lunedì 4 marzo 2013

LANFRANCO LANARI


Lo Studio (Foto L. L. 2012)
Sono stato mosso al mondo dell'incisione, in maniera al quanto elegante, trent'anni fa, da Mario Bellagamba, nome noto tra gli amanti dell’incisione ed un amico purtroppo scomparso da pochi mesi.
Nel 1983 dipingevo ad olio sul retro del vetro, alla maniera dei naif slavi, l'immagine risultava per trasparenza con la destra e la sinistra invertite e contemporaneamente ho iniziato a realizzare graffiti su cera.
Si può dire che avevo già le impostazioni mentali per fare incisioni e da allora ho inciso più di 400 lastre.
L’esperienza con la prima lastra fu un disastro, non avevo protetto il retro, l’acido la corrose quasi a bucarla ma, per carattere, non mi arrendo facilmente e quindi ho tramutando le difficoltà in insegnamenti giovandomi anche dei risultati ottenuti con la casualità, tutto è insegnamento.
Ho provato tutte le tecniche calcografiche e ho avuto fugaci rapporti con serigrafia e litografia con una maggiore frequentazione con la xilografia.
Devo confessare però che quella che mi appaga maggiormente è l'acquaforte che nelle ultime lastre ho accompagnato con vernice molle, punta secca e maniera nera.


Per più di un anno ho progettato e realizzato solo incisioni a tre dimensioni perché da qualche tempo cercavo il modo di uscire dall'impronta bidimensionale della lastra.
Mi sono ispirato ed ho riadattato la tecnica dei libri animati (da sempre ne subisco il fascino) con l'incisione; con semplici tagli e piegature sono riuscito a dare la terza dimensione ai miei lavori, proponendomi però, il rispetto di alcune regole: un unico foglio, tagli rettilinei e meno manipolazioni possibili restando attento alla serialità.


Noi incisori siamo una specie particolare di artisti se non altro, per deformazione professionale, siamo abituati a leggere da destra verso sinistra, cerchiamo con la monocromia i colori, utilizziamo tecnologia e materiali già affinati nel ‘500, nel nostro laboratorio alberga un po’ dello spirito dell'alchimista, abbiamo a che fare con acqua, fuoco, terra e con l’uso di acidi trasformiamo lastre di metallo in generatori di immagini.
Quando lavoro sono coinvolto con tutti i sensi; dall’odore penetrante e aromatico della vernicetta, da quello acre e bruciante dell'acido, da quello grasso dell'inchiostro; l’udito, che è stimolato dalla cesoia sul rame che raggela il sangue con il suo stridore e dallo scricchiolio sotto la pressione del raschiatoio e della punta d’acciaio; il gusto, che tra tutti, è il senso meno utilizzato eppure, conosco il sapore dolciastro e spiacevole del rame che rimane in bocca quando si lima e carteggia e poi, i due sensi imprescindibili, il tatto e la vista.

Qualcuno mi ha chiesto se non ci si stanca di fare l’incisore per così tanto tempo; rispondo che non basterebbero tre vite per approfondire tutte le possibilità, è una continua occasione per nuove ricerche e scoperte, anche solo rimanendo dentro i confini dell'incisione originale.
Naturalmente non ho la minima simpatia per la computer grafica.
  

Dal 1988 eseguo ex libris ma non ricordo come sia inciampato in questa sparuta nicchia del pur già ristretto mondo dei "conoscitori di stampe".
L’ex libris mi è servito per allargare i confini e far conoscere i miei lavori nelle varie manifestazioni a tema organizzate in varie parti del mondo, mi è servito per allacciare conoscenze che in molti casi si sono trasformate in amicizia.
Spesso ho utilizzo l'ex libris per sperimentare in piccolo nuove tecniche e metodologie, un po’ per mettermi alla prova ed un po’ per mettermi in gioco con tematiche a me non troppo vicine riprogettando poi su lastre di grande formato.


