domenica 15 febbraio 2015

IL PIÙ GRANDE ARTISTA…

Aggiungi didascalia
Francisco Goya
Capricci, 1799, “Tu che non puoi” foglio 42
acquaforte e acquatinta.
















Oscillo tra il turbamento e un'ingenua, infantile meraviglia quando, per una qualche inconsapevole coincidenza, i post si concatenano: questo con il precedente, come potrà capire solo chi leggerà il libro.
La pubblicazione risale al Gennaio 2014, tra le recensioni più autorevoli c'è quella di Aldo Grasso e segnalarne il LINK mi esime dal tentarne io la presentazione, perché l'intenzione è solo di suggerirne la lettura con l'avvertenza che essendo fortemente urticante, anzi di più..., non è adatto alle "pelli sensibili", ma per i più "coriacei" il divertimento è assicurato, però ribadisco, a scanso di tardive lamentele, che essere, come si suol dire, "adulti e vaccinati" non basta.
Al netto delle considerazioni massmediatiche, delle note autobiografiche e delle tante nevrosi esistenziali del protagonista, Max Fontana, tutto quello che resta riguardo l'arte contemporanea è verità, risultando l'attacco al "sistema" più feroce, perché condotto con le armi dell'ironia, dello sberleffo, del sarcasmo... della presa per il culo.
(Ovviamente) non si fa alcun cenno all'incisione (una digressione sul concetto di originalità a pagina 193 e frequenti riferimenti al saggio di Walter Benjamin) ma c'è la simulazione di un accanimento verso la vita, prima ancora che verso qualunque forma d’arte, che entusiasma. Tutte le idee fondanti dell'arte contemporanea vengono scorticate, scarnificate, ridotte all'osso dell'assoluta effettiva cialtroneria.
La conoscenza delle opere create da Max Fontana dovrebbe essere obbligatoria per tutti gli studenti di Accademia di Belle Arti, ma figuriamoci quelli dell'Accademia... come sostiene Max: «...dall'Accademia non poteva uscirne niente di buono: come potevano insegnarti l'arte contemporanea? Mica eravamo nel Medioevo o nel Rinascimento. Era un paradosso: ti insegnavano a dipingere impressionista o espressionista o cubista o astrattista, cioè ti insegnavano a dipingere come quelli diventati famosi per non saper dipingere classico».
Poiché nel testo sono riportati diversi riferimenti storici, ritengo che, sotto questo aspetto, potrebbe risultare una valida alternativa all'ultimo volume di un qualsiasi manuale scolastico di storia dell'arte. Valga ad esempio: «… i quadri minimalisti, visti uno visti tutti. Io non ho mai capito come fanno questi qui a essere minimalisti tutta la vita. Sinceramente pure Mondrian, il quale non era propriamente minimalista ma De Stijl. Non l’ho mai capito. All'inizio deve essere stato fico essere Mondrian, e passare dall'albero figurativo a quel mondo bidimensionale e geometrico fatto di linee nere e quadrati colorati. Ti fa sentire bene. Un sacco di problemi in meno. Non devi più preoccuparti di dipingere un ritratto, una sedia, una natura morta. Ti alzi la mattina e fai un quadrato rosso e due gialli.
Oppure Yves Klein, con quel suo cazzo di blu. Mamma mia che due palle quel cazzo di blu di Klein. All'inizio deve essersi sentito bene, a fare tutti i quadri blu. Deve aver pensato che era una grande idea. Anche lui doveva avere un sacco di problemi in meno, ancora meno di Mondrian. Non doveva mai decidere cosa dipingere, neppure se un quadrato o due quadrati o un rettangolo e cinque quadrati, dipingeva sempre lo stesso blu, tutto il quadro blu. Un po' come Einstein che decide di vestirsi sempre uguale per non perdere tempo a pensare come vestirsi. Ma Einstein era uno scienziato, non era un sarto.
