venerdì 1 giugno 2012

DOVE OSANO LE AQUILE

Gianni Verna
NON ACCAREZZARMI
bulino su plexiglas, mm 180x200, 1999


Ritengo che il testo di Gianfranco Schialvino, pubblicato nel catalogo che accompagna la mostra di Gianni Verna ancora in corso presso l’associazione “Il Quadrato” di Chieri, contenga, fin dal titolo, molteplici considerazioni generalizzabili che lo rendono particolarmente interessante anche al di là della presentazione dell’opera dello specifico artista.
Non voglio anticipare nulla e vi lascio alla lettura, non prima però di aver ringraziato Gianfranco Schialvino e Gianni Verna per la cortese autorizzazione a postare il testo e le immagini.



In arte, è nel linguaggio incisorio, quello xilografico in particolare, che è più evidente l’aspetto manuale, dell’azione. È nella realizzazione della matrice di legno, quando si esplora il disegno prima, pittorico, e l’intaglio della scultura, chiaroscurale, poi, che si accentua l’aspetto tecnico, sfiorando ad ogni momento l’errore di lasciarlo prevalere su quello della creatività, dell’ideazione. Forse perché ho sempre guardato a Mila, alpinista e uomo di cultura, come ideale maestro di vita, ho spesso accomunato questo percorso a quello di chi va in montagna. E forse perché di Gianni Verna, dopo quasi quarant’anni di frequentazioni pacate e convulse, posso supporre di capire l’essenza, affermo che è il metodo adottato nel suo lavoro d’artista.
Non appaia desueto quindi l’uso della parola lavoro affiancata a quella di artista. Oggi si è infatti malauguratamente giunti a una diade dove alla esaltazione dell’idea, arte come copyright, si contrappone il mestiere, arte come artigianato.

Da qui l’iperbole dell’apparenza, di là la prepotenza dell’oggetto.
L’artista contemporaneo è quindi costretto a scegliersi a priori, in un’antitesi artificiosa, il campo di gioco. Sarà concettuale, attribuendo in una ibridazione del linguaggio a un oggetto preesistente un suo significato personale, donandogli vita “altra”, indipendentemente dal suo corpo sensibile esterno. Oppure si impegnerà, con una faticosa vicenda di lavoro, all’esecuzione concreta del proprio manufatto; dando vita a una nuova forma, che resterà sempre ed unicamente definita nella sua realtà fisica come opera d’arte. Luigi Pareyson in una sintesi di straordinaria chiarezza spiegò che «L’opera d’arte è espressiva in quanto è “forma”», cioè «organismo che vive per conto suo e contiene tutto ciò che deve avere». L’opera d’arte esige quindi di essere realizzata, in un senso intensivo, un processo assoluto per cui, proprio perché non è esecuzione di qualcosa già stabilito con regole predisposte, si può bene chiamarla invenzione; nobilitandone l’aspetto produttivo con l’accostamento dell’attività spirituale a quella della realizzazione manuale.

DAL GRAN PARADISO AL BECCO MERIDIONALE DELLA TRIBOLAZIONE
xilografia su legno di filo stampata su tela, mm 600x1600, 2011
È il percorso di Verna nella xilografia.
Cercare un legno, partire dall’essenza, dal tronco. Farlo tagliare, levigarlo, dimensionarlo in tavolette da incidere. Scavare, raspare, spazzolare, pettinare. Una tavola per ogni colore: il giallo-il rosso-il blu. Spalmarvi gli inchiostri, appoggiarvi su la carta, a tino, a mano, misumi a fibra lunga e imprimerle in successione, legno dopo legno, sullo stesso foglio per fondervi i colori con lo sforzo della pressione. Aggiungere per una, togliere nell’altra, rattoppare uno squarcio nella terza, riempire l’incavo di troppo, artigliare un piano per dargli maggior vibrazione. Calcolare la tonalità che deriva dalla mescola dei pigmenti primari che si scaldano sotto il torchio per creare verdi bottiglia, viola e marroni, garanza e gerani, fucsia e aranciati e rosa e terre bruciate. È come aprire un sentiero, tracciare una via di salita, segnare una pista. Rinnovare, fare rinascere quello che era stato dimenticato, lasciato in disparte, trascurato e vilipeso perché troppo arduo, perché passato di moda. Ci puoi entrare, percorrerli, i suoi legni: dalla valle, ampia, su, per prati e sentieri, rocce e seracchi, su, per cenge e bivacchi e creste e strapiombi, ancora oltre, su, fino alla vetta che buca il cielo, dove si rifrange il vento che culla i cristalli della tormenta.

