Sono decisamente contro i concorsi finti e sbrigativi.
“Finti” perché il vincitore è spesso noto prima ancora della pubblicazione del bando o perché la giuria è chiamata solo a ratificare una scelta già compiuta dagli stessi organizzatori.
“Sbrigativi” non solo per la rapidità con la quale si effettuano le selezioni, ma soprattutto perché bandire un concorso è l’alibi sicuro, il sistema più efficace e sbrigativo appunto, per organizzare una mostra senza porsi problemi di coerenza, di tematiche, di linguaggi…
Il “Premio Italo Grandi” promosso dalla rivista “Grafica d’arte”, giunto alla IV edizione con una mostra in corso fino al 12 Giugno presso il Castello Sforzesco di Milano e con altre sedi già programmate per ospitare le venti opere selezionate sul tema «Salute e pubblicità», non ha nulla di finto né di sbrigativo, tuttavia non è che rappresenti il concorso perfetto, ammesso che possa esistere una formula di perfezione.
Al di fuori delle pagine della rivista non ricordo di aver letto recensioni e commenti alle diverse edizioni del premio (probabilmente mi sono sfuggite per mia mancanza) e una ricerca su Internet non ha dato risultati al di là della riproposizione del comunicato stampa di presentazione, dei link con i siti degli artisti partecipanti e della vanagloria, giocata sull’ambiguità tra premiato e selezionato, di Maurizio Boiani www.crevalcore.altervista.org/00mostre/2011_30_boiani.htm.
A pensarci bene non so chi, oltre ai diretti interessati, avrebbe potuto scriverne e dove avrebbe potuto pubblicare, al di fuori dell’unica rivista di incisione che è la stessa che lo bandisce.
Dopo aver visitato la mostra ho voluto rivedere le precedenti edizioni del premio (per chi fosse interessato la prima edizione «Lo sforzo, dal fisico alla mente» è pubblicata nel numero 50 del 2002; la seconda «Il segno del dolore» nel numero 61 del 2005; la terza «dal dolore alla speranza» nel numero 72 del 2007).
Leggendo i testi di accompagnamento alle diverse edizioni mi sono reso conto che tutto quello che poteva essere detto era già stato scritto poiché, va riconosciuto, i commentatori e i membri della giuria per primi hanno sollevato le giuste critiche, senza i trionfalismi a tutti i costi che si ritrovano sempre nelle presentazioni dei cataloghi dei concorsi, mentre, in privato, gli stessi autori dei testi deprecano il livello inadeguato delle opere presentare.
Provo comunque a svolgere le mie osservazioni, può darsi che da un punto di vista eccentrico emerga comunque qualche considerazione non del tutto inutile.
Nel bando, fin dalla prima edizione, si dichiara che « Il Premio è aperto a tutti gli incisori (non occasionali).» tuttavia non sono mai stati esplicitati i criteri adottati dalla «Giuria specializzata» per discriminare l’”occasionalità”, pertanto, di fronte ad un’opera e relativa «succinta biografia (max 10 righe)» di un artista non noto (almeno non noto a chi è chiamato a selezionare), non so come si possa fare a capire se sia stata realizzata da un incisore “non occasionale”.
Sono molto diffidente verso le note biografiche, alcune, per quanto succinte, sulla carta, farebbero invidia a un Picasso redivivo, salvo poi appurare la nullità della qualità dei lavori.
È comprensibilissima l’intenzione di dissuadere i dilettanti allo sbaraglio, ma non è la maggiore o minore “continuità di servizio” a poter garantire la qualità delle opere.
Poiché, come recita il bando, la selezione delle «opere ritenute più meritevoli» viene effettuata «in base a criteri di esecuzione e di attinenza al tema proposto», per principio sarei più portato ad ammettere un opera di qualità frutto di una realizzazione “occasionale” piuttosto che un lavoro mediocre realizzato da un artista assiduo e abituale.
In pratica la clausola è del tutto inutile, non credo che eliminandola si determinerebbe un calo di qualità, né si garantirebbe un miglioramento esplicitando alcuni possibili criteri che non sarebbe difficile immaginare, eventualmente cercando di non determinare l’esclusione a priori dei giovani che invece andrebbero, in qualche modo, incentivati, stante lo scarso ricambio generazionale di questi ultimi tempi. Mi rendo conto dell’ambiguità tra “giovani anagraficamente” e “giovani artisticamente”: se uno inizia a fare incisioni a cinquant’anni? Credo sia chiaro cosa intendo senza vedervi ipotizzate “quote” riservate. In verità le “occasioni” di oggi non è che favoriscano così tanto la continuità di lavoro, neanche dei più determinati.