Quindi che palle essere Mondrian e Klein tutta la vita, c'è da spararsi. Immagino la moglie di Klein, se ne aveva una: “Amore, vieni a vedere cosa ho dipinto!”. La moglie di Klein arrivava e siccome lo amava doveva pure fare finta e esclamare: “Amore, è bellissimo! È un altro quadro blu! Sono così fiera di te! Come ti è venuto in mente?” […] È dura convincere qualcuno che quel tuo blu è qualcosa di fondamentale.
E comunque spesso si stufano pure loro stessi. Klein cominciò a variare le dimensioni dei quadri, un blu più piccolo, un blu più grande. Ma il più incasinato è stato Malevič, che dopo aver inventato il quadrato nero su fondo bianco inventò il quadrato bianco su fondo bianco e si deve essere reso conto che a quel punto non aveva più un cazzo da dipingere, aveva esagerato, si era infilato in un vicolo cieco. Malevič con quei quadrati era nella merda fino al collo. Non deve essere stato facile per Malevič uscirne, deve essere stata dura fare retromarcia dopo il quadrato bianco su fondo bianco. La gente deve avergli detto: "Ma come, ci hai fatto due palle così con il suprematismo, l'assenza di oggettività, il quadrato nero, il quadrato bianco e adesso ti rimetti a dipingere figurativo?". Ma lui non è che poteva andare avanti tutta la vita a fare il cerchio bianco su fondo bianco, il triangolo bianco su fondo bianco, l'esagono bianco su fondo bianco. Per carità, il mio omonimo Lucio Fontana è andato avanti una vita a fare i buchi, ma almeno variava il fondo, e poi a un certo punto ha fatto i tagli. Se passi dai buchi ai tagli nessuno ti dice niente perché puoi sempre rispondere: "E allora? Prima bucavo, adesso taglio, che problema c'è?". Comunque quando uno imbocca una strada estrema non può tornare indietro…»
Tanto può bastare per rendere l'idea. C'è tutto, dono della sintesi, c'è tutto quello che molti insegnanti vorrebbero poter dire ai propri alunni se non si sentissero obbligati ad ammirare i vestiti nuovi del re e anche su questo Max Fontana ha le idee chiare: «... il re non è nudo quando è nudo ma quando viene visto fare la cacca».
Forse su un solo aspetto la ferrea convinzione di Max Fontana non coglie appieno l'attuale realtà dei fatti: «...Se non mi fosse andata bene... magari sarei finito a fare il commesso da H&M, dove è finito un mio amico che voleva diventare regista ... D'altra parte non credo neppure che l'altro Fontana di successo prima di me, Lucio Fontana, avrebbe continuato a fare i suoi tagli se nessuno glieli avesse mai comprati, mica era scemo. È anche la differenza tra l'arte e la letteratura: Kafka può pure morire inedito e esordire postumo e in vita continuare a scrivere i suoi romanzi, uno che fa tagli sulla tela se non lo cagano deve fermarsi. Morale: l'artista contemporaneo deve essere cagato il prima possibile o piantarla, sennò è deficente». A questo principio c'è sempre qualcuno pronto a contrapporre il caso Van Gogh, effettivamente il suo valore è stato riconosciuto solo a posteriori, ma innanzitutto c'era del valore da riconoscere e il fatto di essere un caso unico in millenni di storia dell'arte qualche dubbio dovrebbe porlo, inoltre, aggiungerebbe Max Fontana, «...si doveva essere al posto giusto nel momento giusto... metti Van Gogh nel Settecento e Winckelmann gli avrebbe detto: "A spastico, ma come cazzo dipingi?"».
Invece nella realtà odierna non sono pochi i "deficenti" - così li ha definiti Max Fontana, io non mi sarei mai permesso - che si adattano a fare i commessi - più spesso fanno gli insegnanti, ma con lo stesso impegno dei commessi - per assicurarsi la pagnotta mensile e continuare a coltivare l'illusione del grande artista incompreso.