Verna è artista da sempre.
Cinquantacinque anni fa il suo esordio, in quella che si chiamava Libreria Petrini, in corso Francia a Torino, dove fu premiato quindicenne ad un concorso per giovani artisti. Il suo quadro fece esprimere ad Angelo Dragone un apprezzamento tanto sintetico quanto efficace: «Vivo senso del colore». Un giudizio scarno, che sarebbe anche potuto sembrare di circostanza, e che ha accompagnato come un viatico Gianni, lo ha incoraggiato nei momenti bui, lo ha spinto a dar vita iridea alle sue incisioni, sfidando l’opinione corrente, perseguita anche da Dragone in questo caso un po’ incoerente, che voleva e ancora ahimè vuole le stampe piccole e in bianco e nero. Per conservarle in cartella, e lasciarle morire asfittiche, dimenticate in un cassetto.
Il perseguire con caparbia pervicacia questo linguaggio è suo merito precipuo, e lo ha portato ad essere il capofila degli xilografi oggi attivi in Italia. “Linguaggio” silografico, sia ben chiaro, non tecnica. Perché la xilografia non è soltanto tecnica – e così si dica per ogni altra forma d’arte – ma espressione completa di una forma che deriva dall’intaglio stampato con una matrice incisa e inchiostrata sul rilievo.
Quale sia il suo lavoro per la preparazione della matrice lo dichiarano i legni che è solito esporre accanto ai fogli che ne derivano. La sua azione è parallela a quella dello scultore. In mettere e in levare, perché ciò che il legno non ha avuto da madre natura è compito dell’artista fornirlo. Così l’intervento delle sgorbie e degli scalpelli si bilancia con quello degli stucchi e dei tasselli, a complementare e correggere, a sostenere e smagrire, a creare e distruggere. Non si tratta più, nell’era della riproduzione meccanica, di riportare sulla tavola un disegno, di togliere i bianchi e risparmiare gli scuri, di seguire come monocoli una traccia per perseguire la mimesi. Bensì di creare sulla tavola il disegno da moltiplicare attraverso tutti i mezzi che un incisore oggi ha a disposizione, senza escludere il trapano grosso del falegname e quello fino del dentista, per non dire di frese e dischi flessibili, di spazzole e raspe, di grattugie e punte dentate.

LES AIGUILLES DE CHAMONIX
xilografia su legno di filo stampata su tela, mm 600x1600, 2010
Per coprire di scaglie le loriche di un coccodrillo e definire il timone e le remiganti di uno sparviero, pettinare le pelli di un orso e dar impeto alle corna dello stambecco, aguzzare le spine di un istrice e levigare il rostro del gipeto. Ma anche di indagare tra le elitre dello scarabeo e carezzare le ali della farfalla, distendere le dita di un ranocchio e la spirale della coda del topo, lucidare la pelliccia di una marmotta e profumare la corolla di un fiore. O ancora competere con la memoria dei colleghi antichi a intagliar motti e versi su ben lisciate tabelle, per farne le pagine di libri raffinati.
Verna è tutto questo, pensiero e azione che si accavallano senza quartiere, ora sfiorando il cielo della perfezione ora sprofondando nell’abisso dell’errore, ma sempre restando vigile sulla rotta della qualità, da non tradire a nessun costo. Perché arte – è il succo del discorso da ripetere e ribadire – significa lavoro di testa e di mano. E in fin dei conti, così sapeva Flaubert, è ancora il lavoro il mezzo migliore per far arte.