Lanfranco
Falconara Marittima, Febbraio 2013



IL FARO 2000
Acquaforte e acquatinta
IN EQUILIBRIO SU UN RAGGIO DI LUCE








Alcune note biografiche nella loro schematica convenzionalità sembra che siano finalizzate a nascondere piuttosto che a fornire utili notizie per la conoscenza dell’artista. Si può discutere sulla opportunità di distinguere l’interesse rivolto all’artista inteso come creatore dell’opera d’arte rispetto all’uomo che vive nella realtà quotidiana1 ed è vero che in alcuni casi l’aneddoto può costituire uno spunto significativo che aiuta a delineare la personalità più a fondo di quanto sia possibile con altre fonti. Mi accosto sempre con pudore alla vita privata degli artisti e non sono propenso a divulgare quello di cui vengo a conoscenza, non perché lo ritengo irrilevante ai fini della corretta ricostruzione storica della biografia, ma il rischio di scadere nel pettegolezzo è troppo alto perché valga la pena di tentarlo solo per quel tocco di colore aggiunto alla biografia “ufficiale” allo scopo di mostrare anche le umane debolezze, inoltre non colleziono biografie come vite impagliate, ma le divoro crude nel preciso momento che sono offerte.
C’è un particolare aspetto della vita di Lanfranco Lanari che privato non è perché reso pubblico da una mostra che riguardava la sua collezione di incisioni antiche2.
Gli incisori, forse più di altri artisti, amano possedere e ricercano fogli di altri autori, soltanto pochissimi però possono dirsi collezionisti nel significato pieno della parola cioè mossi da quelle ragioni profonde che la micropsicoanalisi ha da tempo individuato. Lanari è mosso da autentica passione, l’impegno nella ricerca di antiche stampe non è diverso dall’impegno nell’incidere le sue lastre, gli interessi si sono sviluppati parallelamente e partecipano del medesimo sentimento: «...amo il mio lavoro anche grazie ai fogli dei maestri del passato più o meno recente»3 .
Parlare della collezione di stampe di Lanari vorrebbe dire ripercorrere la storia dell’incisione fin dalle origini, invece qui si vuol parlare dell’arte di Lanari incisore e questo inizio che può apparire così strano restituisce il mio approccio anomalo, infatti ho conosciuto Lanari prima per la sua collezione e successivamente per le sue incisioni.
Essere contemporaneamente incisore e collezionista non so quanto possa fare differenza sul piano strettamente artistico, certamente dice molto rispetto alla sensibilità e alle conoscenze tecniche e culturali.
Mi fa particolarmente piacere dedicare un post a Lanfranco Lanari che, nato ad Ancona nel 1953, a Trent'anni si appassiona all'incisione, ne sperimenta tutte le tecniche preferendo quelle calcografiche e festeggia proprio quest'anno i suoi primi trent'anni di attività artistica avendo inciso, prevalentemente all'acquaforte, più di 400 lastre.
LA FORMICUZZA, 1986. Acquaforte e acquatinta, 320 x 320 

Il dichiarato interesse di Lanari per l’arte popolare e naïf si traduceva nelle prime opere, soprattutto in alcune illustrazioni di antiche filastrocche4, nella scansione a scomparti della lastra che riprende così l’impostazione dei teleri dei cantastorie, ma già in lavori di poco successivi si possono cogliere riferimenti all’arte “colta”: Girotondo nel bosco del 1993 e Tramonto nel bosco del 1995 mi sembra si possano porre in riferimento alla Caccia notturna di Paolo Uccello, e La via di fuga del 1995 rievoca certe atmosfere alla Friedrich.

TRAMONTO NEL BOSCO, 1995. Acquaforte e acquatinta 492 x 347
Tecnicamente queste incisioni sono caratterizzate da un disegno al tratto di acquaforte con campiture uniformi di acquatinta. Sinceramente, in generale, questo modo di combinare le due tecniche, anche in altri artisti, non sempre mi convince, evidentemente per Lanari si trattava di una fase necessaria a maturare la scelta che lo porterà ad accantonare l’uso dell’acquatinta a favore di un’immagine tutta segnica.
IL LECCIO, 1994. Puntasecca 138 x 138. 
Il paesaggio marchigiano che compare stilizzato in alcune delle prime incisioni di Lanari (Monte Domini, acquaforte e acquatinta; Il leccio, puntasecca del 1994) ritorna, a volte, come contesto delle visioni fantastiche, ma c’è di nuovo che le sostanze dell’universo risultano intercambiabili: è così tra acqua e cielo, tra l’immagine e il riflesso… Lanari mette in atto un continuo processo di trasmutazione, pertanto lo avrei visto bene a Praga alla stravagante corte di Rodolfo II, incidere e dare alle stampe le sue lastre in una bottega del “Vicolo d’Oro”. Così non è solo un caso il sodalizio con l’incisore ceco Dušan Urbanik e proprio Praga fa parte della serie “Città Magiche” degli inizi degli anni novanta5 , vedute caratterizzate da una rappresentazione frontale, senza delimitazione di uno spazio prospettico come ricomposte in un’altra dimensione del tempo artistico.
PRAGA, 1994. Acquaforte e acquatinta 290 x 298 
Il Big bang dal quale è scaturito l’universo di Lanari coinvolge la tecnica, il linguaggio e la visione del mondo.
Adesso tratteggi regolari all’acquaforte s’incrociano individuando figure sempre prive di contorni nettamente delineati.
IL SOGNO DEL VELIERO IN BOTTIGLIA, 2001 acquaforte, 160 x 410
La scelta è correlata a significative motivazioni espressive: è come se la curiosità di esplorare il mondo percorrendo i sentieri delle fiabe lo abbia spinto a scovare un varco, un punto di affaccio, oggi si direbbe un “portale”, su un altro mondo parallelo, misterioso e stimolante che solo con i semplici segni incrociati dell’acquaforte si può restituirne la magica suggestione.