Mi rendo conto che non ho ancora detto che si tratta del romanzo "Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler" di Massimiliano Parente, Edizione Mondadori, 400 pagine, 18,00 Euro, disponibile anche in e-book.

venerdì 6 febbraio 2015

JE SUIS...

La presentazione di questo blog andrebbe accompagnata dalla seguente dicitura:《Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001》.
Non ho ancora ben capito se è un obbligo o una salvaguardia, comunque se, fin ora, ci siamo astenuti dall'inserirla è perché riteniamo che nel nostro caso il rischio di equivoco non si pone, con la consapevolezza che in alcun modo ci si possa dare arie anche vagamente giornalistiche, ce lo detta il senso di pudore, anche se si propende per riconoscercene ben poco.
È proprio per senso di pudore che non abbiamo subito rilanciato il comunicato dell'ENPA, l'Associazione Europea degli Editori di Quotidiani. Qui a volte si gioca, si cazzaggia..., ma da sempre anche il cazzeggio più goliardico s'intreccia a momenti di seria riflessione, così è nella vita quotidiana, così è in questo blog, così è nella redazione di "Charlie Hebdo". con l'immagine che postiamo adesso, a distanza di un mese - non per ritardo, ma per ricordare con rispettosa distanza - ci uniamo allo sdegno di tutte le persone libere di esprimersi.


Parigi, 7 Gennaio 2015

P.S.
Appena pubblicato questo post riceviamo dall'artista Chiara Toni il disegno che inseriamo di seguito e, condividendone l'idea, faremo lo stesso con quanti vorranno manifestare con un'immagine il senso di solidarietà verso tutti coloro che lottano per la libertà di espressione.
Chiara Toni, "Nous sommes pour la Libertè ", 2015

Rob Tornoe
Dalton Getti

Dave Rittinger

Ali Ferzat

Nadia Khiari
Rosario Amato, 1997

Guido Palmas, 2015

martedì 6 gennaio 2015

FRANCESCO PARISI

I miei maestri,
le mie xilografie
 «Mon oeuvre n’est pas inspirée par je ne sais quelle grace de Dieu
ou par un amour extraordinaire des gens, mais par l’esprit de refus,
par la haine de ces artist qui ne savent que ramper,
pour lesquel l’art n’est plus qu’un moyen de réeussite sociale
et auxquels je veux montrer de quoi est capable quelcu’un qui aime son travail»

Josef Vachal
A propos de l’art de l’estampe et plus spécialement de la gravure sur bois
Praha 1932


SOLOMON E SHALAMIS – SHIR HASHIRIM, 2013
Fino ai miei 18 anni alla Galleria Nazionale di Valle Giulia si entrava gratuitamente. Ci andavo spesso solo per vedere i nudi della Diana Efesina di Sartorio, per trovarmi accanto allo sguardo allucinato del Sant’Antonio di Domenico Morelli e per immaginarmi la fiamme che avevano avvolto il filosofo nolano di Giulio Bargellini, anche se in quella raffigurazione invece delle fiamme scaturivano ninfe, Meduse decapitate ed il cavallo Pegaso. A quei tempi la Galleria aveva anche una piccola saletta oggi demolita - Cartago delenda est - dedicata all’incisione e al disegno. Vi avevo visto qualche foglio di Fattori, di Dachiardi, di Morandi, di Bartolini, di Signorini, ma quelle minute non mi avevano ancora infiammato, il mio cuore era tutto per le allegorie di Bargellini. Complice del mio iniziale disinteresse per l’incisione era l’aula di grafica di via Ripetta, una sorta di fonderia che serviva solo a consumare inutilmente rame e zinco, ricordo persino un mio collega incidere un grande ritratto di Totti urlante dopo un gol. Ricordo anche l’ironico e vernacolare apostrofare romano del professore di incisione Duilio Rossoni, rivolto ad uno studente che passava le ore di lezione a preparare lastre raschiando i contorni della matrice con una rumorosissima lima, creando un rumore infernale: «ee cchissei Sirvio Pellico?».