Gianfranco Schialvino

Gianni Verna
Nato a Torino il 18 novembre del 1942. Diplomato all’Accademia Albertina di Torino, allievo, per la grafica, di Francesco Franco e per la pittura di Francesco Casorati. Ha tenuto corsi di xilografia presso la Scuola Internazionale di specializzazione per la grafica d’Arte il Bisonte di Firenze. Per anni si dedica alla calcografia scegliendo infine la xilografia come mezzo espressivo, fondando con Gianfranco Schialvino la Nuova Xilografia – “operativo cenacolo a due” come ebbe a definirla Angelo Dragone – che ha preso avvio nel 1987 per promuovere e rivalutare la più antica forma di stampa. Dal 1997 la Nuova Xilografia edita “Smens” unica rivista stampata ancora con caratteri di piombo e direttamente dai legni originali appositamente incisi, cui collaborano importanti studiosi, scrittori, poeti e artisti.

domenica 13 maggio 2012

MI HA SCRITTO BARTOLINI

Luigi Bartolini
Ragazza alla finestra
Acquaforte, 1928 / 29
250 x 195

















PROLOGO
È incredibile, sono eccitatissimo, non sto nella pelle…: mi ha scritto Bartolini.
L’unico, il grande Luigi Bartolini un mito dell’incisione italiana.
Sì lo so che Bartolini è morto (Cupramontana, 08/02/1892 –Roma, 16/05/1963), proprio in questo consiste il prodigio: probabilmente si è creata una smagliatura nell'universo, una qualche finestra spazio-temporale consentendo a Luigi Bartolini, che evidentemente segue ancora con attenzione i fatti di questa terra, d’inviarmi una sua lettera manoscritta materializzatasi sulla mia scrivania e che pubblico immantinente.

