sabato 26 febbraio 2011

MEGLIO TARDI?

Ad Acqui si sono decisi a fare quel che avrebbero potuto, e dovuto, fare fin dall’inizio (si rimanda al post IL SEGRETO DI PULCINELLA), adesso giunge solo come una ritardataria conferma agli interessati e a quanti visitando questo Blog erano già informati.
Si possono intuire le motivazioni promozionali di creare aspettative, aumentando così il numero di contatti col sito, ma se le cose non si fanno bene si finisce con l’apparire… diciamo poco credibili, poiché la notizia della “gaffe” è subito circolata risultando esilarante rapportata alla solennità del filmato di presentazione.
Circolano anche altre voci che preferisco credere siano solo infondate maldicenze per insinuazioni sulla procedura delle due diverse giurie (certo che la procedura è strana).
Errare è umano, ma perseverare… perchè c’è almeno un qualche cattivo consigliere se si scelto di attribuire prestigio a chi, a parte la parentela acquisita, l’incarico burocratico ricoperto e l’appartenenza di Club, non risulta oggettivamente in possesso di alcun merito propriamente artistico. Ciascuno è libero di nominare chi preferisce, purché nella consapevolezza che così un qualche dubbio s’insinua almeno per i malpensanti.

venerdì 25 febbraio 2011

SULLE ASSOCIAZIONI

Alfred Kubin







Dallo scioglimento di un precedente sodalizio è sorta, da poco più di un anno, a Bologna, ma senza delimitazione regionalistica, una nuova associazione di incisori la cui attività svolta, per numero di mostre e pubblicazioni tutte ben curate, appare di considerevole mole. A fare la differenza, rispetto ad analoghe iniziative, potrebbe essere il fatto che a guidarla non sia un artista, ma un appassionato collezionista. Ho appreso che numerosissime sono le richieste per entrare a farne parte, ma nonostante la determinazione ad operare una selezione degli associati si ripropongono, per altri aspetti, le stesse considerazioni che avevo svolto in un mio testo sull’associazionismo che qui ripropongo.