IL BOSCO INCANTATO, 2003
Acquaforte, 400 x 240
Non è un caso che da quel momento iniziano i riconoscimenti più significativi. Lanari inizia ad esporre nel 1990 con partecipazioni a concorsi e a mostre in Italia e all’estero, non numerosissime rispetto ad altri artisti che però, nel gran numero, non di tutto possono andar fieri.
Evitando di riportarne l’elenco non intendo sostenere che tutto questo sia solo futile vanità o folklore che ogni arte porta inevitabilmente con sé, ma che, anche senza alcuna medaglia la valore artistico, la sua opera, per me, manterrebbe intatto tutto il suo interesse.
L’incisione “fantastica”, per riprendere una definizione cara a Paolo Bellini, ha in Italia significativi interpreti, non altrettanto significativamente apprezzati in patria, e sarebbe di buon auspico che con Lanari s’iniziasse una serie di presentazioni di artisti che sviluppano tale tematica ed ho evitato volutamente l’espressione “ricerca” tanto cara a chi vuol darsi un tono di contemporaneità: gli artisti che mi interessano non ricercano per il semplice fatto che non hanno smarrito nulla e conoscono bene il territorio che attraversano.

IL PESCATORE, 2004
Acquaforte, 300 x 240
Benché creazioni della facoltà immaginativa dell’artista le recenti visioni di Lanari presentano molti aspetti di concretezza reale, esistono davvero: esistono nella mente e nel cuore dell’autore, esistono nel foglio stampato, esistono per noi che le osserviamo. Non si tratta di subitanee visioni frutto di un moto dell’anima, di una momentanea eccitazione della facoltà immaginativa che dà origine a ogni genere di sfolgoranti immagini mentali in continuo e rapido mutamento. Lanari sembra invece raffigurare un mondo che conosce bene, che vede con i suoi occhi e che raffigura nel modo più fedele possibile. Si può davvero percorrere in equilibrio un fascio di luce e la disponibilità nei confronti dell’inaspettato possiamo definirla, con la formula mutuata da Coleridge, come la «sospensione dell’incredulità» da parte di un osservatore complice. Qualunque suspension of disbelief opera come una tregua nel duro, implacabile assedio che il determinismo fa all’uomo. In tale tregua Lanfranco Lanari ordisce la variante della sua concezione dell’universo. Un universo ordinato, mai caotico, popolato da creature, oggetti e personaggi noti, ma dalla condotta nuova e imprevedibile.

TORRE DI BABELE, 2008
Acquaforte punta secca mezzo tinto, 630 x 300
Un tema che ricorre di frequente e quello della torre, i significati simbolici sono quelli tradizionali: dalla concretezza muraria dell’archetipo della “Torre di Babele”, all'aereo intreccio di canne di
PER ABBATTERE MURI E COSTRUIRE PONTI
Acquaforte e punta secca, 2010
bambù evocato da “Per abbattere muri e costruire ponti”, alle “Torri fantastiche” dove con tagli e pieghe operate sulla stampa si tenta il superamento della bidimensionalità del foglio.
TORRI FANTASTICHE, 2012. Acquaforte
La soluzione è resa più evidente nella diversa inquadratura di “Palazzo d’Occidente”. 

PALAZZO D’OCCIDENTE, 2012. Acquaforte, 100 x 100 
Si ipotizza una diversa concezione dell’incisione configurando un “al di là” del mero segno grafico che in questi lavori più recenti, pur mantenendo intatta la riconoscibilità della mano, identifica anche una ulteriore variazione stilistica.