Egregio signor Del Vero,
Ho piacere che i suoi scritti abbiano dato argomento per esprimere alcune mie buone ragioni e avendo trovato la possibilità di fargliele recapitare spero abbia la compiacenza di pubblicarle.
In riferimento al suo più recente scritto posso dirle che io non partecipai mai a concorsi, non tracciai mai una linea per la speranza di un premio. Diversa cosa furono il premio del Ministero alla Mostra Nazionale del Bianco e Nero in Firenze che vinsi con Morandi nell’estate del 1932 e poi i riconoscimenti della Reale Accademia e della seconda Quadriennale del 1935.
L’”invito” stigmatizzato nel suo ultimo post (si dice così nevvero?) rappresenta una delle solite lusinghe, o, diremmo, illusioni, speranze vane, e che poi, come il solito, il povero artista resta con un pugno di mosche in mano. Tutti chiedono, insomma e – quando c’è da comprare – tutti si stringono nelle spalle. Intanto il povero artista ha faticato, comprese le spese di spedizione a ufo.
Del resto non è da illudersi. Mandai alla Mostra alla Bibliothèque National ed anche li non erano che scrocconi.
Al termine della mostra mi scrissero se ero disposto a cedere gratis (in grazioso omaggio) oh belin!
Chiedere dei graziosi omaggi, a questi lumi di luna, dagli artisti o è una carognata o è una mascalzonata.
E gli americani di Chicago sa cosa mi hanno fatto: han rifiutato (dico: rifiutato) tutte 4 le acqueforti che avevo loro mandato.
All’estero, questo si sa, nessuno compra roba di italiani ed è cosa non giusta.
Ma lei li conosce bene quei signori di Chicago?
È sicuro non si trattò di commercianti che accettano le acqueforti purché costino 10 lire?
E del resto io dalle mie stampe non ho mai tratto più di 10 esemplari per ciascuna, quindi preferisco regalarle. Ed infatti infiniti scrocconi le hanno avute da me per regalo.
Creda, caro Del Vero, le mie acqueforti sono buone, ed io posseggo il bel disegno e l’estro dei grandi massimi incisori. Soltanto ché si sa , in Italia, ancor oggi, se fosse stato vivo anche Rembrandt sarebbe morto di fame con le sole incisioni. Infatti , per vivere, io sono stato costretto a fare scuola, ad insegnare il: “dato il lato costruire il triangolo equilatero”. Il che non significa che io non faccia la scuola bene, ossia con il dovuto zelo e con molto profitto da parte delle scolaresche: come stanno ad informare le note dei miei superiori.
La non vendita è colpa della ignoranza del pubblico, il quale non capisce le mie stampe, mentre lei che è intenditore sottile, mi ha scritto che le capisce, ed altri artisti le capiscono; anzi posso dire che ove si tratti di regalarle tutti le capiscono ed allora, anzi, sorton fuori intelligenti a capirle ed a chiedermele in regalo.
Le acqueforti bisogna venderle agli intenditori: i quali sono pochi, ma ci sono. Roberto Longhi acquisto un esemplare della mia “Ragazza alla finestra” pagandola £ 500 (cinquecento) accompagnata da un biglietto con su scritto: con ciò non intendo aver pagata l’acquaforte perché essa vale di più delle mie 500 lire.
Chi credesse che io vivo di denaro si ingannerebbe terribilmente. Prenderebbe un granchio astronomico costellare. Prenderebbe la costellazione intiera del Granchio.
La mia diciamola onestà, per non chiamarla arte del coglione, non è mai invitata a pranzo.
È eresia e grave asserire che le acqueforti debbono andare incontro al pubblico. Io il pubblico non lo conosco. Sono un altero uomo che spero morire prima di abbandonare la mia alterigia. A chi sta bene è così; a chi non sta bene è lo stesso.
Non sono certo io, artista purissimo uno da prendersi per fame.
Ed è inutile domandare, a me, acqueforti di genere, diciamo così, cattedra, aulico, preistorico, untuoso e neppure di genere celebrativo. Io celebro la poesia, sua maestà la poesia e basta.
Quel che conta è che l’opera – quadro acquaforte gesso argento – sia arte. Le opere d’arte sono poche. Ma lei questo lo sa meglio di me.