In occasione di una precedente edizione del premio un artista, forse deluso dalla non ammissione, sosteneva che il vero requisito fosse l’abbonamento alla rivista. Purtroppo, statisticamente, se c’è uno che lo dice non è mai il solo a pensarlo, ma a parte l’insinuazione, che non trova riscontri, credo che risulterebbe gradita una qualche iniziativa della rivista riservata ai propri abbonati.
Un altro motivo che rende il «Premio Grandi» diverso (avrei preferito scrivere migliore, ma pare che dichiarare il mio apprezzamento risulti controproducente per i diretti interessati), è l’averci sempre risparmiato la vanagloria di ostentare il numero (sempre elevatissimo) di parteciparti rispetto ai quali è stata operata la “drastica selezione” e la berlina degli esclusi.
Nonostante le sue qualità, o forse proprio a causa delle sue qualità, il «Premio Grandi» non è un concorso da grandi numeri di partecipanti perché, per molti artisti, c’è un aspetto che lo rende poco appetibile e un altro ritenuto decisamente indigesto.
Poco appetibile è l’assenza di un premio in denaro e della classifica da podio.
Agli artisti selezionati è dedicato uno spazio nella rivista (nota biografica e testo critico sull’opera presentata) e partecipano alle mostre programmate, quindi la “ricompensa” di una certa visibilità è garantita, ma forse, per qualche nome già noto (o che si ritiene tale), non rappresenta un incentivo sufficiente a controbilanciare l’impegno di incidere appositamente una lastra e il rischio di essere escluso.
Prima che qualcuno possa risentirsi esprimo subito il mio plauso (per quel che può valere) verso tutti gli artisti (noti o sconosciuti, occasionali o costanti…) che hanno raccolto la sfida di misurarsi con un tema assegnato realizzando un’apposita incisione, ovviamente l’apprezzamento verso l’atteggiamento non si estende automaticamente ai rispettivi risultati.
Decisamente indigesto è lavorare su un tema assegnato.
Non credo dipenda dal tema, il problema è più generale: per molti artisti è inconcepibile realizzare un lavoro, su commissione o su un tema assegnato, se non è perfettamente in linea con i soggetti abitualmente trattati e quando si prestano si capisce che lo fanno controvoglia e il risultato ne risente. Ciascuno ritiene che seguire un proprio univoco percorso di “ricerca” sia la sola strada verso la coerenza.
Rispetto alla qualità generale dei lavori selezionati, pur volendo ipotizzare una svista su qualche capolavoro che le diverse preferenze di stili e linguaggi non hanno consentito di cogliere e apprezzare, ho fiducia che l’obbiettività dimostrata nei testi critici abbia guidato anche la scelta delle opere corrispondenti effettivamente al meglio di quanto pervenuto.
Non mancano le incisioni ben fatte, valide in sé, opera di artisti consolidati con un linguaggio coerente e riconoscibile (alcuni sono ormai degli habitué e non vorrei che il «non occasionali» si riferisse alla partecipazione al premio stesso), ma non mi sento di indicarne un’opera che mi abbia colpito per la eccezionale qualità dell’interpretazione e della realizzazione. Anche nelle precedenti edizioni le opere più valide sono di artisti che avendo trattato in proprio soggetti attinenti l’argomento proposto appaiono agevolati nel centrare il tema con più disinvoltura.
A me, che non posseggo la fantasia creativa degli artisti, le tematiche proposte sono sempre apparse di non facile sviluppo e traduzione figurativa.
In qualche presentazione delle precedenti edizioni si è mostrato come tematiche analoghe siano state svolte in passato e mi sembra che nelle opere selezionate sia proprio l’interpretazione rispetto alla contemporaneità del tema che difetti. In generale riscontro un senso di inadeguatezza al punto che azzardo il sospetto che possa esservi qualcosa di intrinseco nella tecnica adottata.
Non ho le idee ben chiare su quanto sto ipotizzando, in linea di principio qualunque tecnica artistica dovrebbe consentire di esprimere qualunque contenuto, tuttavia mi chiedo se è possibile che si determini una inadeguatezza di una tecnica tradizionale ad esprimere certe problematiche della contemporaneità (penso a qualcosa di analogo ai dipinti su fondo oro rispetto alle innovazioni culturali del Rinascimento).
Non sono neanche sicuro se si debba consideralo un problema di tecnica o di linguaggio, ché la differenza non è da poco.
Ogni qualvolta che si pone il problema del rapporto tra messaggio e media il riferimento l’autorità di Mc Luhan è inevitabile, purtroppo non mi pare che nei suoi scritti si trovi una risposta al quesito nei termini in cui lo pongo e, ribadisco, non sono sicuro che sia posto correttamente: sento che qualcosa non torna e l’ho “sparata”.
Continuerò a rifletterci.