TORRI D’ORIENTE, 2011
acquaforte e puntasecca
L’arte del fantastico declinata da Lanari esige sempre uno sviluppo temporale ordinario, la sua irruzione altera istantaneamente il presente, ma la porta che dà sull’ingresso è stata e sarà la stessa nel passato e nel futuro. Egli usa i segni di un linguaggio verosimile, d’uso comune, ma nel contempo, per sottrazione di senso, ne suggerisce le precarietà. L’equilibrista che spesso compare nelle sue incisioni altri non è che l’artista stesso, perché l’artista, nella concezione di Lanari, non è mediatore, tramite o messaggero, ma come il poeta e il funambolo è creatura in bilico, che vive nel rischio di una perdita immanente.
Sarebbe superficiale considerarlo solo un gioco ironico, forse c’è anche il gusto per la maschera e il travestimento utile a dissimulare reconditi segreti; forse sono il simbolo della crescente incertezza dell’uomo che si scopre creatura fragile ed evanescente in un mondo sempre più virtuale e insicuro, che non è più fatto per accoglierlo, che sfugge come un enorme stancante labirinto.
Ritorna la tragica definizione di Pindaro che ebbe tanta risonanza nel Barocco: cos’è la vita se non un’illusione, una fantasia che l’uomo si costruisce?
Clemente Del Buono

LA FUNANBOLA 2005
acquaforte 250 X 350







NOTE
1) E. Kris, O. Kurz, La leggenda dell’artista, Vienna 1939,
    Ed it. Torino 1989.
2) Da Dürer a Goya. Incisioni di Antichi maestri da due  
    collezioni private marchigiane.
    Accademia Raffaello, Urbino 2003.
3) L. Lanari, Da Dürer a Goya. Op. cit., p. 87.
4) L. Mozzoni, “...oca badessa anatra contessa...”
    Ed. L’asterisco, Jesi 1992.
5) P. Zampetti, Le incisioni di Lanari. L’asterisco. Jesi 1996.


giovedì 28 febbraio 2013

AAA. BLOGGER CERCASI

«Se tanta gente muore prima di aver imparato a vivere, è perché vive come se non dovesse mai morire.»
Daniel Defoe, Vita, avventure e piraterie del capitano Singleton,
Ed. Rizzoli, Milano 1959.




«”Forse preferite pensare”, proseguì inarrestabile il vecchio, “di non somigliare a nessuno, di essere unico. Ho scoperto che sono in molti a farlo, purtroppo, soprattutto tra gli aristocratici, ma, secondo la mia sincera opinione ed esperienza, non è che orgoglio e vanità. Nel bel mondo, essere come gli altri è un peccato peggiore di tutti quelli su cui potrei fornirvi indicazioni. Si è completamente frainteso il primo comandamento. Come sapete, dio non ha , e non vuole avere, un suo simile. Ma questo primo comandamento non è forse l’origine stessa della vanità e dell’orgoglio? Dio stesso non ha dato il buon esempio. Scherzi a parte, l’umiltà non è certo la caratteristica precipua di dio, ed è per questo, caro signore, che tutti noi cerchiamo sempre di innalzarci, sopra le nostre possibilità, sopra la nostra posizione, sopra gli altri.»
Björn Larsson, La vera storia del pirata Long John Silver, Ed. Iperborea, Milano 1998. pag. 180

Non è un caso se negli ultimi post sono riportate citazioni da fonti che si dichiarano espressione “Vera” o “Veridica” della “Storia”.
Il fatto è che anch’io ho acquisito la consapevolezza della ineluttabile verità che il tempo e le energie ormai non sono più dalla mia parte. Coerentemente con lo spirito corsaro, o meglio piratesco, che ha caratterizzato il blog potrei ammainare definitivamente la Jolly Roger e abbandonarlo alla deriva lasciandolo naufragare, come avevo ipotizzato in un precedente post, invece “col poco tempo che mi resta da questo lato della fossa”, come direbbe il vecchio Silver, ho deciso di passare il timone, cioè passare il blog a qualcuno disposto ad occuparsene.
La mia decisione era già stata presa da molto tempo e la mia straripante presunzione non poteva trovare analogia migliore così ho scelto il giorno e l’ora (le 20,00 del 28 Febbraio 2013) per darne comunicazione in coincidenza con l’altra storica “rinuncia”, affacciarmi alla finestra mi riusciva benissimo, ma anche per me è arrivato il momento di “salire al monte”, però è meglio che mi limiti a scherzare coi fanti e… non vorrei attirarmi anche le accuse di vilipendio e blasfemia oltre a quella, ormai abituale, di cazzeggio.
Ovviamente non sarà indetto alcun conclave, ma entro i prossimi sei mesi chiunque fosse interessato a prendere in carico il blog potrà far pervenire al mio indirizzo e-mail (onoriodelvero@gmail.com) un testo (la recensione di una mostra, la presentazione di un artista, una considerazione generale sull’incisione…) non superiore a 4000 battute (spazi inclusi), scritto nello spirito del blog, preferibilmente tramite una e-mail temporanea e identificandosi con uno pseudonimo o una serie numerica (ma se questo crea più complicazioni di quante se ne vorrebbero evitare, adottate la forma che vi riesce più semplice).
Inviando il testo si accetta che possa essere pubblicato nel blog.
Eventuali ulteriori contatti avverranno in privato.
Alla scadenza dei sei mesi agli aspiranti non verrà comunicato alcun esito, solo al diretto interessato verranno forniti i dati di accesso al dominio che potrà modificare ed operare in assoluta autonomia.
La cessione del dominio è totalmente gratuita, non occorre sottoscrivere alcun accordo, ma solo con un impegno d’onore (come tra “gentiluomini di ventura”) si richiede di mantenere la stessa denominazione del Blog e la stessa eteronomia, non dare alcuna notizia del passaggio e, secondo un principio che s’impone in queste circostanze, considerare il blog indipendente da finalità commerciali, da propaganda politica e da proselitismo religioso, considerando la passione per incisione come unica professione di fede.
Così è deciso.