Una delle Storie del buon Dio di Rilke inizia così: «Apprendo proprio ora che anche il nostro distretto dispone di una specie di associazione di artisti. È sorta recentemente in seguito ad una necessità che, come possiamo immaginare, era assai urgente, e corre voce che “prosperi”. Quando le associazioni non hanno la più pallida idea del loro scopo, è la volta che fioriscono; hanno sentito che questo è quel che si deve fare per essere una vera associazione. Non è necessario dire che il signor Baum riunisce in una sola persona le funzioni di socio onorario, fondatore, depositario della bandiera e tutto il resto e che gli costa fatica tenere separate tutte le cariche….».
Non c’è campo del pensiero o attività umana che non abbia una qualche associazione e per evitare un’unanime levata di scudi, dico subito che le associazioni alle quali qui si farà riferimento sono, come ci suggerisce Rilke, le associazioni di artisti, più precisamente le associazioni di incisori.
Non si vuole dar corso ad un atto di accusa contro le associazioni: nulla contro le associazioni, che portino pure avanti le loro attività, ma rappresentano un fenomeno peculiare del mondo dell’incisione che non ha eguali in nessun altro campo dell’arte, ed è questo aspetto che qui si vuole commentare comprendendone finalità e limiti.
È alla fine degli anni novanta del secolo scorso che si registra il proliferare di nuove associazioni nazionali, regionali e di condominio. Alcune sedicenti associazioni sono realmente gestite da unsignor Baum”; altre fanno capo ad una galleria d’arte o ad una stamperia e si caratterizzano per essere gruppi chiusi, più o meno ristretti, che portano avanti le loro iniziative gelosamente; altre ancora si caratterizzano per un apparato burocratico dirigenziale: sono previste cariche elettive con tanto di presidente, segretario, consiglieri e vari vice (nel piccolo ricoprire una qualche carica è pur sempre un prestigio). Vi si accede in virtù di una quota associativa che dà diritto a partecipare alle attività promosse dall’associazione: per lo più mostre, talvolta accompagnate da pubblicazione, e sappiamo quale attrattiva può costituire, per un artista (o sedicente tale), vedere il proprio nome e una propria opera stampati da qualche parte.
Da un canto c’è il desiderio di mantenere alta la qualità e dall’altro l’esigenza di ingrandirsi perché ogni quota associativa in più aumenta le possibilità di portare avanti le iniziative. La finalità riportata in statuto parla di diffusione e promozione della cultura dell’incisione, e ci mancherebbe che non fossero tutte associazioni “culturali”. Stante il loro proliferare la conoscenza dell’arte dell’incisione dovrebbe essere patrimonio comune ormai riconosciuto, invece sappiamo bene che non è così. Poiché un altro campo affine in cui è diffuso l’associazionismo è quello degli ex libris, sembrerebbe che la necessità di riunirsi in associazione sia tanto più forte quanto più ristretto è il settore che si vuole promuovere.
Al dunque in cosa si concretizza l’azione di promozione e valorizzazione dell’incisione originale? Presto detto: in una mostra collettiva degli associati, magari con una incisione omaggio in sorteggio tra i visitatori, magari con il catalogo finanziato dall’amministrazione comunale del paesello di turno che, con poche migliaia di euro, può attuare le proprie politiche “culturali”. Sinceramente, in queste fiere della vanità artistica, sembra contare di più l’auto-promozione, che in sé ha una sua umana legittimità e non la si vuole criticare, se non fosse per l’alibi ipocrita del disinteressato impegno “culturale” (l’aggettivo ritorna, ovviamente sempre tra virgolette).
Per quale motivo un artista affermato, di riconosciuta qualità, dovrebbe aderire ad una qualche associazione? Si capisce benissimo perché possa interessare un principiante o un dilettante. È il principio del mutuo soccorso, “l’unione fa la forza”, e si può immaginare che vi sia, per alcuni, anche un’umana esigenza di socializzare e già una così nobile finalità merita rispetto.
Le associazioni regionali non sempre riescono a coinvolgere tutti gli incisori operanti nella regione (chi porta avanti dignitosamente il proprio lavoro ottenendo riscontri perché dovrebbe accompagnarsi a mediocri dilettanti?), all’opposto si verifica che alcuni incisori – sempre gli stessi – aderiscono a più associazioni di diverse regioni. Ognuna è impegnata a curare e difendere il proprio orticello e non mi risulta che tra le diverse associazioni siano ma intercorsi incontri e scambi.
Tutto si consuma entro la ristrettissima cerchia fatta dai diretti interessati e dai loro più stretti parenti, ma a volte neanche questi.
Un’associazione si è proclamata “nazionale” e dopo ripetuti inviti rivolti a tutti gli incisori italiani è riuscita a cooptarne poco più di cinquanta che non so se statisticamente possano ritenersi una percentuale significativa rispetto ai circa millecento riportati nell’annuario pubblicato dalla rivista “Grafica d’arte”, ma, ovviamente, non è una questione di numeri.
Mi sembra una significativa coincidenza il fatto che gli artisti che, secondo i miei poveri gusti, ritengo i più validi dell'incisione italiana, non fanno parte di alcuna associazione (a parte la necessaria eccezione per confermare la regola).
Si può partecipare ai concorsi gratuiti col rischio di essere esclusi o assicurarsi la presenza ad una mostra e in catalogo solo in virtù della quota sborsata. Al dunque è un problema di "visibilità": va conquistata o altrimenti acquistata?