NUPTIAE, 2005
LE NOZZE MISTICHE DI ELEN VAUGHAN
STUDIO PER NUPTIAE, 2005




Ho iniziato comunque a «grattare legni» nei primi anni di Accademia in volontario conflitto con il resto dei miei colleghi. Dai miei primi assalti contro il legno con piccole sgorbie cinesi molto economiche risultarono una serie di figure che non rispondevano alla mia volontà di dotarle di quelle linee sottili e avvolgenti che avevo visto in un libro che Rossoni custodiva nel cassetto della sua scrivania. Ricordo ancora quando gli regalai la mia prima prova ricambiata con quel prezioso manuale degli anni Trenta, La moderna xilografia in Italia di Luigi Servolini. Duilio era comunista, Servolini fascista, ottimo acquafortista il primo, modesto xilografo l’altro, ma “fascistissimo” ed essere “fascistissimo” negli anni Trenta significava avere cattedre, scrivere e pubblicare libri, vendere ai musei ed esserne direttore, quando uno come Luigi Bartolini vendeva si e no qualcosa presso i corniciai romani (ho un catalogo di vendita di una mostra di quegli anni: una xilografia di Servolini costava 150 lire, una acquaforte di Bartolini solo 70). In quel libro Servolini aveva inserito tutti i grandi xilografi italiani, da Cambellotti a De Carolis, da Morbiducci a Da Osimo, da Attilio Giuliani a Italo Zetti. Dopo aver visto una Vesta che attizza il fuoco sacro sotto una splendida quercia di Cambellotti avevo praticamente deciso di abbandonare la pittura e di dedicarmi a tempo pieno alla xilografia. Mi si era aperto un intero universo, Duilio si liberò invece di quel volume come ci si libera di un vestito usato e fuori moda. Non gli dissi mai quanto quel suo gesto condizionò tutte le mie scelte successive.
IRIS, 2007
Il mondo di quel libro era però perso per sempre, gli esempi da seguire e le vite da imitare si potevano trovare solo nei volumi da cercare in qualche negozio d’antiquario. Come un pesce che risale la corrente inseguivo nelle biblioteche e nelle librerie le pagine dimenticate di vecchie riviste con le xilografie originali o riprodotte, guardavo le foto di questi maestri al loro tavolo di lavoro e allestivo il mio studio – una modesta stanza in un piccolo appartamento nel quartiere Prati – nello stile di ottanta anni prima, con tanto di sedia Savonarola ammirata nello studio di Cambellotti, ma scomodissima.
Seppur orfano di “padre” – non in senso letterale, ovviamente, ma di una guida – e nonostante i miei maestri ideali fossero oramai tutti morti, gli eredi erano pur sempre disponibili a mostrare lo studio paterno ad un giovane artista. Avevo, infatti, bisogno, oltre che delle pagine stampate, di respirare almeno l’aria che li aveva circondati, di ammirare le stesse prospettive, di sfiorare i loro strumenti di lavoro sperando in un’immaginaria quanto improbabile trasmissione osmotica di capacità. Ho potuto vedere così le sgorbie di Cambellotti, le matrici di De Carolis, gli zinchi di Sartorio, ho avuto in regalo i bulini di Attilio Giuliani con cui ancora adesso incido e ho sfogliato nello studio di Morbiducci, immerso tra le sue sculture, le preziose cartelle con centinaia di disegni, studi di nudo, volti maschili e femminili, delineati con brevi ma sicuri tratti, quasi un manuale di anatomia, meglio di Andrea Vesalius.
ANARCADIA, 2008
Ma né gli strumenti né i tavoli da lavoro ricostruiti nel mio studio potevano restaurare le atmosfere di allora, inimitabili: De Carolis a colloquio con D’Annunzio durante l’occupazione di Fiume, Attilio Giuliani sommergibilista durante l’attacco nel porto di Alessandria, Cambellotti a passeggio nella campagna romana con Sibilla Aleramo e Giovanni Cena, Sartorio a Weimar a scambiare opinioni sulla pittura con Von Stuck. Il mio professore di pittura al massimo parlava di Caravaggio con accento abruzzese, e mai fece il seppur minimo cenno al pittore di Monaco, alla sua splendida villa né, tanto meno, alle sue splendide acqueforti.
Rossoni aveva invece affrescato insieme a Ferrazzi il mausoleo di Aqui con le scene dell’Apocalisse, aveva imparato a dipingere nello studio di Ziveri – che ancora negli anni Cinquanta insegnava a dipingere la modella senza tener conto di certe “stravaganti” teorie – aveva inciso con Ciarrocchi tante lastre sedendo con lui lungo i declivi marchigiani, era stato assistente di un calcografo come Bianchi Barriviera e di uno xilografo come Mino Maccari, aveva modellato fontane con Leoncillo e conversato amichevolmente con Luzi e Bilenchi. La mia presunzione lo doveva aver colpito un giorno a lezione quando gli parlai di Bargellini come del più grande pittore italiano di tutti i tempi, addirittura meglio di Raffaello che allora non capivo. Duilio conosceva bene l’opera di Bargellini, gliene aveva parlato Ziveri che apprese la tecnica dell’affresco lavorando come suo assistente per gli affreschi della Banca d’Italia. Almeno con Duilio avevo trovato una linea diretta che, nella mia ingenua presunzione di studente, mi legava al mio eroe di allora: Bargellini-Ziveri-Rossoni-Parisi. Solo che Duilio non dipingeva come Bargellini, anzi quasi neanche dipingeva, incideva solo all’acquaforte e di nudi non ne voleva sentir parlare, solo di paesaggi marchigiani, di alberi e vallate. Più tardi ne avrei anche capito il valore, ma per il momento a me interessava solo il nudo e l’allegoria più complessa. Di incidere bottiglie e alberi su metalli proprio non ne avevo la benché minima intenzione, avevo già in mente la mia prima serie organica di xilografie. Il tema prescelto era una eterogenea combinazione tra contadini ed eroi dell’antichità, il miles agricola in chiave omoerotica. Li avevo derivati, quei contadini seminudi, dai dipinti ad olio di Oskar Martin Amorbach, pittore della secessione di Monaco, traducendoli su legno. Mi ricordo quando regalai a Duilio la prima prova della serie, lui la sdegnò e la giudicò esteticamente impraticabile.