«Sì. Signor Defoe, a giudicare da queste scene della mia vita, avrete senz’altro capito quanto sia stato penoso, per uno come me, vivere tra  gente che è come sono tutti. A volte ho l’impressione di aver passato la mia esistenza a cercare di far ragionare gli altri. Ma a cos’è servito? Ha fatto qualche differenza, alla fin fine? Non hanno che da prendersela con se stessi, dannazione, per non avermi dato retta. È forse colpa mia, se sono qui sulla mia scogliera, l’ultimo di una razza in via di estinzione?»
B. Larsson, op. cit. pag. 212

«La mia vita, signor Long, non è stata altro che una lunga commedia degli inganni. In breve, non mi è appartenuta. Così ora scrivo di Crusoe, Moll Flander, Singleton e tutti gli altri per non dover essere me stesso. O forse proprio per essere me stesso, invece, per la prima volta in tutta la mia esistenza. Mi seguite?
“No”.»
B. Larsson, op. cit. pag. 360

martedì 12 febbraio 2013

I SETTE VIZI CAPITALI


L’annuario pubblicato dall’ALI alla fine del 2012 aveva come tema “I Sette Vizi Capitali” e raccoglieva opere storiche che avevano trattato il medesimo tema, le incisioni appositamente realizzate dagli associati, interventi letterari e contributi teorici sulla storia e la grafica d’arte.
Una selezione delle opere realizzate sono attualmente esposte, fino al 15 Febbraio, presso la Galleria “Il Bisonte” di Firenze e la mostra integrale sarà presentata nel mese di Aprile presso il Museo di Casa Fraboni a San Pietro in Casale.
Dall’Annuario sono tratti il saggio del Prof. Marzio Dall’Acqua e un’incisione per ogni vizio accompagnata dal commento degli stessi artisti.
Uno speciale ringraziamento va alla cortese disponibilità di Marco Fiori per aver agevolato questo post fornendo generosamente le acquisizione dei testi e delle immagini.
I vizi sono qui ordinati secondo il principio dantesco che è in decrescendo, per gravità, rispetto alla successione cattolica e le corrispondenti incisioni sono state scelte individuando quelle che, secondo il gusto del tutto arbitrario del sottoscritto, ritengo interpretino ciascun vizio nel modo più aderente alla realtà contemporanea.
Poiché nella copertina del catalogo della mostra fiorentina è riprodotta L’Ira di Pieter Bruegel il Vecchio è nata l’idea di riproporre, in parallelo, anche le tavole del maestro fiammingo.



SUPERBIA

Francesco Geronazzo
acquaforte e acquatinta 2012, due matrici mm 415 x 495, 385 x 495








È solo quando riconosci l'errore che si attenua; smette di dominare, si spegne quella forma di superbia. Spesso questo "vizietto" aiuta però a mantenere la sicurezza necessaria per il lavoro o a prescindere per l’analisi dell’oggetto, anche se quando risulta nei paraggi appare come benda, che oscura la vista e acceca la ragione.
(F G)