lunedì 21 febbraio 2011

UN’OCCASIONE MANCATA

Richard Müller
Auf Freiersfüßen (Corteggiatore insistente),
Acquaforte, 1914













 
Da qualche tempo circolano mugugni su Alfio Milluzzo che, ritenendo di non avere niente da perdere e tutto da guadagnare, sta importunando artisti, eredi, collezionisti e studiosi con telefonate, per lo più a tarda sera, richiedendo donazioni di opere per la sua fantomatica “collezione”.
Non ci prenderemmo il disturbo di scrivere solo per richiamare la basilare regola di galateo che considera importuno telefonare ad estranei oltre un certo orario serale se non fosse stato pubblicato (quindi reso disponibile alla libera critica) un opuscoletto (una plaquette come recita il colophon) pretenziosamente intitolato «Bibliofilia. L’ex libris tra produzione libraria ad arte grafica nella collezione di Alfio Milluzzo», a cura di Nuccio Gambera autore del testo introduttivo.
Soltanto adesso mi è stato possibile prenderne visione poiché Milluzzo è stato molto restio a distribuirlo, anche tra gli artisti pubblicati, non si capisce se per imbarazzo o solo per tirchieria.
L’opuscolo edito dal Museo Civico Etno-Antropologico di Scordia nel Luglio 2010, comprende sessantaquattro pagine in sedicesimo con mediocre qualità della carta e della stampa, tuttavia, nell’attuale imbarbarimento di eccessi grafici, forse è preferibile questo aspetto dimesso se almeno le riproduzioni fossero di migliore qualità e la copertina rispettasse l’impostazione “aurea”, ma evidentemente il tipografo ne sconosceva le proporzioni e i sedicenti bibliofili non sono in grado di apprezzarle.
Di primo acchito qualcosa stride nella giustapposizione tra il testo introduttivo e gli ex libris della collezione presentati in una sezione a parte, quasi che Milluzzo e Gambera abbiano tirato, in concorrenza, acqua al proprio mulino.
Nuccio Gambera, dopo un’esasperata sintesi storica, presenta alcuni esempi: «Per una sommaria documentazione della storia degli ex libris riproduco di seguito i più significativi della mia collezione di bibliofilo …» (le citazioni virgolettate  sono tratte dalla presentazione). Di fatto gli ex libris illustrati (tra i quali uno a suo nome di scadente fattura) non sono per nulla «significativi», semplicemente sono gli unici presenti in alcuni volumi di sua proprietà di non miglior valore: un paio di edizioni settecentesche ed altrettante degli anni venti - trenta del novecento. Non si entra nel merito di interpretazioni ed attribuzioni artistiche, evidentemente il “Repertorio” di Bragaglia viene citato solo per sentito dire, senza mai averne preso visione: sono quelle bibliografie fatte per darsi un tono, per supportare con la citazione di illustri autori la fragile costituzione delle  proprie argomentazioni.
La conoscenza dell’arte exlibristica, soprattutto contemporanea, appare inadeguata in Gambera che tuttavia dimostra doti intuitive e nella parte finale del suo testo sfiora alcuni spetti cruciali e problematici, purtroppo senza esplicitare la sua posizione e quando afferma «Negli esemplari che la costituiscono è già avvenuta l’emancipazione dell’ex libris dalla originaria funzione… » accomuna nel grossolano giudizio anche coloro che meriterebbero dei distinguo e non tiene conto che proprio alcuni degli artisti presentati avevano contribuito all’iniziativa nota come “L’ex libris del Bibliofilo”, evidentemente anche questa solo una citazione fittizia.
I «25 ex libris dalla collezione Alfio Milluzzo», dovrebbero dimostrare il fattivo impegno del “collezionista” nel valorizzare e promuovere coloro che hanno generosamente donato. Disposti in ordine alfabetico quattro appartengono ad artisti deceduti e ventuno ad artisti, più o meno, in attività. Ho sempre trovato inutile recriminare su “chi manca e chi è di troppo” ritenendo ciascuno libero di fare le pubblicazioni che desidera presentando chi desidera.. Tuttavia, rispetto alla valutazione della coerenza dell’impostazione storica e critica, è indispensabile chiedersi quali siano stati i criteri guida, ovvero quale sia stato il progetto culturale di riferimento della pubblicazione.
Nella selezione operata da Milluzzo è dichiarata la pretesa di presentare gli ex libris «… più significativi degli artisti contemporanei più apprezzati» e volendo attribuire al numero «venticinque» da non oltrepassare un qualche valore, simbolico o di opportunità, appare subito incongrua la scelta di affiancare artisti in attività con artisti deceduti, semplicemente perché se per completare la rosa dei «più apprezzati» (che, per inciso, non sempre coincidono con i “più validi”) ne mancavano pochi tra i viventi, troppi ne mancano tra i defunti per una significativa rappresentanza della prima metà del Novecento, determinando così gravi lacune per imprescindibili nomi che, mi risulta, nemmeno sono stati contattati. È  un problema di coerenza non di quantità e per quanto riguarda la qualità, a parte quelli che si capisce sono stati inclusi più per stabilire, o mantenere, buone relazioni diplomatiche, ritengo gli artisti proposti di primissimo livello, ma i soggetti non tutti all’altezza delle qualità individuali.
All’obiezione che avanza limiti di budget da rispettare, si deve controbattere che adottare un criterio storico e/o critico serve proprio a focalizzare l’interesse tematico. È la differenza tra la pubblicazione di uno studio rigoroso e valido e un opuscoletto fatto solo per atteggiarsi ad esperti-collezionisti-studiosi per qualche foglietto che si è riusciti a “scippare”, infatti, chiedendo in giro, si apprende che Milluzzo si è accostato agli ex libris solo da pochi mesi e che i venticinque artisti italiani della «ricchissima collezione» sono anche gli unici presentabili.
Non mi stancherò di rimproverare gli artisti per la superficiale disponibilità quando si prospetta loro la possibilità di una qualche pubblicazione. Milluzzo ha preteso incondizionata adesione alla sua iniziativa, dimostrando, da «autorevole docente», competenze appena sufficienti a valutare le qualità prettamente tecniche delle opere, ma rivelandosi del tutto inadeguato a gestire gli aspetti più propriamente culturali finanche nella scelta di coloro ai quali affidare la trattazione degli aspetti teorici, critici e storici. L’opuscolo manca di rigore, un adeguato coordinamento, a condizione di rinunciare innanzitutto alla vanità dei personalismi,  avrebbe potuto riscattare questa occasione mancata. 

P.S.
Corre voce che sia in preparazione una seconda raccolta, così se, in questa nota, qualche considerazione appare sensata, spero risulti utile ad artisti e curatori.