Ho aderito all’invito del Sindacato del Bianco e Nero ed a impugnarne le ragioni di esistenza. Ho spedito le mie acqueforti e disegni alla Direzione della R. Calcografia, riducendo i prezzi a un minimo mai praticato, pretendendo sempre una dichiarazione di riscontro giacché non credo che vi sia minchione il quale mandi in giro cose di sua proprietà, senza farsi prima consegnare una regolare ricevuta.
Cosa me ne è venuto? Nulla. Vi sono state delle esposizioni e le acqueforti acquistate non sono state le mie mercé il Sindacato. Furono acquistate –ohibò! Opere di Pinchi Pallini dell’incisione, di poveri diavoli che non pagano la carta che sprecano. Inoltre debbo, per lealtà ed anche nel mio interesse far notare che non stà [sic] bene che il Fiduciario del Sindacato si ponga nei cataloghi in prima fila ed in prima pagina.
Quante volte ho reclamato la restituzione delle mie opere e quante volte ho chiesto di far dunque animo e prospettare la mia situazione a chi di dovere.
Risulterà per voi del secolo XXI di gran attualità sapere che sono stati, nella mia abitazione, due finanzieri (guardie di finanza) a dimandare quali siano i miei introiti nella qualità di “pittore”. Ho risposto loro “Sono due [anni] che non dipingo più perché non ho denari per acquistare tele e colori. In quanto alla mia attività di incisore all’acquaforte io a fare l’incisore ci ho sempre rimesso. Incido acqueforti dal 1914. Non ho mai avuto denari per potermi acquistare un buon torchio (e, prova ne sia, che le mie acqueforti sono difettose dal lato stampa)”.
Chi guadagna vendendo acqueforti è una consorteria. Sono i copisti delle fotografie, quelli che sanno piazzare la loro produzione presso i mediocri, la quale traduzione altrimenti non servirebbe a niente. È deplorevolissimo che il gusto del pubblico sia così basso da preferire lo ex-libris insignificante e banale ad una delle mie acqueforti. Non si educa il gusto del pubblico incoraggiando la produzione di banalità, di rancidumi come in generale sono gli ex-libris.
Le mie stampe sono finitissime, superbe di ispirazione, ricche di mestiere. Ma il mestiere, caro Del Vero, tutti sanno che in me è più che altro nel genio. Con il mestiere si fanno le acqueforti in perfetta prospettiva, e perfettamente borghesi. Con il mestiere si fanno, all’acquaforte, i ritratti dei morti tratti da istantanee a piccolo formato. Ma non si fanno le mie acqueforti. E tutti quelli che si son provati ad imitarmi, supponendo che bastasse la semplice vena, hanno invece battuto le testa sul muro, accorgendosi che l’apparentemente facile equivale alla inimitabile poesia di Orazio: che sembra facile soltanto agli studenti di Liceo, ma non a Carducci, ma non a Leopardi.
Dica la verità, caro Del Vero: di me qualcuno ancora parla male.
Io ho molti nemici, questo è vero, perché reo di aver strigliato gli asini letterati anziché d’aver leccata loro la coda. Ma in compenso mi è caro pensare che li ho sempre avuti e che essi sono l’indice, giustappunto, del mio valore.
Io non sono come mi hanno descritto i due o tre nemici che ho a Roma.
Non bisogna, caro Del Vero, misurarsi con il palmo burocratico-borghese-legale-galateo, ma piuttosto volersi bene in nome dell’arte, ossia in nome del sacrificio che noi artisti facciamo vivendo in mezzo a gente comune.
Io ho solo desiderato gran pace, caro Del Vero, gran raccoglimento per poter lavorare, ossia dipingere, scrivere poesie incidere acqueforti. Ho bisogno d’avere intorno un ambiente molto educato, o, perlomeno poche rotture di c. (giacché non le merito).
Il più bel progetto è quello di andare in pensione. Lo confesso candidamente. Chiudersi dentro uno studio e mettersi, senza più rotture, a lavorare. Io, per me se ci fosse un eremo dove non toccasse di andare vestiti da frati zoccolanti e dove si potesse dare ogni tanto una guardata ad una ragazza (per ispirazione) (gli altri ridono? ridano bene: ma è così e credo che tutti siano d’accordo nel considerare la bellezza della creatura femminile, mentre la maschile non mi interessa e la trovo idrofoba) andrei in quel convento e vorrei stampare una acquaforte al giorno, con la didascalia d’una poesia al giorno. Poi tranquillamente morire. Ecco il mio vero, il mio unico programma.
[di lato per traverso]
Mi creda con saluti cordiali, aff.mo Luigi Bartolini.