INVIDIA

Agim Sako
acquaforte e acquatinta 2011, mm 315 x 275


Chi può dire di non avere mai invidiato qualcuno?
A volte, quando nasce dall'ammirazione, l'invidia ti spinge ad emulare la persona considerata e questo può anche portarti a migliorare.
Quando invece l'invidia nasce dal rancore, prevale il desiderio di annientamento, un’avversione senza limiti nei confronti dell’altro; può far scatenare un’ossessione incontrollabile ed esprimere il lato peggiore di te. Allora, se non riesci a controllarla, l'invidia diventa un incubo senza fine...
(A S)




IRA


Melania Vaiani
acquatinta, puntasecca, maniera allo zucchero, acquaforte 2012, mm 245 x 300

La scelta dell'ira come tema dell'opera è stata estrapolata dalla definizione di tale sentimento come "moto impetuoso dell'anima" … ho abbandonato l'uso di una forma razionale adottando una grafica astratta; tramite l'uso della Puntasecca, di per sé graffiante e incisiva, e della maniera a zucchero che permette di dare energia al colore (in questo caso il rosso), ho potuto esprimere al meglio questa emozione.(M V)



ACCIDIA

Franco Menegon
acquaforte e acquatinta 2012, mm 297 x 198











Accidia, ovvero figure urbane, senza spessore, prive di identità e di ideali, che vagano per la città, in punta di piedi per non farsi né sentire né vedere, con un unico obbiettivo: la sopravvivenza. (F M)




AVARIZIA

Gianni Favaro
acquaforte 2011, mm 198 x 249





È rimasto solo l'avaro; è rimasto solo in uno spazio semibuio; è rimasto solo con il suo denaro e i suoi conti.
Una mano demoniaca che esce dal buio si appoggia sulla sua spalla, quasi ad avvertirlo che il "vizio" lo porterà alla perdizione. (G F)



GOLA

Nella Piantà
maniera nera 2011, mm 245 x 195



LUSSURIA

Mattia Serra
acquaforte 2010, mm 240 x 292

Nell'ebbrezza interrotta i nervi non hanno colpa .
Dalla pelle alle ossa sento solo passione e pietà.
Immemore della perdita mi rivelo in un battito, rimane la resistenza al naufragio.
Confessioni che stanno negli angoli e lungo i rigagnoli dove tutto passa.
Naturale è affondare, naturale è riprendere fiato per l'ultimo respiro. 
(M S)




