebbero passati più di quattro o cinque incisori su tutto il territorio nazionale. Poi le ho intimato di suicidarsi e lei mi ha risposto: chi ti credi di essere?

L'incisione atossica, perlopiù praticata da donne, mostra sempre parallelismi con la cucina delle mamme e delle nonne. Le artiste che la praticano si danno la zappa sui piedi da sole chiamando il loro laboratorio kitchen print.

Un incisore molisano mi ha scritto: «quando spedirà metta "maestro" prima del mio nome e dell'indirizzo». Il fatto che io debba intrattenere rapporti con simili cialtroni è indice del mio fallimento, come uomo prima e come artista poi.

Un amico mi scrive: «Vorrei essere tanto il tuo Gualtieri di San Lazzaro, ma quando proverò a vendere le tue xilografie, che mi invento? Che gli dico ai collezionisti? Che le interessa una sodomizzazione animale di stampo giudaico nel deserto? Ho giusto quello che fa per lei!» Poi ha aggiunto: «quando chiederemo l'elemosina fra il Caffè Greco e l'Aragno mangeremo anche le chele di granchio gommose avanzate dai giapponesi».

Facevo risuonare la nona di Bruckner in aula mentre uno studente mi mostrava il ritratto di Toro Seduto. Ho spento.

Dopo aver appreso della mostra di Giuseppe Stampone alla calcografia, reduce dall'avventura di Miss Italia dove aveva disegnato le magliette delle concorrenti, ho pensato di ammucchiare tutte le mie matrici di bosso di testa - intagliate e non - in un campo incoltivato e di dargli fuoco. L'idea mi è stata suggerita da un passo de L'adolescente di Dostoevskij: «quando non avessero avuto niente con cui scaldarsi (i poveri, ndr), egli avrebbe comprato un intero deposito di legname, lo avrebbe fatto ammucchiare in un campo e avrebbe riscaldato il campo, senza darne neppure un pezzetto ai poveri»

Ecco qui riunite le «numerose» schiere degli xilografi italiani (siamo in cinque, più una che va per i novanta), anche se mi sembra un controsenso allestire una mostra di incisione su legno per la «Giornata del Contemporaneo», ma tant'è.

Leggendo la biografia dello xilografo Blair Hughes-Stanton (primo premio per la grafica alla biennale di Venezia del 1938, ex aequo con Mario Delitala) vengo a sapere che nel dopoguerra, preda della disperazione per non aver più un mercato, cercò di uccidere la compagna con un pugno sulla tempia e che lei a sua volta tentò di strangolarlo con la sua stessa cravatta.

Una delle cose più tristi del mondo morto dell'incisione contemporanea sono le mostre collettive di incisione contemporanea. Per la maggior parte si tratta di dopolavoristi che non vendono un foglio neanche ai propri parenti, che non hanno gallerie che li rappresentano e che hanno pubblicato i loro lavori soltanto nei cataloghi delle biennali di grafica sparse per tutto il continente o al massimo in qualche catalogo autoprodotto stampato digitalmente (le gallerie di grafica difficilmente pagano cataloghi tipografici). In questi cataloghi collettivi solitamente sono presenti circa cinquanta artisti e l'incisore li conserva nella sua misera libreria cercando di dimenticare che quella pubblicazione l'ha soltanto lui e gli altri quarantanove artisti che hanno partecipato (quasi sempre pagando, oltre alle spese di spedizione, anche il contributo per il catalogo con una grafica da pizzeria di Molfetta). Di queste biennali ce ne sono a dozzine, bandite annualmente cosicché l'incisore può partecipare anche a sette biennali l'anno e collezionare queste pubblicazioni che sfoggerà come bibliografia nella pagina biografica del prossimo catalogo di biennale.
La morte dell'incisione diventa però definitiva quando alla mostra si associa la dimostrazione pratica di un incisore che stampa una sua lastra. C'é sempre l'incisore che si presta a queste dimostrazioni pensando di recuperare un 3% di visibilità in più come non mancherà mai il pubblico di vecchie babbuine annoiate che assisteranno alla "performance" esclamando «che bellooooooo» o «uhhhhhhhhh» come se stessero visionando una dimostrazione di scatole in plastica per frigoriferi. In effetti l'artista che si presta a questo quasi sempre ha la stessa cultura di un agente della Stanhome.

La calcografia nazionale organizzò un convegno sull'incisione. Il mio intervento, contrariamente a quello degli altri artisti relatori invitati, era basato sull’invito a non lamentarsi del disinteresse della critica nei confronti delle arti grafiche, bensì a coltivare questa tendenza. Durante la pausa pranzo un docente siciliano, mentre discorreva con me a tavola, si massaggiava continuamente lo scroto.

Per mesi sono stato chiamato al telefono. Chiamava a tutte le ore,  compresa la domenica mattina o la sera dopo le dieci. Mi diceva che la sua collezione era importantissima, che io dovevo essere onorato di farne parte, che presto si sarebbe fatta una mostra sulla xilografia italiana e che quindi io non potevo mancare. Mi chiedeva tre xilografie di grande formato. Per convincermi mi mandò un elenco fotocopiato degli artisti presenti nella sua collezione e un catalogo di sue opere che mischiava contenuti da dépliant di ceramiche da bagno con un gusto tipografico da ristorante shawarma kebab. 
Provò anche a chiedermi se potevo intercedere presso gli eredi di un noto artista dei primi anni del secolo per ricevere in dono una xilografia. Ad ogni telefonata promettevo imminenti quanto fantomatiche spedizioni di materiale. Dopo diverse settimane, non datosi per vinto, contattò telefonicamente una mia amica storica dell’arte per chiedere, sinceramente stupito, come mai io non avessi accettato di far parte della sua collezione così prestigiosa.
~

Francesco Parisi, XILOGRAFIA LINGUA MORTA,
pp 17, Edizione Galleria Aleandri, Roma 2015. Euro 15,00

Galleria Simone Aleandri Arte Contemporanea.
Tel. 347 630 95 20







Gli intemezzi tra le considerazioni sono tratti da
François-Charles Wentzel, La Dans des Morts,
serie di 40 litografie, Casa Tipografica Wentzel,
Wissenbourg metà XIX sec.