EPILOGO
A parte qualche minimo “raccordo” logico la lettera apocrifa di Luigi Bartolini, è stata composta con citazioni tratte dalla corrispondenza “Bartolini – Petrucci, 1930/1941” pubblicata nel catalogo “Luigi Bartolini alla Calcografia” (edizioni De Luca, 1997).
Il materiale è talmente vasto che su ciascuno dei temi toccati dalla lettera si potrebbe costruire un saggio, seppur con considerazioni a volte contraddittorie nel tempo (per esempio la partecipazione ai concorsi e l’acquisto da parte di Longhi pare non siano propriamente come le racconta qui).
Chissà se questa possibilità di comunicazione con l’aldilà non si ripeta con altri temi e con altri maestri del passato: le loro parole risultano, come si vede, di assoluta attualità.


martedì 1 maggio 2012

DALLE STELLE ALLE STALLE

Alberto Maso Gilli,
Animali
d'apré F. Carcano
acquaforte, 1875











                     
In uno dei primi post, DOVERE DI CRITICA
http://www.morsuraaperta.blogspot.it/2011/02/dovere-di-critica.html mi ero ripromesso di non sprecar parole per “le cosine e la cosacce” e con riluttanza mi accingo ad uno strappo alla regola anche perché tutte le possibili considerazioni in merito sono già state espresse in precedenti post e ribadirle annoia me stesso, figuriamoci chi legge.
Mi ripeto che non vale la pena di prendersela, ma il mantra invece di farmi desistere finisce per esasperarmi e così provo ad mettermi nei panni di un artista che riceva la seguente lettera d’invito:

         Gentile Artista,
Le comunichiamo che la Commissione della II Biennale di Grafica Contemporanea,
presieduta dalla prof.ssa Ada Donati presidente dell’Associazione Padre Diego
Donati o.f.m., e composta dai Sig.ri:

  • Mimmo Coletti
Critico d'arte
  • Serenella Cavallini
Incisore
  • Mariaelisa Leboroni
Incisore
  • Marilena Scavizzi
Docente di Tecniche dell’Incisione
  • Marinella Caputo
Docente di Storia dell’arte
  • Adriano Falorni
Vice Presidente Associazione “P. Diego Donati o.f.m.”.
  • Gabriele Goretti     
Referente Sezione Inviti - Associazione “P. Diego Donati o.f.m.”

       ha segnalato il Suo nominativo alla Direzione della Seconda Edizione della Biennale
       di Grafica Contemporanea “CONTINUITÁ”

Qualcuno si è interessato a lui (ovvero all’artista nei cui panni stretti sto tentando di entrare) prendendosi la briga di segnalarne il nominativo. Lo immagino attento alla lettura delle puntuali richieste del regolamento

Art. 3. È possibile partecipare con opere prodotte mediante tecniche incisorie: Calcografia – Acquaforte, Acquatinta, Punta secca, Bulino, Vernice molle, Maniera nera e Xilografia.
Sono escluse: litografia, serigrafia, stampa Offset e tutti gli altri procedimenti tecnici di stampa
Le incisioni devono pervenire senza cornice e la loro dimensione maggiore deve essere contenuta entro cm 50x70 e non inferiore a cm 30x50 (dimensione del foglio); le opere prodotte devono essere scansionate su CD possibilmente in formato Jpeg o Tiff alta risoluzione.
Art. 6. Ciascun autore deve aggiungere alle opere e al modulo di partecipazione un file di  Word (da inviare via e-mail) contenente: breve nota biografica che non superi le 30 righe dattiloscritte e, se lo desidera, alcune brevi note descrittive o esplicative dei lavori presentati.
Art. 7. Il termine ultimo per la presentazione del materiale è 30 maggio 2011 ore 13.00

Poiché, come una spada di Damocle, incombe la clausola che

    La commissione esaminatrice si riserva la facoltà di escludere dall’esposizione in
    mostra le opere che si rivelino in contrasto con le caratteristiche e i limiti sopra
    indicati (Art. 4)

Certo il monte premi è più da concorso exlibristico

Art. 10. Il Concorso ha una dotazione di € 2.200,00, così ripartito:
                                                                                     € 1.000,00   1° classificato
                                                                                     €   700,00    2° classificato 
                                                                                     €   500,00    3° classificato 
All’artista primo classificato è richiesta una tiratura di n° 30 copie dell’opera premiata nella misura del foglio di cm 50x70

Ma non si partecipa certo per i soldi… è pur sempre un’occasione per esporre in un momento in cui le iniziative scarseggiano… quel che conta è essere inserito in catalogo… improvvisamente però l’espressione di gioia che ne aveva illuminato il volto, perché essere invitato ad una mostra è pur sempre una forma di riconoscimento, muta in una smorfia di delusione:

Art. 11. Come contributo alla copertura delle spese organizzative e di gestione è prevista a carico degli autori una quota di partecipazione di € 70,00 , che dovrà essere versata secondo le modalità indicate nella lettera di invito.