I SETTE VIZI CAPITALI
Ade, letteralmente "invisibile" era, per gli antichi Greci luogo invisibile, eternamente senza uscirà, perso nelle tenebre e nel freddo, abitato da mostri e demoni che tormentavano i defunti: impero dei morti sotterraneo, che nella simbologia rappresenta il passaggio dalla morte alla vita, il luogo delle metamorfosi, dei giacimenti preziosi, della germinazione. Lo stesso avviene per lo Sheol dell'Antico Testamento, anch'esso luogo senza luce, che è di per sé simbolo dì vita, di esistenza. Nel Nuovo Testamento abbiamo invece la Geenna o Gehenna, che e presente anche nel Corano, e che non è che la valle palestinese di gê-Hinnon, presso Gerusalemme, in cui un tempo avvenivano sacrifici e si bruciavano immondizie. Anche dall'esperienza dei fenomeni vulcanici, con vapori di zolfo e magma, viene così definendosi un luogo per rinserrare le anime prima e poi lentamente si fa avanti l'idea della punizione dei malvagi. Il fuoco che consuma il corpo di coloro che si ribellano a Dio è introdotta dal profeta Isaia (66,24), mentre Tertulliano (160-220 d.G.} amplia questo concetto dichiarando che i vulcani e le loro manifestazioni sono la prova dell'esistenza di un inferno sotterraneo, da cui Dante Alighieri (1265-1321} nella sua Divina Commedia dà una rappresentazione in realtà modellata più sulla classicità greco-romana, con i quattro fiumi infernali, che erano già in Omero e che caratterizzavano l'Averno dell’Eneide virgiliana, ed i diavoli che controllano ogni girone denominati secondo la mitologia, come la presenza di Cerbero il cane a tre teste e Caron dimonio, il traghettatore. L'organizzazione dell'Inferno dantesco corrisponde all'Etica di Aristotele, menzionata esplicitamente, secondo la quale, ma le parole sono di Dante, tre "disposizion ch'el ciel non vole, / incontinenza, malizia e la matta / bestialitade". Ecco incominciamo a comprendere qualcosa sulla formulazione dei "vizi capitali" che sono alla base dell’Annuario 2012 dell'ALI.
I vizi non sono altro che la contraffaccia, l'opposto delle virtù cristiane, che, come è noto, sono tre teologali: Fede, Speranza e Carità, secondo la definizione di san Paolo (I lettera ai Corinti, 13, 13), alle quali si aggiungono le Quattro Virtù cardinali - Giustizia, Prudenza, Fortezza e Temperanza - che non sono altro che le virtù classiche già richieste da Platone nella Repubblica (4, 427 ssgg.) come requisiti indispensabili dei cittadini nello stato ideale, che i Padri della Chiesa accolsero e ratificarono come valori cristiani, in un ideale numero sette, numero primo simbolo dì perfezione e di totalità.
Ma torniamo un attimo a Dante, poiché la sua rappresentazione dell'Inferi è diventata paradigmatica per aver presente la dottrina della Chiesa sulle pene sui premi ai vizi e alle virtù. Le tre "disposizion" di cui si è detto corrispondono esattamente a quelle dell'induismo: Karma, desiderio, libidine o passione; Krodha, ira, violenza; lobha, avidità, cupidigia (dal Bhagavad-Gītā). In un interessantissimo studio recente Maria Soresina fa notare che "il sistema punitivo dell'Inferno dantesco diverge in modo sostanziale dagli insegnarne della Chiesa, non è basato sui sette peccati capitali (che informeranno il sistema morale del Purgatorio)". L'etica cattolica prevede un'unica distinzione tra i peccati: quelli veniali, espiati in Purgatorio e quelli mortali, tutti puniti all'Inferno perché tutti "offendono" Dio in eguai modo e non sono previste; gradazioni di pena.
Dante nell'elencazione dei suoi peccati, in cui "l'incontinenza men Dio offende", in qualche modo non è cristiano, lo sostiene non senza ragioni il teologo Hans Urs von Balthasar, autore di un bel libro sul poeta. "Il viaggio dantesco attraverso l'Inferno si fa sulle tracce di Virgilio, non su quelle di Cristo, e sarebbe stato l'unico modo per un cristiano di mettere piede in questo luogo”. Al contrario il poema ha non casuali affinità con il "Libro della Scala" e narra il viaggio di Maometto in Paradiso e in Inferno sotto la guida dell'arcangelo Gabriele, nel quale le pene sono distribuite secondo la regola del contrappasso, tipiche del Purgatorio, mentre nell'Inferno la punizione rappresenta la colpa e ne illustra l'essenza e l'intrinseca realtà. La legge del contrappasso - contra pati, patire il contrario - corrisponde nell'induismo ; legge del karma, legge di causa ed effetto.
Un'altra sistematica presentazione di Virtù e Vizi contrapposto che non corrisponde alla definizione ortodossa del pensiero cattolico è quella di Giotto agli Scrovegni, che ha la Iustitia vs Iniustitia come punto più alto ed insieme più iniquo, ma per queste considerazioni rimandiamo al documentato saggio di Chiara Frugoni.
Questo per dire che la rappresentazioni delle Virtù, inizialmente sette, ma allequali velocemente si affiancano altre Virtù minori correlare, e dei Vizi, la cui classificazione varia secondo dei momenti storici, le influenze culturali e sociali, da una iniziale contrapposizione tra loro, secondo la Psychomachia di Prudenzio, poeta spagnolo del IV secolo, che faceva combattere la Fede con l'Idolatria, Castità e Lussuria, Pazienza ed Ira, Umiltà e Superbia e così via, ovviamente  tornei nei quali trionfava sempre la Virtù, si muovono creando una iconografia basata sulla presenza di attributi particolari, simboli e associazioni di immagini che individuano sia ciascuna Virtù normalmente rappresentata