PASIPHAE-SHEMOT, 2009

Incidendo quelle prime xilografie con le difficoltà tecniche di un principiante avevo provato un’emozione simile a quella estatica degli incisori ed illuminatori medievali pieni di fede che incidevano nel legno per ornare i vangeli, anche se il mio, di vangelo, era già allora meno santo.
A Duilio non stavo simpatico, credo gli desse molto fastidio l’arroganza di un ventenne che si riteneva più bravo di lui, pure mi indicò alla classe come l’unico giovane dalle idee chiare, idee sbagliate ma chiare, provocando da parte di qualche “povero asino” quell’invidiuzza innocua. Di parlare di tecnica xilografica, però, proprio non ne voleva sapere. Lui, acquafortista, vagheggiava sulle preziosità di Callot e di Goltzius e non era interessato, diceva, all’ebanisteria.

PANTOCRATOR, 2010
Ho cercato, dunque, uno xilografo che mi desse udienza – merce rara in quegli anni di litografi e serigrafari – e grazie ad un amico ho incontrato Sigfrido Bartolini, dal quale ho appreso qualche trucco del mestiere. Gli invidiavo l’anno di nascita, la prima edizione dei Canti Orfici, una dedica di Francesco Nonni attestante il fatto i due si fossero almeno incontrati, la possibilità che gli si era presentata di poter illustrare un libro e di averci potuto impiegare più di un decennio ed infine l’essersi comperato una casa ottocentesca coi proventi di una sola cartella di grafica. Sigfrido aveva avuto come padre spirituale Ardengo Soffici, cui le mie xilografie non sarebbero piaciute, e come non sarebbero piaciute a Soffici così non piacquero nemmeno a lui. Conservo una sua lettera in cui mi scriveva: “non sei antico come Düre e Soffici che erano moderni, sei solo vecchio come De Carolis”.
PROSERPINE IN HELL, 2010
Il più importante esempio per la mia vita da artista e da xilografo l’ho avuto invece da Umberto Franci della scuola del libro di Urbino, quella scuola dove durante l’age d’or di Castellani se si veniva trovati a dipingere piuttosto che ad incidere venivano immediatamente comminate severe pene corporali.
Franci lavora ancora tutti i giorni, dice che non riesce proprio a non farlo: alle pareti conserva i lavori di una vita, sul tavolo i fogli appena disegnati, matrici e schizzi, carboncini e acquerelli, «ah sì, quella l’avrò fatta almeno una ventina d’anni fa» ed invece era il 1937. Nelle mie visite si racconta, spiega, ricorda i suoi amici che per me hanno il sapore dell’eroe mitologico, parla del suo amico Antonello Moroni e di quando andavano assieme a pescare, del suo maestro Delitala, quando gli ho chiesto della misteriosa tecnica di Ettore de Giorgio mi ha risposto enigmatico con la stessa frase che il maestro gli diede quando lui stesso gli pose la medesima domanda: «io ho faticato tanto, fatica anche tu».
PROSERPINE IN HELL 2, 2010
SHULAMIS – SHIR HASHIRIM, 2014















Nel suo studio di Urbino oltre mezzo secolo di storia sembra niente. Una volta gli chiesi quale era la formula per realizzare delle opere degne e lui, parafrasando Napoleone («per fare le guerre ci vogliono soldi, soldi, soldi»), mi rispose sorridendo: «disegnare, disegnare, disegnare».
L’insegnamento più intimo e profondo me lo ha dato a 98 anni: «spero di arrivare a 100 riuscendo ancora a disegnare e ad incidere perché dopo non c’è niente, dio non esiste!».
Raramente parlo delle mie incisioni. Come già mi si rimproverava ai tempi dell’accademia, mi si fa torto ora di essere eccessivamente “passatista”. E veramente, ancora oggi, deve suscitare turbamento questa definizione se molti addirittura si rifiutano di guardare le mie stampe anche solo per furore polemico.