Immagino che, a questo punto della lettura, un artista serio (nei cui panni non sono proprio riuscito ad entrare) stracci o appallottoli l’invito gettandolo nel cestino (anche virtuale) e anch’io, per coerenza, dovrei chiudere qui il post senza aggiungere altro.
Non mi interessa polemizzare con lo specifico caso che ritengo chiuso, non è minimamente messa in discussione la “buona fede” degli organizzatori, ma non credo che così sia meglio di niente; poiché non è l’unica, non è la prima e non sarà l’ultima iniziativa del genere, provo ad argomentare alcune considerazioni.
C’è sempre un qualche contributo degli “Enti che collaborano fattivamente nell’organizzazione del Premio” tanto che “Tutte le opere premiate con premi acquisto, rimarranno di proprietà degli Enti che hanno contribuito al premio”, che senso ha un monte premi di “2.200,00 euro” e contemporaneamente chiedere “70,00 euro” per partecipare? Non sarebbe più serio e dignitoso fare a meno dei premi e consentire la partecipazione gratuita degli invitati?
Oppure è la logica del “Gratta e Vinci “?
O forse il monte premi è fatto con l’ammontare delle singole quote, ma è una mostra o si gioca a Tombola ?
Torna utile la classificazione di un post precedente: se i premi sono riservati alle “Giovani Promesse” che senso ha invitare (comunque a pagamento) anche “Venerati Maestri” e se anche i “Soliti Stronzi” non aderiscono, non viene il sospetto che qualcosa non va?
Non si riesce ad uscire dalla fissazione delle classifiche a premi e il regolamento di Olzai è ancora tutto da verificare, inoltre sono molto scettico che possa servire da esempio e trovare seguito.
Agli artisti interessa esporre ché se la qualità del lavoro c’è si noterà anche se non si è premiati.
Sono semplici osservazioni di buon senso che evidentemente risultano incomprensibili per certi organizzatori e per certi sedicenti artisti che, dobbiamo dedurne, ritengono prassi abituale pagare per partecipare alle mostre, devo rassegnarmi all’insondabilità di certe umane scelte e non sempre si tratta solo di sprovveduti, giovani artisti alle prime esperienze.
È comprensibile l’auto-finanziamento di una mostra da parte di un qualsiasi gruppo o associazione; esistono piccole e grandi speculazioni con cataloghi, mostre, siti internet a pagamento, tuttavia se il “servizio” ricevuto corrisponde all’offerta è comunque una proposta commerciale corretta; la “segnalazione” sa di beffa (per dirla educatamente) legittimando che ci si è riuniti per individuare i possibili fessi disposti all’esborso, ovviamente non c’è alcuna costrizione e ognuno è sempre libero di non partecipare, per completezza va aggiunto che
Nel caso si considerino le opere non presentabili, verranno riconsegnate all’autore insieme alla quota di adesione… (art. 8) dimenticavo: …con tassa a carico… ci mancherebbe.
Non è la richiesta più o meno contenuta a fare la differenza, è il principio che contesto e considerato che ci si rivolge principalmente ai giovani, aggiungo che lo ritengo anche diseducativo, perché non è pagando che si è selezionati per le mostre serie assimilando la quota all’iscrizione richiesta per certi “casting”.
Inoltre mi pare che contrasti con lo spirito commemorativo, non si rende un buon servizio alla memoria e preferisco credere che chi si vuol onorare non ne avrebbe condiviso l’impostazione.
Pregiatissimi artisti, stimati critici e docenti invitati a far parte di commissioni, prima di legittimare col vostro nome una qualsiasi iniziativa prendetevi il disturbo di leggervi il regolamento. Ne faccio una semplice, banale questione di buone maniere (non di linguaggio elegante date certe mie espressioni triviali): continuate pure a fare come cazzo vi pare, ma sappiate che quel che fate è fatto a cazzo; dimostratemi che ho torto e sono pronto a scusarmi.