da una figura femminile, sia i Vizi, in una contrapposizione fisica spesso della bellezza contrapposta a deformità e mostruosità, secondo caratteri che talora derivavano dalla commedia classica o secondo altre complesse connessioni culturali, agli influssi astronomici dei pianeti fino alla definizione dei quattro temperamenti, una forma di prima psicologia.
Talora è invece un'azione e non la personificazione che indica il vizio, come avviene ad Amiens dove troviamo ad esempio che la Disperazione si uccide, l'Idolatria si inginocchia davanti agli idoli, l'Orgoglio cade da un cavallo impennato, la Codardia fugge davanti ad una lepre abbandonando la spada, la Durezza accoglie malamente un servo, l'Incostanza fugge dal convento, la Discordia separa marito e moglie, la Ribellione si ribella al vescovo e l'Impazienza minaccia un monaco a mano armata. In Germania spesso i vizi furono riassunti in un'unica figura femminile: Frau Welt, una donna ridente e lusingatrice, simbolo degli allettamenti del male; a Strasburgo porta alla rovina le vergini folli.
Sia le Virtù che i Vizi vengono inoltre storicizzati legandoli a personaggi della Bibbia, per cui Abramo è l'Obbedienza, Giuditta l'Umiltà, Giacobbe la Pazienza. La Iniustitia di Giotto a Padova, secondo Chiara Frugoni rimanderebbe ad Ezzelino da Romano, e così via. I Vizi vengono anche collegati, nel XIII XIV secolo a certi status sociali, per cui l'Orgoglio è associato ai re, l'Avarizia ai mercanti, l'Invidia ai monaci, l'Intemperanza ai giovani, l'Ira alle donne e così via. Raffigurazioni sociali che si trasferirono e continuarono anche in una iconografia minuta, quotidiana e povera come le carte da gioco e, dopo i grandi Giudizi Universali medievali, le "danze macabre".
Nel Rinascimento abbiamo una sorta di laicizzazione, per cui la teoria astrologica e quella dei temperamenti diventano interpretazioni abituali di figure storiche che vengono a rappresentare Vizi e Virtù, affiancati dal risorgere degli dei della classicità che impersonano così valori o disvalori, spesso sostituendosi totalmente alle iconografie elaborate nei secoli precedenti e più o meno cristianizzati. L'Iconologia di Cesare Ripa del 1593 scritta in volgare e non in latino, come avveniva prima, diventa un modello di elaborazione di immagini non solo profane, ma anche allusive e vicine al sacro.
Per dire insomma che la rappresentazione dei vizi capitali, proprio per l'ambiguità della loro definizione e, persino, del loro numero, diventa un tema straordinario per raccontare le debolezze e la fatica dell'essere uomo, la frammentarietà del nostro essere, la possibilità infinita di aggiornare questa immagine ad una realtà velocemente in movimento, in trasformazione.
Non è più il tempo della scelta quasi luminosa ed olimpica di Ercole "al bivio", simbolo dell'individuo, ma anche del principe che ha davanti le due vie, mentre seduto su di un albero viene sollecitato da due donne, il Vizio e la Virtù, ad intraprendere una strada tortuosa ed aspra che porta a vette lontane ed una piacevole e piena di allettanti incontri. Così del dilemma de il "sogno di Scipione" Emiliano (185.125 ca a.C.), posto anch'egli di fronte alla scelta tra Virtù e gloria e Vizio e piaceri. Oggi si è ben coscienti che, a livello individuale, valori diversi influenzano le scelte personali, compresi impulsi inconsci, in una dimensione psichica difficilmente decifrabile, frantumata e frammentata da rimozioni, interferenze, pulsioni inconfessate ed inconfessabili che nascono da storie pregresse, dalla famiglia e dall'educazione, ma anche in modo misterioso da una genetica nella quale stiamo muovendo i primi passi ancora esitanti.
Ma oggi, è ben chiaro, che non si tratta più di un ambito singolare, individuale, ma che i vizi captali hanno una ricaduta sociale e che essi serpeggiano creando ingiustizie, violenze, sfruttamenti, povertà e morte a livello mondiale: si sono insomma globalizzati come tutto e dunque sono insieme gli stessi, inafferrabili e difficili da definire, ed insieme sono altri, sotto il sorriso di Frau Welt.
Marzio Dall’Acqua

Nota bibliografica
Naturalmente moltissimi sono i testi di riferimento per un completo e complesso sviluppo del tema. In questa sede mi limito ad alcuni titoli che sono serviti al mio saggio indicando le pagine delle relativa citazioni, se del caso, alla cui bibliografia rimando: 
Maria Soresina, Le segrete cose. Dante tra induismo ed eresie medievali, Bergamo, Moretti&Vitali editori 2002, cit. p. 28.
Hans Urs von Balthasar, Dante, Brescia, Morcelliana 1973, cit. pa. 114.
Gianfranco Ravasi, Le porte del peccato i sette vizi capitali, Milano, Mondadori, 2007.
Chiara Frugoni, L'affare migliore di Enrico Giotto e la cappella Scrovegni, Torino, Einaudi 2008.
Giovanni Cucci, II fascino del male: vizi capitali, prefazione di H. Zollner, Roma, edizioni AdP, 2008.
Paolo Scquizzato, L'inganno delle illusioni i sette vizi capitali tra spiritualità e psicologia, Cantalupa (To), Effata, 2010.
Aimone Gelardi, Vizi, vezzi virtù una rivisitazione dei peccati capitali, Bologna, EDB, 2011.