LAMED VAV, trittico, 2012-2013
La mia ammirazione per gli artisti del passato non rappresenta un modo sbrigativo di celarsi in poetiche altrui per accidia, quanto esprime invece la volontà di situarsi in un medesimo atteggiamento umano e intellettuale. «Me ne infischio di tutti» come il Luigi dei Ladri di Biciclette «e prendo dall’antico e dal nuovo, ovunque trovo cosa che faccia per me».
FRANCESCO PARISI, 2014


ACELDAMA, 2003

NOTA A MARGINE











Sperando di non interferire troppo con il testo originale dell'artista mi riservo solo questa breve considerazione conclusiva.
Il desiderio di questo blog di ricevere le parole dirette degli artisti pare costituisca una pretesa che pochissimi sono in grado di assecondare. Si scambia il blog per un tram con fermata a richiesta e non si comprende che non si pretendono giustificazioni o autocritica né proclami o manifesti teorici di poetica... semplicemente sentirsi raccontare quel qualcosa che chissà quante volte è stato ripetuto ospitando un visitatore nel proprio atelier.

Francesco Parisi ha rievocato gli anni della sua formazione e i primi incontri, accompagnandoli con alcune delle xilografie realizzate negli ultimi dieci anni che sono state tutte intagliate a bulino su legno di testa, di bosso e pero, e stampate manualmente su carte giapponesi tramite la stecca di bosso - come ci riferisce l'artista - "...per controllare ogni linea e distribuire quelle piccole veriazioni di nero che rendono meno fredda una xilografia".
È naturale che all'occhio critico dello stesso autore le prime opere possano apparire superate per molti aspetti, ma dal punto di vista documentario esse rappresentano imprescindibili testimonianze, pertanto, considerando il periodo e le circostanze narrate nel testo, non poteva mancare uno sguardo alle opere coeve e grazie alla cortese concessione dell'artista pubblichiamo "Cerveteri" una delle primissime xilografie realizzate, databile al 1994.
Parisi, dopo qualche prova scolastica calcografica, rivolge tutto il suo interesse alla xilografia che diviene non solo la sua forma espressiva prediletta, ma anche oggetto di studio e indagine storica che lo ha portato, tra l'altro, a curare i cataloghi dell'opera grafica di Cambellotti e Morbiducci.
CERVETERI, 1994

In "Cerveteri" l'uso delle sgorbie connotano un linguaggio molto diverso dagli sviluppi che avrà nella opere successive caratterizzate dalla virtuosa sottigliezza di un segno lineare e anche il soggetto sembra appartenere ad un altro ambito di ricerca figurativa, ma è mia opinione che proprio a questa incisione, che raffigura la Necropoli della Banditaccia dell'antica città etrusca, si annoda già il ruolo fondativo che Parisi attribuisce al mito nell'elaborazione della sua arte. I miti alludono ad un substrato comune, all'archetipo, a tutto ciò che, oltre la mera soggettività, può convertirsi in veicolo o luogo di incontro per una cultura e quindi per la sua arte.
Ah, l'arte! L'arte che non serve a nulla e che salva! L'arte che non sta in parlamento perché non è votata. L'arte che esiste mentre tutto fugge. La vita fugge, l'attraversiamo e fugge e fugge anche il suo fatale complemento: la morte fugge, ci afferra e fugge.
Eppure la mano corre sicura sulla matrice, guida il bulino, perchè tutto si può raccontare, tutto si può ancora rappresentare e ci restano i racconti e le immagini. Ci resta il mito e ci restano le incisioni di Francesco Parisi che ci auguriamo di poter ospitare ancora con le sue splendide edizioni illustrate.
TEHIRU ELA’AH, 2013